Berlinale 2019. Recensione: GRÂCE À DIEU (Grazie a Dio) di François Ozon: a oggi film migliore del festival. Raccontare la pedofilia nella Chiesa senza la rozzezza di Spotlight

Grâce à Dieu (By the Grace of God), un film di François Ozon. Con Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Eric Caravaca, Bernard Verley, Josiane Balasko. Competition.
Il grande eclettico Ozon ci spiazza ancora una volta affrontando e adottando i modi del cinema di denuncia. Raccontando i casi di pedofilia successi nella diocesi di Lione il regista dell’Amant double realizza un’opera sapiente, perfettamente costruita, meticolosa e insieme potente ed evocativa. Un film-cattedrale che nei momenti più alti ci trasmette il senso del sacro e della sua profanazione. Da Orso. Voto 8 e mezzo
Si trema a ogni annuncio di film sulla pedofilia nella Chiesa. Perché dopo il corrivo benché premiato con l’Oscar Spotlight c’è da temere il peggio per grossolanità di analisi. Per l’uso e l’abuso di quello che ormai si è cristallizzato come un cliché anticattolico: la figura dell’anziano prete corrotto e lubrico che allunga le mano sul chierichetto in sacrestia, sugli scouts al camp, sulle voci bianche del coro. Intendiamoci, la pedofilia nella Chiesa è stata ed è piaga devastante e ampiamente documentata dai molti casi emersi nelle ultime decadi, condannata senza ambiguità dallo stesso papa Francesco. E però il rischio è che la si usi come clava antipapista e anticristiana, che si riduca la Chiesa di Roma a questa narrazione di preti infoiati di ragazzini impuberi, che la pedofilia venga vista come un vizio intrinseco allo stesso e cristianesimo romano, una tabe e una tara a esso consustanziale. Francois Ozon si inoltra su questo scivolosissimo terreno partendo da fatti accaduti e firma la migliore opera possibile, oggi, sulla pedofilia nella Chiesa, correndo tutti i rischi che un tema tanto complesso e saturo di implicazioni, e complicazioni, si porta dietro, e vincendo la sfida. “Da tempo volevo girare un film sugli uomini”, ha spiegato (cito a memoria) in conferenza stampa doo il press screening di Grâce à Dieu, “poi sono capitato su La parola liberata (il sito che si è posto come riferimento per le denunce contro il prete pedofilo al centro del film, ndr) e ho capito di aver trovato il soggetto giusto”. Ozon racconta del caso che ha squassato la diocesi di Lione, quello di padre Bernard Peyrat, abusatore per edcenni di ragazzini a lui affidati. E il mese prossimo ci sarà la sentenza contro l’arcivescovo Barbarin, il suo superiore, accusato di avere coperto i misfatti del sacredote pedofilo senza rimuoverlo. Certo non ci si sarebbe mai aspettati che Ozon si misurasse con qualcosa di così poderosamente attuale, con la cronaca, con la storia recente, secondo modalità che in apparenza sono quelli del cinema civile, del cinema di impegno, del cinema di denuncia. Cifra che non gli è mai appartenuta. Eppure, sotto e oltre questo involucro formale, Ozon costruisce un altro film, tesse un’altra rete di segni, dissemina e distribuisce ambiguità, perplessità e ombre e chiriscuri, in perfetta coerenza con il suo cinema della doppiezza (davvero L’amant double è un film manifesto fino dal titolo). Film enorme, anche per la dismisura – si sfiorano le due ore e venti -, per la meticolosa ricostruzione dei fatti, per come il realistico incontra il simbolico: soprattutto nella prima parte, magnifica, la migliore, quella che ruota intorno al personaggio di Alexandre, dove Ozon ci fa percepire attraverso la ritualità e l’apparato di forme del cattolicesimo il senso del sacro. Sacro la cui profanazione è, nel fondo, il tema di questo film, solo al suo primo strato di denuncia, o di inchiesta, alla Spotlight. Bisognerà rivederlo, per decifrare meglio la complessità di questa opera-cattedrale pazientemente architettata da un regista al culimine della sua capacità di inventare cinema (e chissà se stavolta vincerà finalmente un festival: non è mai successo, come a Almodovar, come a Larrain, e sarebbe ora di rimediare). Quanto Grazie a Dio sia poco convenzionale lo si vede anche dall’anomala costruzione drammaturgica, una staffetta di tre protagonisti. che alal fine confluiscono in un affresco plurale. Si comincia con Alexandre, il primo a denciare gli abusi subiti da padre Peyrat. Si prosegue con François, il più determinato e militante nella denuncia. Si arriva a Emmanuel, il terzo uomo, il terzo ex ragazzino vittima di cui apprendiamo la storia. E la naturalezza con cui Ozon riesce a fluidicare il film passando dall’uno all’altro ancora senza ricorrere alla banale divisione in capitoli è impressionante, e ulteriore indizio della sua piena maturità d’autore.
Tutto si muove dall’indignazione di Alexandre, quarantenne, banchiere, cattolico credente e praticante, sposato con cinque figli, quando apprende che père Peyrat, il prete che lo ha abusato, non è ancora stato estromesso dalla Chiesa, non è mai stato sanzionato né nantomeno condannato, anzi continua a lavorare con i più piccoli come catechista. Alexandre va dall’arcivescovo Barbarin, ma non ottiene niente di concreto, finché decide di rivolgersi alla magistratura. Da lì si scatena un effetto-valanga, la sua mossa indurrà altri che furono abusati da bambini dallo stesso sacerdote a uscire allo scoperto, a ricordare, a denunciare. Viene fondato un gruppo, La parola liberata, per fare pressione sulla Chiesa e le istituzioni perché siano punite le colpe e coloro che non sono intervenuti e avrebbero dovuto farlo (la sentenza su Barbarin è attesa il prossimo 7 marzo). Ozon procede con la massima cautela, senza stabilire mai una meccanica relazione di causa-effetto tra ciò che accadde e le ustioni, le ferite di quei ragazzini ora adulti. Constata. Descrive. Dipana il suo groviglio di esistenze e sofferenze muovendosi avanti e indietro nel tempo, tessendo una trama di mille fili. Entra nelle storie dei suoi tre uomini protagonisti senza tacerne contraddizioni e debolezze (il narcisismo di François che lo porta a scontrarsi con il fratello, l’incomunicabilità tra Emmanuel e il padre). Nessuno è perfetto in questo film, le stesse vittime grondano di umanità e fragilità. Il tocco di Ozon, quel suo suggerire e alludere oltre ciò che ci viene mostrato, lo si avverte in momenti come gli incontri tra le vittime e l’abusatore, e sono sguardi, parole, silenzi che raggelano. Con un attore, Bernard Verley (era in L’amore nel pomeriggio di Rohmer) quale sacerdote pedofilo che occupa lo schermo con una performance ipnotizzante per ambiguità e lascivia.
Muovendosi su un terreno tanto difficile, e con la necessità, in primis etica, di dare voce e spazio alle vitime, alle loro storie, alle loro ragioni, Ozon non può che scegliere in molti passaggi la strada dello stretto realismo. Ma quando ce la fa a innescare un cinema di visioni ed evocazioni, allora Grâce à Dieu sfiora il risultato assoluto. In tutta la parte dedicata ad Alexandre, alla sua famiglia, al suo ambiente cattolico, alla sua Lione altoborghese, alle felpate atmosfere dell’arcivescovado, si respira grande cinema. Quell’apertura, con il vescovo per così dire in alta uniforme che avanza lungo la navata della catedrale per poi affacciarsi sulla città ai suoi piedi ci mostra quell’unione di terreno e celeste che Ozon cercherà di rintracciare in ogni parte successiva. Ed è mirabile il ritratto da vicino e dal di dentro di quel cattolicesimo francese altoborghese, colto, riservato, trattenuto e intransigente. Spira un che di bressoniano, mentre la famiglia di Alexandre (Melvil Poupaud), la sua faccia tersa e trasparente, i cinque figli, la moglie bionda e perfetta mi hanno ricordato il film più bello di Rohmer, La mia notte con Maud, quando Trintignant durante la natalizia messa di mezzanotte a Clermont Ferrand si innamora al primo sguardo dell’angelicata Marie Christine Barrault. Per la quale lascerà l’amante Maud e fonderà una famiglia perfetta e benedetta. Ozon non è Chabrol, non ha il gusto di indagare il vizio nascosto sotto le coltri del perbenisimo di provincia nonostante racconti una storia sordida. È troppo disincantato per pensare che il Male si annidi solo nelle istituzioni e nelle classi al potere e, in fondo, a lui più che denunciare interessa il dolore delle vittime, le conseguenze del peccato su chi l’ha subito. A oggi nessun film del concorso, finoradi una mediocrità allarmante (si è visto ieri Fatih Akin: sconvolgente, e non so se sia un elogio), può neanche alla lontana contendergli un riconoscimento importante.

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