Berlinale 2019. Recensione: MONOS, un film di Alejandro Landes. La foresta dei guerriglieri ragazzini

Monos, un film di Alejandro Landes. Con Julianne Nicholson, Moisés Arias, Sofía Buenaventura, Karen Quintero, Laura Castrillón. Panorama.
Siamo in un angolo remoto della foresta andino-amazzonica, nel campo di addestramento di un manipolo di ragazzini arruolati e trasformati in macchine per uccidere da una misteriosa Organizzazione simile alle Farc. O a Sendero luminoso. Un altro film, come La paranza dei bambini (ma meglio), sull’innocenza perduta. Cinema-spettacolo e insieme studio antropologico di un universo separato, dei suoi riti, delle sopraffazioni, dei giochi di violenza interni e esterni al gruppo. Tra gli Herzog amazzonici e Il signore delle mosche. Una delle rivelazioni della Berlinale (e, prima, del Sundance). Sarà uno dei successi del 2019. Voto tra il 7 e l’8
Uno dei picchi della Berlinale 69. Planato a Panorama, la sezione seconda del festival, direttamente dal Sundance, dopo esserne uscito a fine gennaio con il gran premio della giuria nella categoria World Cinema Dramatic. Pubblico plaudente e critica acclamante, sia al Sundance che a Berlino, indizi di una probabile radiosa carriera internazionale con anche, se tutto girasse per il verso giusto e secondo favorevoli equilibri geopolitici nelle giurie, buone chance nella awards’ season che verrà. Monos esibisce orgogliosamente le proprie stigmate di cinema giovane-indipendente, ma con una sapienza spettacolare e un’abilità di regia e messinscena (e con un mix produttivo internazionale e contributi illustri, come le musiche del Mica Levi di Under the Skin) che lo impongono subito tra i possibili successi del 2019. E che fanno del suo regista, il trentenne e qualcosa Alejandro Landes (brasiliano di nascita, cresciuto tra Ecuador e Colombia, oggi residente a New York) un naturale candidato alla direzione di un qualche prossimo film hollywoodiano collocato alla giusta metà tra autorialità e spendibilità sul mercato. Così implacabilmente ben costruito, Manos, così trascinante nel suo essere un avventuroso benché intriso di idee e riflessioni su natura umana e disumana, da instillare un qualche sospetto di eccessiva astuzia da parte del suo già scafatissimo autore. Oscillante tra cinema di margine e pura exploitation, Monos è per lo spettatore un’esperienza immersiva e multisensoriale dove ogni distanza tra schermo e platea è azzerata. Un film-piovra, un film-gorgo – come quelli disseminati lungo il fiume amazzonico scenario della narrazione – da cui si viene inghiottiti. Se questo sia buon segno o pessimo non saprei dire, certo è che Monos si costituisce come un’esperienza oggi raramente praticabile in sala, con dentro un’enormità di echi e ricordi del cinema popolare del passato, quello che si celebrava e autocelebrava come rito collettivo nel buio per un pubblico fremente e mai sazio di meraviglie e stupori.
Anche qui come in un altro film della Berlinale, l’italiano
La paranza dei bambini, assistiamo a un gruppo di adolescenti, età media 15 anni, trasformati in ciechi automi armati, in macchine per uccidere. Ma quanta lucidità e impassibilità in più rispetto all’indulgenza con cui Claudio Giovannesi guarda ai suoi criminali ragazzini. Sono otto, comprese se ricordo bene un paio di ragazze, e compreso un ragazzo assai macho e testosteronico che non disdegna però qualche accenno di crossdressing (calze a rete e kalashnikov brandito), hanno nomi presi dalle mitologie fumettare, supereroistiche, videoludiche: Patagrande, Rambo, Leidi, Sueca, Pitufo, Lobo, Perro, Bum Bum. Sono una banda, un manipolo di adolescenti guerrieri e guerriglieri che vivono e si preparano alla lotta in un campo di addestramento ai confini del mondo che ricorda quello della Legione straniera (vedi alla voce Beau Travail, film-capolavoro di Claire Denis) o dei molti gruppi e gruppuscoli militari e paramilitari del secolo scorso. Non si sa chi siano davvero, solo che costituiscono una cellula distaccata nella foresta andino-amazzonica della Colombia (o di un paese limitrofo) di quella che viene chiamata l’Organizzazione, si suppone una formazione guerrigliera affine alle Farc o a Sendero Luminoso. C’è un nemico da combattere e da cui guardarsi, le forze regolari dello stato che li bracca in una caccia di terra e di aria, ci sono altre cellule disseminate nella foresta, sulla montagna. Monos, come Monkeys, scimmie. Vivono in tane ricavate nella selvaggeria della natura, tra rivalità personali e ondate di solidale cameratismo. Ogni innocenza è stata loro sottratta per farli diventare soldati ubbidienti e perfetti corpi da offesa. Devono badare a un ostaggio, quella che chiamano la Doctora, una giovane donna americana presumibilmente rapita a scopo di riscatto e rudemente trattata e vigilata.
La prima parte del film, così sospesa e satura di domande (nostre) cui non verrà mai data risposta – chi sono questi ragazzini? sono stati a loro volta rapiti da bambini e sottoposti a un qualche condizionamento fisico-mentale? e qual è mai l’obiettivo dell’organizzazione cui fanno capo? -, è nella sua enigmaticità la migliore. Questi rituali malati di prepotenza e di guerra, queste eplosioni di violenza al di fuori e all’interno del gruppo, diventano la grafia di un disagio, si fanno cronaca di una condizione patologica rovesciata in allucinata normalità, esercitando su di noi il fascino sinistro di un claustrofobico e deragliato film di Yorgos Lanthimos o di Haneke. Le sopraffazioni dell’Organizzazione sulla cellula adolescente, l’autorità del capo ragazzino, prima scelto dall’alto poi autoproclamatosi, spietatamente esercitata sul gruppo dei pari – in un’orizzontalità che si sfascia e si ricompone in linee verticali secondo le immarcescibili, eterne gerarchie di chi sta sopra e chi sta sotto – spingono Monos verso lo studio antropologico e psicopatologico di un universo separato secondo il modello del Signore delle mosche. È impressionante l’abilità con cui Alejandro Landes unisce i codici condivisi e tradizionali dell’action a quelli del cinema etnografico, facendoci respirare la pressione della foresta andino-amazzonica, del suo verde, delle sue pietre, dei suoi cieli e delle sue acque sull’elemento umano. E naturalmente i richiami sono all’Herzog doppio di Aguirre e Fitzcarraldo, al Ciro Guerra di El abrazo de la serpiente, anche al Coppola di Apocalypse Now con il suo Kurtz in preda alla hybris. La foresta come liberazine degli istinti ma pure, specularmente, come prigione, perdizione, condanna. Poi nella sua seconda parte Manos si instrada nel solco del più rassicurante epico-avventuroso, con i tentativi di fuga della Doctora, la discesa per le rapide del grande fiume (sarà già Rio delle Amazzoni?), lo spappolamento dei ranghi fino a quel momento compatti dell’Organizzazione e la dissoluzione della stessa cellula combattente-adolescente. Con i ragazzini che si trasformano ora in carnefici ora in vittime di se stessi e/o dei loro pari, in uno scambio tra i due ruoli continuo e fluido. Fluido come i generi sessuali dei componenti della banda. Tutte le sfumature del maschile e del femminile sono presenti. Maschi-maschi, maschi rambeschi però in collant a rete, ragazze tomboy, con baci gay tra i teen-guerriglieri che un tempo in altre cellule rivoluzionarie di altri contesti sarebbero stati impensabili e che esplicitano tutti i sottintesi omoerotici e le ambiguità del capolavorissimo Beau Travail di Claire Denis cui di sicuro Landes ha guardato. Un altro indizio, questa confusione e liquidità sessuale, di come il regista si muova nella landa desolata del suo film con la massima libertà rispetto agli stereotipi, citando ma poi attraversando e lasciandosi alle spalle gli illustri esempi di tanto cinema del passato, moltiplicando gli sguardi e i punti di osservazione, muovendosi come un demiurgo che manovra i suoi personaggi accentuando il senso di teatralità e di ritualistica rappresentazione nonostante l’approccio apparentemente ipernaturalistico. Si esce dalla sala con la sensazione di aver impattato un oggetto cinematografico alieno, sfuggente, prismatico e insieme familiare. Cinema cosmopolita quanto identitario, localistico, in un’ambivalenza che fa di Monos un prodotto transfrontaliero come il profilo del suo autore brasiliano-colombiano-ecuadoreño-nordamericano. Con un sovrappiù, soprattutto nell’ultima parte, di exploitation, di astuzia spettacolare che fa sorgere un qualche dubbio sul reale status di un film capace comunque di accenderti nei suoi momenti migliori (molti) di passione e meraviglia.

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