Berlinale 2019. Recensione: SYSTEMSPRENGER (System Crasher), un film di Nora Fingscheidt. Se questo è il cinema al femminile

Systemsprenger (System Crasher), un film di Nora Fingscheidt. Con Helena Zengel, Albrecht Schuch, Lisa Hagmeister. Competition.
Storia di Benni, bambina parecchio tomboy e assai selvaggia. Soggetta a crisi esplosive di violenza. Nessuno sa come trattarla e curarla. Un film che ci mette di fronte a un caso clinico estremo e si interroga e ci interroga sul che fare. Ma la regista Nora Fingscheidt non è la Lynne Ramsey di A proposito di Kevin, non ne ha lo sguardo implacabile, il suo approccio resta sentimentalista e condiscendente, la sua visione di cinema convenzionale. Voto 4
Gli amici miei mi avevano avvertito, ma che te lo vai a vedere a fare? Sarà il solito medio-mediocre film tedesco messo in concorso per via del sovranismo cinematografico (malattia, dico io, che colpisce ogni paese indistintamente: quando c’è un festival in casa ecco scattare inesorabile la quota indigena, succede a Venezia, succede a Cannes. E succede a Berlino). Invece non gli ho mica dato retta, agli amici miei. Io resto dell’idea che un festival sia il suo concorso (e il suo palmarèes), nient’altro, o poco altro, sicché mi do per regola stringente di vedermeli tutti i film in corsa per il premio massimo, che non sia mai che proprio quello che hai saltato poi vinca l’Orso (o il Leone, la Palma, ecc.). E allora che ci sei andato a fare a Berlino (o a Cannes, Venezia, Locarno ecc.)? Insomma, eccomi ieri mattina alle ore 9 al Palast, non affollatissimo per la verità, alla proiezione stampa di questo Systemsprenger – il titolo inglese, System Crasher, suona meno complicato, più intellegibile. Firmato da una giovane regista, Nora Fingscheidt. Come di una regista, Lone Scherfig, è stato il film di apertura del festival The Kindness of Strangers, come di una signora, Marie Kreutzer, è un altro film tedesco in competizione oggi, sabato 9. Che per carità non si dica che Dieter Kosslick, direttore alla sua ultima Berlinale dopo 18 anni di gloria (gli subentrerà per la direzione artistica il valdostano Carlo Chatrian) è un fallocrate insensibile al cinema di genere (femminile). Peccato che questo Systemsprenger sia davvero pessimo, il cinema al femminile al suo punto più basso, con quell’insopportabile gnàgnera solidaristico-materno-protettiva stavolta esercitata nei confronti della protagonista bambina selvaggia, in un ennesimo e non necessario rifacimento dei 400 colpi truffautiani senza il talento né lo sguardo di Truffaut, un 400 colpi aggiornato ai tempi del welfare e dell’assistenzialismo sociale e pervasivo. L’autrice sfiora temi colossali e perturbanti, come la follia forse senza remissione e ritorno di un infante, ma non osa davvero addentrarsi nei labirinti senza luce della psiche malata, fallata. Solo un paio di volte sembra voler spaccare le convenzione del genere narrativo ragazzini soli e trascurati che-non-è-colpa-loro-se-fanno-delle cosacce-ignobili, per stendere un referto impassibile dell’indicibile, senza ritrarre lo sguardo dall’abisso. Ma il redentorismo e l’assistentato sociale sociale in forma di cinema da festivàl alla fine vincono, stravincono, scatenando applausi forti nella platea stampa più indulgente.
Allora: una ragazzina di nove anni alquanto tomboy nonostante il viso angelicato, di nome Benni (“mi chiamo Bernadette ma è un nome che odio”), è affetta da non si capisce quale sindrome, fatto sta che è soggetta a esplosive crisi di violenza, incontenibili, pericolose per sé e soprattutto per coloro che le stanno vicino. Benni è un potenziale ordigno distruttore, è ospite fissa di una struttura assistenziale dove fanno quel che possono, cioè poco, per arginarla, la madre non la vuole, le famiglie affidatarie l’hanno respinta al mittente. Ha avuto traumi terribili da piccina, mormorano le brave signore e i bravi signori che si prendono cura di lei nella struttura specializzata, le pemevano sulla faccia i pannolini (come si faceva una volta coi gatti che sporcavano fuori posto). Ma basta questo orrore come spiega e pezza giustificativa? Finché arriva un tosto ragazzone che ama parecchio la boxe e supponiano con un passato in qualche corpo speciale di polizia o esercito per come lo vediamo aduso alla gestione dei momenti di crisi e a ogni cimento fisico, il primo tra gli educatori-specialisti del centro a incutere un po’ di rispettoso timore e fors’anche a esercitare un certo fascino su Benni. Quando ormai tutti disperano di trovare una cura, lui ha l’idea di portarla con sé in una sua capanna nei boschi per un paio di settimane di vita selvaggia. Secondo l’eterno sogno teutonico della natura salvifica e riparatrice, quello che ha partorito a inizio Novecento i Wandervögel e più tardi ogni possibile variante verde-ecologista. L’idea sembra funzionare. Sembra. Perché poi Benni cadrà di nuovo in preda dei suoi istinti violenti e si sfiorerà la tragedia vera. Il film, assai prevedibile nel la sua drammaturgia, ha l’intuizione di mettere al proprio centro la questione di un bambina, di una bambina in preda alla psicosi, forse irrecuperabile. Interrogandosi e interrogandoci sul che fare. A fallire è però l’approccio dell’autrice, il suo sguardo condiscendete, il tono sempre mieloso e sentimentalista, l’incapacità di guardare impassibile al Male al lavoro registrandolo per quello che è. Prendendone atto. Ma bisogna essere almeno la tosta Lynn Ramsey, lei sì una grande regista, di A proposito di Kevin per affrontare con coraggio un ragazzino dalla psiche deragliata senza distogliere gli occhi.
Si spera per un attimo in una finale che non sia la solita maldestra citazione di quello dei 400 colpi. Ma siamo in un film tedesco da Berlinale, inevitabilmente intriso di tutte le migliori, ovvero pessime, intenzioni del mondo. Compaiono spesso in corso d’opera dissolvenze in rosa e fucsia, e anche questo l’autrice ce lo poteva risparmiare.

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3 risposte a Berlinale 2019. Recensione: SYSTEMSPRENGER (System Crasher), un film di Nora Fingscheidt. Se questo è il cinema al femminile

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  3. Anonimo scrive:

    Signor Locatelli che tristezza lei non sa proprio scrivere oltre ad essere un concentrato di luoghi comuni e pregiudizi…la paga qualcuno per diffondere ignoranza o è una sua iniziativa? Spero la seconda

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