Berlinale 2019. Recensione: ‘God Exists, Her Name is Petrunya’, Dio esiste, si chiama Petrunya: un film di Teona Strugar Mitevska. Femminismi macedoni

God Exists, Her Name is Petrunya (Dio esiste, il suo nome è Petrunya; titolo originale Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija), un film di Teona Strugar Mitevska. Con Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Violeta Shapkovska. Competition.
Viene dalla Macedonia uno dei film più applauditi del concorso. Molto ben piazzato per un premio. Di quelle storie in cui donne coraggiose lottano contro le regole patriarcali di un mondo non proprio allineato alla modernità dei diritti. Stavolta siamo in Macedonia, e dunque la cosa assume i toni della commedia balcanica alla Kusturica. Una ragazza di nome Petrunya partecipa a un sacro torneo tradizionale e vince. Ma i maschi si rivoltano, perché mai le donne sono state ammesse in gara. Il film tiene bene per mezz’ora, poi si ingorga in un’ossessiva ripetitività. Ma sarà un successo mondiale. Voto 6 meno
Colossale successo di pubblico e di critica (locuzione assai in uso fino a una trentina di anni fa, adesso un fossile linguistico). Anche la stampa difatti ad applaudire fragorosamente questo fim macedone che sulla carta sembrava essere il parente povero del concorso e se ne esce invece come una rivelazione. Tanto che potrebbe vincere qualcosa di importante – si sussurra nei corridoi del Palast e dell’Hyatt perfino di Orso d’oro, e sarebbe francamente troppo – e decollare verso una carriera internazionale arthouse. Il che per la cinematografia macedone sarebbe un evento storico. Di quei film astuti e con il messaggio giusto e virtuoso – sta per politicamente corretto – incorporato, che in nome dei diritti delle donne se la prendono con il patriarcato etnicamente radicato, la religione, i poteri, la polizia, le istituzioni, la famiglia, messaggio però servito stavolta in chiave di commmedia balcanica alla Kusturica dove tutti urlano, litigano, si ubriacano di grappe locali, i maschi son brutali e violenti a parte qualche raro angelico rappresentante (subito sospettato di frociaggine, ovviamente). Una mistura etnofemminista di quelle che alla Berlinale funzionano sempre benissimo. E però. Dopo aver esaurito nella prima mezz’ora la sua furba idea narrativa, Dio esiste, il suo nome è Petrunya (titolo ruffianissimo) si sgonfia, si ripete, annaspa, gira in tondo, si allunga inutilmente cercando un finale che non trova. Ma ci vuole ben altro a raffreddare gli entusiasti dei politicamene corretto. Anche perché bisogna ammettere che il film è assai divertente fin quando non imbocca il suo vicolo cieco, le figure e figurine sono tutte ben disegnate benché a una sola dimensione, e l’attrice protagonista, nome Zorica Nusheva, è semplicemente fantastica, lei sì che si meriterebbe un premio.
Siamo in una cittadiina o villaggio macedone di religione ortodossa, la lingua è scritta in caratteri cirillici, ne desumo che non siamo nella comunità greca ma in quella serba o bulgara (direte: chissenefrega? Invece per me, scusate, essere precisi su queste cose delicate è importante). Dunque, Petrunya o Petrunija ha 32 anni, non ha un marito, non ha un fidanzato, continua ad abitare con i genitori, si è laureata in storia (“Storia mecedone? Alesandro Magno?”, le chiedono, e lei: “No, sulla rivoluzione cinese”) e ovviamente non trova lavoro. Penalizzata anche dall’essere un bel po’ in sovrappeso, e fa niente se lei è di quelle ragazze non magre ma di splendente carnalità e dalla pelle freschissima, insomma uno spettacolo. Però i colloqui di lavoro vanno tutti male (devi tirarti giù l’età, dire che hai 25 anni, la istruisce la mamma impicciona), compreso l’ultimo con il manager stronzo di una fabbrichetta tessile. Finché arriva il giorno della riscossa. Tradizione secolare vuole che il pope ogni anno in un certo giorno (d’inverno) dia il via a torneo speciale tra i maschi del paese. Vincitore sarà colui che buttandosi nelle acque gelide nel fiume recupererà prima degli altri una croce di legno lanciata dall’alto della riva dal barbuto prete. Succede che Petrunya, spinta da irresistibile quanto oscuro impulso, si butti pure lei aggiudicandosi il trofeo. Figurarsi. I maschi urlano al tradimento della tradizione, alla profanazione, giacché alle donne non è mai stato perrmesso di partecipare alla dacra gara. Petrunya si impunta, scappa con la sua croce-trofeo e di quel diritto alla vittoria fa una battaglia, non solo personale. Verrà denunciata, portata al posto di polizia, mentre il branco dei maschi cerca di dare l’assalto e impossessarsi della croce. Con una giornalista televisiva che fiutabndo la notizia monta la faccenda, sostenendo ovviamente Petrunya. Con lei sì sotto assedio, ma che trova in un poliziotto gentile e ovviamente bello un inaspettato alleato. Carinissimo e godibile per mezz’ora, poi prevale il peso ideologico, lo slancio declamatorio-veterofemminista, e il film si ingorga. Peccato, perché con sceneggiatura che non si fosse limitata a replicare all’infinito le schermaglie di partenza il film avrebbe raggiunto ben altri risultati. Della categoria: cose etniche che mostrano donne conculcate variamente in lotta contro il patriarcato e uomini invariabilmente stronzi e di tossica mascolinità. Ne abbiamo visti decine di film così, fors’anche centinaia, sempre lo stesso schema, cambia solo il contesto. E il paesaggio. Film che hanno un successo festivaliero immediato, gratificano gli spettatori d’Occidente sempre vogliosi di indignarsi per cause esotiche, e che magari arrivano pure in finale di Oscar categoria lingua straniera, solo che l’anno dopo chi se li ricorda più. Avete in mente il turco (di coproduzione francese, e la cosa conta) Mustang che incantò la Quinzaine di Cannes e, se cirdo bene, entrò nella shortlist degli Oscar? Ecco, Petunya è quel genere. Spero non gli diano l’Orso penalizzando i meritevoli. Che sono Synonymes dell’israeliano Nadav Lapid (ogni giorno che passa sale nella mia stima), Grâce à Dieu di François Ozon e So Long, My Son del cinese Wang Xiaoshuai.

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