Berlinale 2019. Recensione: RÉPERTOIRE DES VILLES DISPARUES, un film di Denis Côté. La neve e i revenant

Répertoire des villes disparues (Ghost Town Anthology – Repertorio delle città scomparse) di Denis Côté. Con Robert Naylor, Josée Deschênes, Jean-Michel Anctil, Larissa Corriveau, Rémi Goulet. Competition.
Strani fenomeni in un villagio nevoso del Québec, strane, fantasmatiche presenze. Il canadese Denis Côté realizza il suo film migliore usando la ghost story e il genere revenant in chiave psicologica per raccontare il dolore, il lutto, la perdita. Voto 7
E’ il quarto film del canadese Denis Côté che vedo (tre in varie Berlinali, uno a Locarno) e qusto devo dire è il suo più convincente. Di quei registi che tio sembra stiano sempre nella terra di mezzo, nella zona grigia tra la qualunquità e la gloria. Stavolta però Côté ce la a impremere un segno autoriale nitido, se non fortissimo, al suo lavoro. In un villaggio del Québec a casa di Dio, neve e piatto grigiore intorno, foschie e nebbie a nascoindere il già pallido sole, un’economia sull’orlo del collasso, vivono 215 anime. Simon, un ragazzo molto amato da tutti, si fracassa con la sua macchina, una morte che destruttura gli equilibri in famiglia e nell’intera comunità. Il fratello vuole capire di più, sospetta il suicidio, invoca disperatamente un segno da parte di Simon. Strani fenomeni intanto si susseguono, mistriose presenze, fantasmi forse. Non sto a dire altro, se non che i morti continuano a ritornare. Il villaggio è popolato di revenants che si nascondono ai vivi. Con intelligenza e finezza Côté affronta a modo suo uno dei modi forti del cinema di oggi, la commistione tra cinema autoriale e di genere, e lo fa con un equilibrio mirabile, tra ghost story e zombie movies. Enucleando nel suo racconto collettivo quello che ne è uno dei nodi psichici del genere, al di là della sua spettacolarità crudele e orrorifica (che Repertorio delle città scomparse – meraviglioso titolo – evita del tutto), il bisogno dei vivi che i loro morti tornino in qualche modo accanto a loro l’illusione che la morte non sia per sempre. In una fluidità tra mondo di qua e mondo delle ombre che ricorda da vicino i film migliori di Kiyoshi Kurosawa. Ma nel disperato bisogno nel fratello sopravvissuto di rivedere Simon, di parlargli, di connettersi a lui io – sarò pazzo, ma a fine festival può capitare con 45 film visti sulle spalle – ho ritrovato qualcosa del finale del capolavorissimo Ordet di Dreyer, anno 1955, per strana coincidenza riproiettato in questa Berlinale in versione restarata. Quando la madre risorge per miracolo concesso da Dio a chi ne piangeva la morte.

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