Berlinale 2019. Recensione: MONȘTRI. (Mostri.) di Marius Olteanu. Un altro grande film dal cinema rumeno

Monștri. (titolo internazionale Monsters.), un film di Marius Olteanu. Con Judith State, Cristian Popa, Alexandru Protocean, Șerban Pavlu. Forum.
Da Bucarest è sempre cinema formidabile, che sia dei maestri come Mungiu o Puiu o di nomi che si affacciano adesso sulla scena internazionale. Come il Marius Olteanu di questo Monștri., uno dei film-rivelazione della Berlinale. Scene da un matrimonio sfibrato e minato da demoni personali. Prima conosciamo Dana, poi Arthur, poi eccoli insieme recitare per le loro famiglie la commedia della coppia unita. Ma Arthur è omosessuale, e Dana lo sa. Voto 8+
La Romania continua a produrre instancabile ottimi autori e ottimi film: un laboratorio di autorialità con pochi eguali al mondo (le affiancherei Cile, Messico, Argentina, Grecia). Dev’essere l’aria gelida e fina dei Carpazi o quella più pesantemente salmastra del mar Nero, acque peraltro non allegrissime propizie alla riflessività cupa e alla malinconia già dai tempi dell’esule Ovidio. Sarà insomma per queste determinanti storico-ambientali che il cinema in arrivo da quelle parti non perdona, si mostra alieno da ogni piacionismo, privilegiando perlopiù la dissezione anatomica di malesseri individuali e collettivi rispetto alla commedia vitalistica e complice, e a ogni facile escapismo. Fatto è che a ogni festival c’è sempre un film rumeno che si distingue, balza fuori dal mucchio, si issa ai primi posti delle classifiche. Lasciando noi italiani a chiederci sconfortati come mai il nostro cinema, pur più ricco di mezzi e di tradizione, non riesca a fare altrettanto. Presentato nello sterminato (una lista di titoli che non finiva più) benché nobilissimo Forum, la sezione che più esplora e scommette sul cinema che verrà di tutta la Berlinale, Monștri. – sì, con il punto finale – sì è fatto largo con il passaparola innescato da chi per caso o per intuito ce l’ha fatta a intercettarlo – io a una proiezione quasi notturna al Cubix in Alexanderplatz -, vincendo alla fine anche il molto serio premio Fipresci della critica internazionale e assestandosi come una delle rivelazioni del festival.
Scene da un matrimonio in preda al malessere come raccontate infinite volte dal cinema, eppure quanta abilità da parte del quarantenne regista Olteanu nel reinventare una materia narrativa così sdata e a rischio déjà-vu, nel proporre sguardi diversi, nel raddoppiare e moltiplicare i punti di osservazione su come agonizza una coppia, seppur giovane, seppur fondato su un sincero affetto tra le parti. A stupire è la rappresentazione fortemente concettualizzata e quasi astrattamente geometrica di una crisi che si presenta come tante ma, scopriremo, non lo è, crisi indagata da Olteanu in tre blocchi autonomi, tre capitoli a coprire un arco temporale di 24 ore, il primo dedicato a lei, Dana, il secondo a lui, Arthur, il terzo a entrambi, costretti a riunirsi in occasione di una festa di famiglia e a fingere una compattezza che non c’è più. Sono tappe del racconto cui corrisponde il ricorso del regista a diversi formati schermici. Ratio 1:1 (ma a me è parso addirittura in certi passaggi un verticale, anomalo 3:4) per Dana, mostrata in tempo reale in un frammento notturno mentre si fa portare in giro per le strade di Bucarest da un tassista prima estraneo, poi via via più complice, mentre affiorano pur nei modi ellittici adottati da Olteanu la pena di un matrimonio sfibrato, ormai terminale, la paura di tornare a casa e di affrontare l’incontro con l’altro, il bisogno di vagare nella notte in una dimensione fluida e provvisoria che faccia da filtro alla desolazione del reale. Stessa ratio adottata per il frammento-Arthur che immediatamente segue, lo stesso pezzo di notte di Dana ma stavolta esplorato attraverso di lui, mentre con una app di incontri gay si trova un partner e sarà una miserrima avventura da cui uscirà prostrato (una sequenza implacabile per fredda constatività entomologica). Arthur è omosessuale nonostante sia sposato da dieci anni con Dana, e vive lacerato questa sua condizione, peraltro ampiamente conosciuta dalla moglie. Poi la terza parte, in una ratio grande schermo in cui i due formati parziali precedenti si sommano, a rimarcare anche nello spazio dell’inquadratura la riunione dei due dopo quella notte da separati, in fuga uno dall’altra. C’è un battesimo in famiglia da celebrare, Dana e Arthur recitano la parte della coppia nevrotica ma ancora unita, mentre in un incontro con la madre di lui sono costretti ad affrontare i propri demoni personali. Se nelle prime due tappe Monștri si muove nel segno di Antonioni, nella terza Dana+Arthur torna nel solco del cinema rumeno realista come l’abbiamo conosciuto negli ultimi quindici anni attraverso le opere grandi di Mungiu, Puiu e Jude. E si torna nella Romania in perenne e mai compiuto transito tra post comunismo e occidentalizzazione (e precaria democratizzazione), tra familismo e identitarismo nazionale e pulsioni alla fuoruscita individualistica da quelle coordinate tradizionali. Ma rispetto ai maestri riconosciuti del cinema del suo paese Olteanu ha uno sguardo più gelido e scettico, meno partecipe, sui suoi personaggi e il loro mondo, in una nuova oggettività che guarda alle esperienze di Seidl, Lanthimos e Haneke.

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