Recensione: SOFIA di Meryem Benm’Barek. Dal Marocco un gran bel film alla Farhadi

Sofia di Meryem Benm’Barek. Con Maha Alemi, Hamza Khafif, Sarah Perles, Lubna Azabal, Faouzi Bensaïdi. Dal 14 aprile al cinema distribuito da Cineclub Internazionale (ma già in programmazione da qualche giorno in qualche sala, come il Palestrina di Milano).
Una ragazza di Casablanca resta incinta, e cominciano le grandi manovre per costringere il presunto padre alle nozze riparatrici che evitino a entrambi la condanna prevista dalla legge (un anno di reclusione a chi fa sesso fuori dal matrimonio). Sembra il solito benché meritorio film denuncia su donne conculcate in società patriarcal-maschiliste-sessiste. Invece Sofia si trasforma ben presto in una narrazione più complessa, in un’agghiacciante storia di inganni, manipolazioni, menzogne dove nessuno è innocente. In un crescendo di segreti e rivelazioni alla Farhadi, il gran maestro iraniano di Una separazione. Sofia ha ricevuto il premio per la migliore sceneggiatura lo sorso anno a Cannes/Un certain regard. Da non perdere. Voto tra il 7 e l’8.
Da una regista marocchima un piccolo film, assai acuto e per niente scontato, che è stato una delle sorprese di Cannes 71. Giustamente premiato dalla giuria di Un certain regard, la sezione seconda del festival dov’era in programma, per la sceneggiatura. Sceneggiatura che incontestabilmente è il punto di forza – anche le giurie qualche volta ci azzeccano – di Sofia. Un film che sarà visivamente e stilisticamente abbastanza medio e senza guizzi, ma certo assai efficace nel raccontarci e dipanare davanti ai nostri occhi una storia spiazzante. Una di quelle trame di vite qualunque dove si celano segreti inconfessati e dove tutti ingannano tutti, e vittime e sopraffatori, soccombenti e vincitori si scambiano le parti: quelle trame complesse e ambigue di cui l’iraniano Asghar Farhadi è il maestro.
A leggere la sinossi servita sul sito di Cannes 2018 Sofia non prometteva niente, se non il solito racconto appassionato ma inesorabilmente didascalico e di denuncia, e ancora meno promettono le parole apposte a inizio film ove si ricorda come in Marocco (che peraltro ha la legge di famiglia più avanzata – o meno arretrata – del mondo arabo) i rapporti sessuali al di fuori dal matrimonio siano puniti fino a un anno di reclusione. Ecco, ci si dice trattenemdo a stento uno sbadiglio di noia, il solito nobile e necessario ma prevedibile film sulla condizione femminile disagiata in contesti patriarcal-maschilisti. Invece Sofia grazie a Dio dopo una partenza che sembra confermare in pieno il cliché imbocca altre strade più tortuose e drammaturgicamente interessanti.
Sofia, 20 anni, di una famiglia medioborghese di Casablanca, non sposata, non fidanzata, rimane incinta. Se ne accorge solo la cugina medico, che cerca naturamente di proteggerla e tenere nascosta la gravidanza. Ma quando Sofia dovrà correre in ospedale a partorire, la verità salterà fuori. E allora comincia la caccia al padre. Perché è necessario, vitale, che lui e Sofia si sposino al più presto per non rischiare entrambi una condanna penale, e le famiglie l’onta. Il film procede davvero in un crescendo intricatissimo alla Farhadi svelando verità nascoste e menzogne, cortocircuitando e opponendo borghesia e proletariato come nel classico Una separazione del regista iraniano. Pur collocandosi dalla parte della sua protagonista, Sofia non tace contraddizioni, manipolazioni e inganni mostrando una verità plurale, mai a una sola direzione. Un tagliente e disincantato film che mostra come la scarsità di mezzi a disposizione non sia un impedimento al buon cinema. A patto naturalmente che si abbiano idee e cose da dire, e uno sguardo differente sul mondo.
(Recensione che con qualche rimaneggiamento e aggiornamento riprende quella scritta dopo la proiezione a Cannes 2018.)

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