Berlinale 2019. Recensione: OUT STEALING HORSES, un film di Hans Petter Moland. Coming of age tra i boschi

Out Stealing Horses (Fuori a rubare cavalli; titolo originale Ut og stiæle hester), un film di Hans Petter Moland. Con Stellan Skarsgård, Bjørn Floberg, Tobias Santelmann, Jon Ranes, Danica Curcic. Competition.
Racconto di formazione tra i boschi di Norvegia nella metà del secolo scorso. Donne contese tra maschi alfa e aspiranti tali, fatti di sangue, tradimenti, sensi di colpa, il tutto nella natura selvaggia, tra alberi svettanti, alberi abbattuti e tronchi rotolanti. Drammi e grovigli psicologici incongruamente messi in scena con uno stile muscolare da action. Voto 4 e mezzo
Film norvegese, e anche un po’ svedese per capitali immessi, uscito dalla Berlinale 2019 con l’unico premio che gli si potesse ragionevolmente assegnare, quello del migliore contributo artistico per la fotografia di Rasmus Videbæk. Dargli altro, e di più, sarebbe stata follia, un errore che la giuria presieduta da Juliette Binoche ha saggiamente evitato. Fuori a rubar cavalli, titolo non così strambo come sembra (il giovane protagonista ama difatti dare la caccia con un amico ai puledri bradi), è nella sua essenza un coming of age con al centro il ragazzo Trond, un racconto di formazione nella Norvegia più interna, boschiva e selvaggia che è anche melodramma familiare (di più famiglie) e ricostruzione di pezzi di storia patria novecentesca. Un film dall’architettura narrativa complessa e frastagliata che si snoda tra primi anni Quaranta del Novecento e il 1999, con continui flashback e flashforward a fratturare ogni linearità temporale e a costringere lo spettatore a un sovrappiù di concentrazione e attenzione. Anche se bisogna riconoscere  l’abilità di Hans Petter Moland, sceneggiatore oltre che regista, di non perdersi mai nel labirinto dei molti e reopentini passaggi da un piano all’altro. Tratto dal bestseller Fuori a rubare cavalli del norvegese Per Petterson, pubblicato da noi nel 2010 da Guanda, il film di Moland ne ripercorre fedelmente il tortuoso iter partendo dal 1999, con il protagonista Trond ormai più che sessantenne ritiratosi in una casa di campagna dopo la morte della moglie. Un vicino viene a fargli visita, e attraverso quell’incontro all’inizio apparentemente qualsiasi vien fuori a pezzi il passato. E allora: salto all’estate del 1948, passata dal quindicenne Trond nelle foreste di abeti con il padre boscaiolo. Succederà un fatto di sangue, un ragazzino di nome Lars della casa accanto ucciderà incidentalmente il gemello, e da quel trauma, da quello strappo della normalità, parte la complicata bildung di Trond, il suo faticoso andare verso l’età adulta. C’è dentro molto, troppo e non sempre ben assemblato, in questa storia. Una donna amata sia da Trond che dal padre, in una contesa fin troppo esemplarmente edipica; un fatto tragico ai tempi dell’occupazione nazista della Norvegia che determinerà molti degli avvenimenti successivi; una donna abbandonata per un’altra donna. Amori, passioni, rivalità in famiglia ed extrafamiliari, tradimenti, colpe con e senza espiazione, sensi di colpa incancellabili. Una lunga storia prevalentemente al maschile, di maschi alfa in lotta tra loro per la conquista del territorio e, ebbene sì, della femmina più ambita, tra alberi abbattuti, tronchi rotolanti, scuri, accette, seghe, muscoli sotto le pesanti camicie a scacchi. Un cinema che è spettacolo, celebrazione e nostalgia di una virilità rustica di cui ormai si sono perse le tracce. Ma gli attori dal corpo glamourizzato e levigato di oggi, di una mascolinità artefatta e ricostruita in palestre-laboratorio, non sono in grado di restituire quella fisicità rude e imperfetta, imprimendo a tutto il film un senso di inautenticità (e il problema non è solo di questo Out Stealing Horses). Il regista Hans Petter Moland non trova mai il giusto tocco e la giusta distanza per trattare una storia sospesa tra mistica della forza maschile e lacerazioni interiori bergmaniane, grovigli e tormenti psicologici assai porfondo-nordici. E di questo racconto di formazione privilegia i lati più esteriori, la superficie più infiammabile e infiammata, trasformandolo in un tonitruante susseguirsi di fatti e fattacci rappresentati con un muscolarità visiva e narrativa da action dell’anima. Con una fotografia smaltata a feticizzare e quasi pornograficizzare i paesaggi ovviamente maestosi.
Ne esce un film gonfio e inutilmente adrenalinico il cui nucleo drammatico viene costantemente sacrificato a una messinscena-spettacolo. Del resto non ci si poteva aspettare granché dal regista di In ordine di sparizione, truculento revenge movie tra le nevi presentato con gran successo alla Berlinale 2014 e uscito in Italia nella più totale indifferenza. Poi remakizzato in America dallo stesso Moland con Liam Neeson:  sì, è Un uomo tranquillo uscito nelle nostre sale un paio di weekend fa.

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