Berlinale 2019. Recensione: ÖNDÖG, un film di Wang Quan’an. Una donna nelle steppe mongole

Öndög un film di Wang Quan’an. Con Dulamjav Enkhtaivan, Aorigeletu, Norovsambuu Batmunkh, Gangtemuer Arild. Competition.
Molto applaudito dal pubblico, molto amato dai critici. Un film mongolo (ma il regista è cinese, già vincitore di un Orso d’oro a Berlino) dallo stile austero e rarefatto, e di panorami di bellezza esagerata, quasi pornografica. Con storie minime cheman mano si intrecciano in una narrazione forte. Con al centro una donna pastora-cacciatrice risoluta e indipendente. Indiziato per un qualche premio. Voto 6 e mezzo
Non leggo mai le classifiche dei film concorso ai vari festival pubblicati e puntualmente aggiornate da magazine specializzati: per non farmi influenzare, e perché le mie valutazioni spesso, anzi sempre, divergono clamorosamente rispetto a quelle dei critici internazionali interpellati. Poco però fa ho ceduto, mi sono trovato a portata di mano una copia di Screen e non ce l’ho fatta a non aprirlo alla pagina fatale, quella delle stelle e dellc croci, ovvero delle promozioni e delle bocciature. E subito mi sono scattate rabbia e indignazione (con, temo, susseguente sbalzo di pressione) vedendo in testa ai favori il mongolo Öndög. Incredibilmente preferito a Grâce à Dieu di Ozon, di gran lunga il meglio visto finora nella competition e unico serio candidato alla vittoria finale. Ma si può? C’è solo da sperare che la giuria presieduta da Juliette Binoche non legga la classifica. Dunque: Öndög. Che, se ho ben capito, sarebbe nella narrazione popolare mongola l’uovo del dinosauro, simbolo di fertilità, potenza ecc. Intendiamoci, film degnisssimo, una discreta sorpresa, ma non roba da Orso. Molto gradito dal pubblico, molto applaudito, di quei film etnici furbissimi e irresistibili destinati  a fare molta strada (come il macedone Petrunya, altra successo inaspettato del concorso). Scommettiamo che su Öndög pioveranno premi e inviti da parte di festival di tutto il mondo? Che poi il regista, il cinese Wang Quan’an, è un signore di solido mestiere con molti riconoscimenti alle spalle, e assai amato dalla Berlinale. Dove ha vinto l’Orso d’oro nel 2006 con Il matrimonio di Tuya, film arrivato perfino in Italia (oggi sarebbe impensabile), e poi più volte in concorso, come nel 2012 con il fluviale The Deer Plain, epic sui passaggi storici della Cina novecentesca. Non sbaglia neanche stavolta, portando al Palast un altro film, come Tuya, di ambiente mongolo, e dunque ecco steppe senza confini, cieli immensi, vento a piegare l’erba, fieri cavalli selvaggi, yurte di meraviglioso design spontaneo, insomma tutto quanto lo spettatore d’Occidente mai sazio di esotismi si aspetta da un film mongolo. Con l’asuto Wang Quan’an che ci dà dentro con inquadrature magnifiche su grandissimo schermo sfiorando, e qualche volta andando anche oltre, il porno paesaggistico. Però controllo sicurissimo della macchina da presa, e della macchina da cinema tutta. Altro che film etno-ingenuo. Se in The Deer Plain puntava sull’epica, qui, almeno nella pima parte, va di contemplazione e sottrazione e rigore, inquadrature fisse e purissime sulle ipnotiche pianure mongole (ma è Mongolia interna di appartenenza cinese o quella indipendente? Il presskit non aiuta a chiarire l’enigma) e lunghi silenzi. Con naturalmente l’ululato del vento e delle bestie selvagge sullo sfondo. Con figure e figurine che sembrano ingoiate dall’immensità di cielo e terra, ma che a poco a poco, e sta pure in questo la sapienza professionale di Wang Quan’an, si fanno personaggi veri, disegnando una narrazione, anzi plurime minuscole storie che finiscono con il convergere e intersecarsi.
Nel mezzo della piana viene trovato il cadavere nudo di una donna assassinata. Intorno liupi affanati, una pastora-cacciatrice in sella a un dromedario (o è un cammello?), mentre un poliziottino giovane e inesperto viene comandato a vegliare il corpo in attesa che arrivi il medico legale. Scende la notte, arriva il gelo, spira la bufera. Il giovanottino si ritrova fianco a fianco con la furba e esperta pastora-cacciatrice che, dopo aver intuito come sotto quella goffa divisa ci sia un corpo appetibile, pronttamente lo seduce in allegria (un ritratto di donna forte che ricorda da vicino la Tuya del film Orso d’oro 2006). Intanto un brav’uomo benché alcolista e femminiere seriale fa invano la corte alla signora di cui è da sempre innamorato. Tutte le vite e i destini convergeranno, verrà incarcerato l’assassino, si formeranno due coppie imprvedibili. Con la pastora-cacciatrice che si dinostra una fine stratega in fatto di amori e conquiste. Un film dallo stile austero e perfino raggelato, ma con personaggi benissimno disegnati e vitali cui alla fine ci si affeziona. Qualcuno partirà per la città, altri resteramno nella steppa. Troppo piacione per essere davvero quel gran film che aspira a essere, ma non ci sarebbe da stupursi se Öndög uscisse nella roulette del palmarès.

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