Berlinale 2019. Orso d’oro al film migliore, Synonymes. Tutti i premi (e stavolta la giuria ha fatto la cosa giusta)

Il regista israeliano Nadav Lapid. A lui l’Orso d’oro per Synonymes

Dopo i disastri dell’anno scorso, quando la giuria sciagurata presieduta da Tom Tykwer assegnò l’Orso d’oro al peggio del peggio in concorso, Touch Me Not di Adina Pintilie, stavolta incredibilmente si è premiato il film più bello. Viva Juliette (Binoche) presidente di giuria. L’Orso d’oro va all’israeliano Synonymes di Navad Lapid, non riconciliato, non piacione, aspro, assai personale, idiosincratico, che non assomiglia a nessuna delle cose in circolazione, una commedia lunatica e urticante su un giovane uomo deciso a ripudiare il suo essere israeliano per diventare francese. Tema enorme e sensibile, con un attore-rivelazione che si chiama Tom Mercier (segnatevi il nome, ne risentiremo parlare). Che dire? Visto che temevo il peggio, tipo l’Orso al macedone femminista Dio esiste, si chiama Petrunya ‘perché il cinema delle donne va supportato’, son qui ancora scosso e felicemente incredulo di tanto miracolo a Berlino. Doppio miracolo, perché anche il secondo riconoscimento in ordine di importanza, l’Orso d’argento-Gran premio della giuria va all’altro bellissimo del concorso, Grâce à Dieu di François Ozon, un maestro ormai. Spiace solo che ancora una volta esca da un festival senza il massimo riconoscimento (ma per autori consolidati come lui forse un premio non è così fondamentale; del resto sta in buona compagnia, nemmeno Almodovar e Larrain hanno mai vinto palme, orsi e leoni).
Palmarès quasi impeccabile. Quasi. Solo due premi sono decisamente sballati, il che per un verdetto festivaliero è fatto straordinario (le giurie son capaci di disastri inenarrabili). Il primo errore: l’Orso d’argento-Premio Alfred Bauer “per un film che apre nuove prospettive” al tedesco e un po’ argentino Systemsprenger (System Crasher) di Nora Fingscheidt, che butta via la storia importante e potenzialmente esplosiva di una ragazzina (forse) psicotica e soggetta a crisi di violenza incontenibile. Poteva essere un resoconto perturbante di una caso clinico estremo, diventa il solito film ‘al femminile’ da assistentato sociale in forma cinematografica. Secondo errore, ma minore trattandosi di un premio tecnico:  l’Orso d’argento per lo speciale contributo artistico a Rasmus Vudeabekl, direttore della fotografia dell’abbastanza tremendo svedese-norvegese Out Stealing Horses, un tonitruante racconto di formazione in mezzo a rudi boscaioli scandinavi con colpe e traumi che riemergono dal passato. Un thriller psicologico girato nei modi gonfi e adrenalinici dell’action, ma si può? Per cose così ci voleva un regista più fine del pure lui assai rude Hans Petter Moland, quello del sopravvalutato In ordine di sparizione.
Il resto bene, quasi bene o benissimo. Quasi bene: l’Orso d’argento per la sceneggiatura a Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi e Roberto Saviano per La paranza dei bambini, film che non ho amato e al di sotto delle attese. La sceneggiatura non è nemmeno in my opinion il lato migliore dell’operazione. Premio che certo non mi scandalizza ma che, se mi è concessa un po’ di perfidia, credo sia soprattutto un riconoscimento a Roberto Saviano, che in Germania è una star riverita. Irragionevolmente in Italia si aspettava – l’ho dedotto da certi post su Facebook e Twitter – l’Orso d’oro, ma qui a Berlino s’era capito benissimo che La paranza non era tra i meglio piazzati. Bastava dare un’occhiata ai siti stranieri per rendersi conto che a circolare erano altri titoli (e bastava dare un’occhiata a certe recensioni non entusiaste anzi perplesse, come quelle di Variety e del Guardian). Dunque non lamentiamoci, non urliamo all’Orso rubato, che ci è andata di lusso. Da sottoscrivere senza riserve i premi come migliore attrice e attore ai due protagonisti dell’epic cinese con implicazioni di famiglia So Long, My Son, fino a poche ore fa dato tra i candidati all’Orso. Meravigliosi e commoventi sia lui (Wang Jingchuan) sia lei (Yong Mei) quali genitori dolenti che perdono in modo tragico l’unico loro figlio concesso dalla sciagurata politica demografica del regime. Soprattutto è strepitoso lui nella parte di un everyman, gran lavoratore, travolto ma non sconfitto dalla storia e dal lutto. Ad Angela Schanelec, esponente dell’ormai storico movimento cinematografico rubricato alla voce Scuola di Berlino, va l’Orso d’argento per la migliore regia. Il suo I Was at Home, but è di gran lunga il migliore film femminile del concorso, una regia secca e rigorosa nel mettere in scena la storia (amletica?) di una donna rimasta senza marito e con due figli complicati a carico. Il grande sconfitto, visto che fino a poche ore dalla premiazione lo si dava posizionatissimo, resta il macedone Dio esiste, si chiama Petrunya. Bene ha fatto la giuria a non cadere nell’ennesima trappola etnofeminista di un film assai godibile, ma replica di infiniti altri già visti. Qualcosa da recriminare avrebbero se mai il turco Emin Alper per il suo Racconto di tre sorelle e il canadese Denis Côté per Répertoire des villes disparues, entrambi belli, entrambi esclusi dal palmarès. Quanto a Fatih Akin e al suo Il guanto d’oro (The Golden Glove), non era pensabile che potesse avere un premio importante: troppo divisivo, troppo eticamente equivoco benché di strepitosa sapienza registica. Intanto buonanotte e se qualche anima buona e coraggiosa importerà in Italia Sinonimi non perdetevelo.
NOTA: alla Berlinale tutti i premi ufficiali che non sono l’Orso d’oro portano la dicitura Orso d’argento. Dicitura che quindi non sta per secondo premio in ordine di importanza, come erroneamente e sciattamente si ostinano a scrivere o a far credere certi giornali italiani.

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