Berlinale 2019. Recensione: SYNONYMES (Sinonimi) di Nadav Lapid. Eccolo, il grande film

Synonymes (Synonyms), un film dik Nadav Lapid. Con Tom Mercier, Quentin Dolmaire, Louise Chevillotte. Competition.
E se fosse questo il miglior film del concorso? Anzi della Berlinale 69? Di sicuro quello che mi ha folgorato. Nadav Lapid costruisce una commedia lunare e lunatica, acre e rabbiosa, su un ventenne deciso a ripudiare la sua identità israeliana e farsi francese a Parigi. Un film  incendiario, cerebrale e fisico, che si identifica nelle parole e nel corpo del suo protagonista (uno strepitoso attore-rivelazione di nome Tom Mercier). Film ambiguo, doppio, oscillante tra due patrie, due lingue, due identitài sessuali. Voto 8 e mezzo
Il film di gran lunga migliore del concorso (insieme a Grâce à Dieu di Ozon) arriva in sottofinale di festival, spiazza buona parte dei critici italiani, accende di entusiasmo certi recensori anglofoni. Io Sinonimi l’ho adorato, e sia prova inoppugnabile quanto ho postato su Facebook appena uscito dalla sala, quando ancora non s’era letto in rete uno straccio di commento. Una commedia lunatica e lunare, punk come amano dire oltre il Canale e l’Atlantico, non per caso coprodotta dalla Maren Ade di Toni Erdmann, con cui questo Synonymes ha qualche punto di contatto, almeno nella scelta dell’apparente assurdo, dei continui paradossi e delle sconnessioni narrative, dell’erraticità del protagonista. Qui un giovane uomo di impressionante, eloquente fisicità che si fa linguaggio corporale e quasi slapstick a raccontare questioni di massima serietà e incandescenza (l’identità, l’appartenenza a Israele e all’ebraismo).
Il quarantatreenne regista israeliano Nadav Lapid aveva qualche anno fa folgorato Locarno con il suo Hashoter/Policeman, rabbioso j’accuse contro certa cultura muscolare del proprio paese, quella che si incarna nel suo esercito, Tsahal, nei suoi uomini decisi in divisa. Lapid credo sia stato segnato dalla propria esperienza militare, tanto da riversarla sia in Policeman che in questo Sinonimi quale passato traumatico, ma fondativo nel bene e nel male, e ineludibile, dei suoi protagonisti. Che complessità e stratificazioni e molteplicità di senso, e sensi, in questo strepitoso film urlante e esagitato, di coerente e translucida follia, dove si intrecciano e collidono testi e sottotesti. E che lancinanti furori, che ferite nel corpo e nell’anima del suo paradigmatico main character. Un film che è un corpo a corpo furibondo, anche con lo spettatore, e che continua a lavorarti dentro a giorni dalla visione (almeno è quanto sta capitando a me), e ogni giorno che passa ti cresce nella memoria.
Il poco più che ventenne israeliano Yoav, reduce da una ferma nelle forze speciali (così almeno lasciano intuire un paio di flashback) che deve averlo segnato anche se non sappiamo il perché, decide di lasciare il suo paese, anzi di ripudiarlo, e vola a Parigi convinto a farsi francese. Basta con l’identità nazionale, con l’appartenenza a una patria non amata (anche se non ce ne comunica le ragioni), Yoav vuole rinascere a Parigi. Parlerà solo francese, mai più l’ebraico (“Mio nonno, quando la sua famiglia rimasta in Lituania fu annientata nella Shoah, decise che non avrebbe più parlato l’yiddish, solo l’ebraico. Io farò altrettanto, cancellando dalla mia vita l’ebraico e parlando francese”). Ci fa venire i brividi, Yoav, perché com’è possibile una scelta tanto radicale? Contro il se stesso israeliano, fors’anche contro il se stesso ebraico, riaprendo con un simile rigetto – per sé e per tutti noi – la sempre bruciante questione ebraica.
Lo vediamo nella lunga sequenza iniziale nudo in un vuoto appartamento parigino farsi del male, immergersi in una vasca di acqua gelata, aprire le finestre, uscire per strada senza niente addosso. Cos’è, un tentato suicidio? Una spoliazione letterale dallo Yoav precedente? (Del resto, non fece lo stesso Francesco d’Assisi quando decise di ripudiare gli agi familiari?). O vuole mostrare al mondo quel suo corpo forgiato secondo l’orgoglio israeliano? L’orgoglio di una patria che si è fondata anche in contrapposizione alla passività degli ebrei della diaspora, alla loro fragilità fisica, alla loro sottomissione forzata, costruendo un homo novus determinato, assertivo, vincente. Yaov studia ossessivamente lemmi e sinonimi, mettendo a punto un francese accademico e artificiale da expat. Ma si può recidere le radici, e fino a che punto ci si può inventare un’altra identità? Sinonimi è queste domande, e l’impossibilità di avere, e dare, delle risposte. Nel suo errare Yoav incontra la strana coppia – che lo salva letteralmente dalle acque: rimando biblico in codice? – formata da Emile, aspirante scrittore, e Caroline, suonatrice di oboe. Emile si innamorerà di Yoav, Yoav (forse) di Caroline. Vivranno e condivideranno parecchio insieme, in un triangolo ambiguo e saturo di non-detto. Chi desidera davvero chi? E perché Yoav non si sottrae all’ammirazione omoerotica di Emile pur non facendoci l’amore? Intanto attraversa di corsa il film e la città, sempre con quella fisicità travolgente (l’attore, strepitoso, si chiama Tom Mercier e dirlo una rivelazione è dire poco: lui è il film, è il corpo del film e il film è il suo corpo). Succedono molte cose che sembra non si incastrino mai a formare una narrazione. Synonymes è destrutturato e frammentato a replicare l’Io diviso e fragile del suo personaggio-guida. Perché Yoav, pur rifiutando Israele, finisce col lavorare nella security dell’ambasciata? E perché quel suo inspiegabile legame, quasi un’alleanza, con l’uomo che è apparentemente il suo opposto ma che è (anche) il suo doppelgänger? Quel massiccio e ipermacho agente segreto israeliano inviato a Parigi con una qualche missione. E che, al contrario di Yoav, dichiara a tutti, sussurrando e urlando nella strepitosa sequenza del métro “Vengo da Israele. E sono ebreo”. Yoav nasconde e rinnega, l’altro, il suo doppio?, afferma e impone. Da che parte sta Lavid, e noi? Tutto è complicato e duplice e ambivalente in questo film. Le due patrie. Le due lingue. La doppia attrazione sessuale. Navad Lapid ha dichiarato il parziale autobiografismo dell’operazione, di essere scappato lui stesso da Israele a Parigi diciassette anni fa deciso come Yoav a farsi francese. Ma Synonymes è di più e va ben oltre l’autofiction. La sua Francia non è quella di due decadi fa, ma è quella, più complicata e rischiosa, di oggi. Percorsa dal rinascente antisemitismo mascherato da antisionismo, dove si ripetono attacchi anche feroci e mortali agli ebrei, da dove sempre più ebrei scappano per paura. “Sono venuto da Israele a proteggere gli ebrei di Francia”, spiega l’agente segreto (ma neanche tanto) allo Yoav convinto invece che la Francia sia il migliore dei mondi possibile. Scoprirà che non è così. Ma non sappiamo quale sarà il suo futuro, se tornerà a casa o resterà. Con un finale che, davanti a una porta chiusa, lascia aperte tutte le domande. Film incendiario e magnifico sullo spaesamento, sull’identità come costrizione o come scelta. Sull’impossibilità di eludere le proprie radici. Anche, un meraviglioso film sulla bellezza delle parole, su come sia così difficile abitare le nuove lingue e abbandonare quelle che ci hanno cresciuto. Synonymes è anche da ascoltare, quando Yoav percorre la città recitando come in una litania un sinonimo dopo l’altro in un francese impeccabile ma che è solo suo, artificiale, impostato, inesistente in natura, come gli ricorda Caroline. Film spezzato e ambiguo anche nel suo essere insieme celebrazione tutta intellettuale della parola e celebrazione del corpo, con i nudi di Yoav (come si fa a non lasciarsi turbare dalla sequenza in cui si prostituisce al fotografo stronzo?) a occupare verrebbe da dire militarmente lo schermo. Adesso aspettiamo il palmarès, e speriamo bene. Intanto, questo pomeriggio gli è stato assegnato il premio Fipresci, l’associazione internazionale dei critici, come migliore film del concorso. Quanto alla sezione Panorama, il Fipresci è andato a Dafne del nostro Federico Bondi. L’ho visto, ma non ho avuto il tempo di scriverne. Spero di rimediare a breve.

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