Berlinale 2019. Recensione: VARDA PAR AGNÈS, un film di Agnès Varda. La sua vita (non solo) da regista raccontata da lei stessa

Varda par Agnès (Varda by Agnès), un docu di Agnès Varda. Competition (Out of Competition).
In un masterclass in forma di docufilm la novantenne Agnès Varda ripercorre, ricostruisce, analizza, spiega la propria storia professionale. Dagli esordi come fotografa negli anni Cinquanta ai folgoranti film degli anni Sessanta al Leone di Senza tetto né legge. Fino agli allestimenti come visual artist negli anni Duemila. Una lezione di cinema impartita senza pedanteria e di esemplare lucidità. La versione di Varda su se stessa. Voto 8
Inoltro una sommessa petizione ai neodirettori della Berlinale del post-Kosslick, Carlo Chatrian (per la parte artistica) e Mariette Rissenbeek (per la parte esecutiva), che immagino già all’opera per l’edizione 2010, la prima a portare le loro firme: la richiesta mia, modestissima, è che aboliscano l’abbastanza ridicola e lambiccata dicitura Competion (Out of Competition), Competizione (fuori Competizione), apposta nelle ultime Berlinali ad alcuni titoli della selezione ufficiale. Insomma, film in concorso però fuori concorso, a significare che sono sì nella lista più sberluccicante del festival ma non in gara per l’Orso d’oro. Da perderci la testa. Un sofisma, un’affermazione che si autonega, come solo i compatrioti del signore dell’oscurità sapienziale Martin Heidegger potevano escogitare. Ecco, tra i titoli stavolta in Concorso però fuori Concorso c’era, oltre al nuovo Téchiné e altro, pure questo docu molto atteso nel quale la già mitologica Agnès Varda racconta e ripercorre non solo il proprio cinema, ma anche ilfypq lavoro di fotografa e di artista visuale, aggiungendoci un qualche frammento della propria vita, specie se intrecciato all’aspetto pubblico della professione (delle sue professioni). Proiezione berlinese cui ha assistito la stessa Varda, ormai celebrata come icona del cinema femminile e della Nouvelle Vague, ritornata in questi ultimi anni sotto i riflettori e nelle compiaciute cronache festivaliere dopo anni di cinema marginale e incursioni nella visual art: prima con una Palma d’oro a Cannes alla carriera e un Oscar onorario, poi con una nomination all’Oscar nella categoria documentari per il meravigliosissimo Visages Villages co-girato con il fotoartista francese JR. Come simbolo e Madonna pellegrina del cinema autoriale del secondo Novecento, Varda sembra divertirsi molto, concedendosi in apparizioni plurime e frequenti ai festival maggiori (a Cannes 2018 era lei la frontwoman della giornata di orgoglio femminile che ha coinvolto oltre ottanta donne di cinema sulla Montée de marche del Palais), osannata, omaggiata, idolatrata, e lei sempre sorridente a mostrarsi alle legioni di fotografi professionisti col suo celebre caschetto di capelli bicolore (qualcuno, non ricordo chi, ha scritto: sembra un folletto uscito da un film di Miyazaki, ed è vero). Del resto, come si fa a non volerle bene, con il passato che ha e l’inesausta voglia di fare, continuare, sperimentare che mostra ancora a quasi 91 anni? Varda par Agnès, Varda secondo Agnès, è un autoritratto in cui la gloriosa signora si racconta agli spettatori in una sorta di masterclass, di lectio magistralis, un format alquanto tradizionale che Varda non ridiscute e non destruttura, ma anzi ripropone puntigliosamente. Il che stupisce chi si aspettava un autoracconto più anarchico, libero, meno didascalico, meno accademico. Varda par Agnès è, in fondo, la lunga pagina di una enciclopedia del cinema in cui è lei stessa a tracciare il proprio profilo a uso dei futuri fruitori. AV raccoglie, elenca, enumera, analizza, spiega, presenta pezzi del proprio lavoro rivolgendosi a un pubblico attento e assai bendisposto prima in un teatro, poi in una sala cinematografica e in un’istituzione museale, sistematizzandoli e organizzandoli fino a mettere a punto la versione di Varda sull’opera di Varda. Dietro la grazia, la levità e l’assoluta assenza di ogni trombonismo con cui l’operazione è condotta, si intravede una ferrea volontà da parte della regista francese di fornire le chiavi interpretative del suo mondo prima che siano gli altri a farlo. Credo che nessuno più, da oggi in avanti, potrà accostarsi alla sua opera prescindendo da questa sua autonarrazione. Che è anche autocelebrazione, come no: ma, per quanto ha fatto e per come lo ha fatto e per quello che continua indomita a fare, la signora se lo può ampiamente permettere. E allora via per questo masterclass lungo quasi due ore in cui vita e carriera non sono ripercorse in stretto ordine cronologico, ma secondo asssocizioni per temi o per suggestioni e inclinazioni. E però con una netta divisione in due parti. La prima, dal 1955 all’anno Duemila, dove la storia della Varda regista di cinema ha la prevalenza, la seconda, dal 2000 a oggi, in cui la incontriamo nella sua trasformazione-rigenerazione in visual artist, con gli interventi-installazione alla Biennale di Venezia e alla Fondation Cartier di Parigi (e altrove). Varda metamorfica creatura, ed è questa sua esperienza molteplice oltre ogni barriera, limite, confine l’aspetto più stupefacente del film. Perché la carriera della Varda, nonostante duri da oltre sessant’anni, rimane anche ogli occhi del cinefilo un continente semisommerso, di cui si conoscono singole terre emerse ma che sfugge nella sua totalità. Totalità che Varda par Agnès va a disegnare, senza pedanteria ma con assoluta precisione, connettendo i punti isolati, colmando i vuoti. L’universo Varda letteralmente riemerge, oltre e al di là delle tappe fondamentali e più note come Cléo dalle 5 alle 7Le Bonheur (in Italia Il verde prato dell’amore, tentativo – riuscito – di replicare su schermo le fantasmagorie coloristiche dell’impressionismo), Senza tetto né legge, meritato Leone d’oro a un lontano festival di Venezia. Nel 1955 (1955!) Varda girava il suo primo film che era già Nouvelle Vague, sua premonizione, suo anticipo, senza sapere di esserlo. Lei sarà nouvellevaguista, con il marito e complice professionale Jacques Demy, senza però mai dichiararsene un’esponente, sempre appartata, laterale, pur nell’amicizia e anche collaborazione con il nome più fiammeggiante di quel movimento, Jean-Luc Godard. In Varda par Agnès sono i capitoli meno indagati ad accendere la nostra curiosità. Il suo periodo americano quando, al seguito di Demy e del successo planetario di Les Parapluies de Cherbourg, va a Los Angeles. Ma Hollywood, il cinema istituzione, non è per lei, che predilige le avventure indipendenti e low budget andando a filmare le periferie delle città e quelle esistenziali, tutto quanto si sta rivoltando contro le strutture di potere della stessa società made in Usa. Frequenta Jim Morrison (sarà tra coloro che lo accompagneranno al Père Lachaise dopo la morte), filma le Pantere Nere che stanno ribaltando con rabbia le gerarchie etnosociali (il docu Black Panthers), riprende la scena underground attraverso Mur Mures, sui graffiti di LA, e la warholiana Viva e i suoi due amori (Lions Love). Ritrova lo zio d’America, californizzato e diventato artista, e ne trae un docu che è storia di famiglia e storia di tutti (Uncle Yanco). Incurante di ogni rigida classificazione dei generi mescola audacemente ma senza alcuna postura intellettualistica o sussiego sperimentalista documentario e fictionalizzazione, privato e pubblico, anticipando parecchio del cinema che verrà. Stupisce l’indifferenza con cui si lascia alle spalle lo status di autrice consacrata raggiunto con Cléo e Le Bonheur per rimettersi in gioco come artigiana della macchina da presa. Tornerà in Francia, girerà film su film, ma cogliendo il successo commerciale (lo ha detto lei stessa in un’intervista) solo con Senza tetto né legge. Il flop successivo di Cento e una notte in cui, con un cast all star, compresi Deneuve e De Niro, celebra a modo suo il secolo di vita del cinema, la terrà lontana dalle produzioni importanti e allora eccola tornare ai budget minimi degli esordi e dei film americani e trasformarsi in osservatrice, peraltro assai partecipe, di tranches de vie ai margini. Il docu Les Glaneurs et la Glaneuse (traducibile come Gli spigolatori e la spigolatrice) è una svolta, un’opera manifesto, (forse) la rivelazione di Varda a se stessa e di lei, pienamente, a noi. Riprendendo coloro che vanno a raccogliere le patate scartate e lasciate nei campi perché non delle dimensioni e forme richieste dal mercato, e ampliando poi l’indagine alla povera gente che raccatta cibo tra i rifiuti dei mercati, Varda esplicita pienamente la sua passione per ciò che – uomini e cose – è rigettato, buttato nelle pattumiere, nei raccoglitori per niente differenziati. Rifiuti, rovine, scarti, margini, detriti. In fondo, anche Mur Mures era un film sulle rovine, lo stesso Senza tetto né legge è il ritratto di una giovane donna che si autoesclude e diventata rifiuto. Varda potenzierà questa sua peculiare vocazione quando, nella fase visual art, allestirà alla Biennale di Venezia 2003 Patatutopia (le patate di Les glaneurs fioriscono, diventano bizzarria della forma e della natura). Ma anche le sue invenzioni per la Fondation Cartier, le sue capanne che hanno per tetto e pareti vecchie pellicole recuperate dai magazzini, sono un lavoro sugli scarti, ciò che non è più funzionale e viene scagliato fuori, oltre i bordi del sistema cinema. Agnès Varda rivela anche in certe sue predilezioni – per i fiori, per i colori sgargianti: dai tempi di Le Bonheur fino alla tomba opera d’arte allestita per il suo amato gatto -, una visionarietà childish e apparentemente naïve. Ma questo aspetto anarco-zingaresco-spontaneista è in realtà un trompe-l’oeil, come ha benissimo colto Silvia Nugara nella sua recensione del film da Berlino per CultFrame: “Che l’universo colorato e bohemien di Varda non ci inganni, il suo cinema è il risultato di un equilibrio perfetto, di stampo quasi classico”. E giustamente Nugara cita la lucida, di cartesiana precisione, lezione di cinema che Varda impartisce quando rivela la struttura interna di Senza tetto né legge, la sua regola di costruzione, organizzata su 13 carrellate (da destra a sinistra) ciascuna della durata di un minuto (qui sotto trovate il link al clip di questa affascinante spiegazione). Una nomade del cinema che si è mossa, continua a muoversi, senza barriere né legge, ma che obbedisce a un intimo bisogno di sistematizzazione, perché al caos anche affascinante bisogna, seppure segretamente, sovrapporre un qualche ordine formale. C’è molto altro in Varda par Agnès, come la rievocazione di Demy, compagno di vita e di cinema, cui Agnès ha dedicato più di un film, e ci si commuove nel vedere la sequenza di Jacquot de Nantes, ritratto di Demy da giovane, girata nel garage di Les Parapluies de Cherbourg (era l’autorimessa di famiglia). Molto viene detto in Varda par Agnès, molto anche viene taciuto. Solo qualche vago accenno alla cruciale stagione della Nouvelle Vague, non si parla del fraterno amico di un tempo Jean-Luc Godard, che con Anna Karina si prestò a interpretare un corto alla maniera degli slapstick da inserire in Cléo. Un incredibile Godard senza occhiali somigliantissimo a Buster Keaton (sotto il video). Meraviglia assoluta, segno di una vicinanza che andava oltre la comune appartenenza nouvellevaguistica. Alla fine di Visages Villages Varda con il suo coregista JR se ne va a Rolle, sul lago di Ginevra, a bussare alla porta dell’autorecluso Jean-Luc. Invano. La porta resterà chiusa. Ma qui, in questo film, Godard non compare più in nessun fotogramma, in nessun ricordo, in nessuna rievocazione, e ci piacerebbe poter chiedere alla regista il perché.

Il film è visibile in due parti su Artè (grazie a Andrea Pastor per averlo segnalato):

PARTE 1: https://www.arte.tv/fr/videos/083976-001-A/varda-par-agnes-causerie-1

PARTE 2: https://www.arte.tv/fr/videos/083976-002-A/varda-par-agnes-causerie-2/

http://www.cultframe.com/2019/02/varda-par-agnes-film-agnes-varda/

Questa voce è stata pubblicata in Container e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi