Berlinale 2019. Recensione: A PORTUGUESA (The Portuguese Woman), un film di Rita Azevedo Gomes. Una delle buone sorprese del festival

A Portoguesa (The Portuguese Woman – La portoghese) di Rita Azevedo Gomes. Con Clara Riedenstein, Marcello Urgeghe, Ingrid Caven, Rita Durão, Pierre Léon. Forum.
Proiettato a Forum, la sezione più sperimentale, e subito diventato per passaparola un must-see. Una rivelazione, questo film austeramente portoghese che guarda al gran maestro De Oliveira e tratto da un racconto non così noto di Robert Musil. Nei modi del cinema austero e ieratico Rita Azevedo Giones racconta di un matrimonio – siamo in un astratto medioevo sudtirolese – tra un nobile sempre impegnato in guerra e la sua sposa lusitana. Un diario dell’assenza e del vuoto. Voto 8
Cosa feremmo senza il cinema portoghese ? Il più aristocratico che c’è, il meno conciliante, il più (spocchiosamente?) arroccato sulle vette dell’inaccessibilità e della non medietà, il più idiosincratico per come i suoi autori, certi suoi autori, si librano folli e ebbri di sé nelle più intemerate visioni, nelle più improbabili esplorazioni e concatenazioni narrative. Su tutto e tutti veglia il fresco fantasma dell’highlander Manoel De Oliveira, con i suoi rigorismi filmici risciacquati nel Douro e nel Tago, con un approccio narrativo cristallizzato e fissato – della fissità di una farfalla trafitta da uno spillo – a un Ottocento mai morto e da lui eternamente riprodotto nei suoi rituali borghesi-lusitani. C’è spesso un senso speciale del tempo nel cinema portoghese, uno sfuggire alle regole, alla dittatura, della contemporaneità, un cercare riparo in un tempo sospeso che sia oltre la storia e il momento e appartenga solo al film, Dico solo, come esempi più recenti, il lavoro di Miguel Gomes e di Joao Pedro Rodrigues (e del suo collaboratore João Rui Guerra da Mata).
Purissimo cinema lusitano è questo A Portuguesa, La portoghese, di una cineasta, Rita Azevedo Gomes, praticante da tempo il cinema indipendente e altre discipline come il teatro, e da qualche anno con un incarico nella Cineteca Portoghese. Se si cerca cinema aristocratico eccolo, e non solo perché questo suo film, acclamato alla sezione Forum della Berlinale e subito diventato per passaparola qualcosa da non perdere, parla di un cavaliere e signore della nobiltà e della sua sposa, ma per l’intima vocazione a non piegarsi a nessun compromesso di commercio per farsi puro atto autoriale. Siamo nel Sud Tirolo, vicino a Bressanone, al tempo delle lotte per l’investitura tra Impero e Chiesa, dunque tra X e XI secolo, in un castello su dirupi alpini, mentre il suo signore di nome Von Ketten – Delle Catene – è in guerra col vicino vescovo di Trento per il controllo di certe terre. Ma Azevedo Gomes scaglia il suo racconto, coerentemente con tanto cinnema portoghese, in uno spazio-tempo astratto, in un castello-rudere pochissimo trentino-tirolese a sottolineare lo scarto rispetto al reale e al verosimile, in una natura secca e assetata per niente alpina, e stilizza ambienti, costumi e decori per sfuggire a ogni precisa attribuzione storico-geografica: trasformando così la storia dell’irrisolto matrimonio di von Ketten con la sua sposa – venuta dal remoto Portogallo e mai conciliata con la sua nuova vita e la sua nuova casa – in un’ipnotica liturgia laica. Anche, in una parabola sull’inconciliabilità o quantomeno sull’arduo dialogo tra mondo femminile e maschile, in scene da una guerra dei sessi, per quanto condotta con modi assai civili. Camera preferibilmente frontale e fissa, a perimetrare tableaux vivants in cui conta più la dislocazione nello spazio dei corpi che i loro movimenti e la loro espressività, secondo modelli di cinema ieratico  e ‘sublime’ che vanno da Dreyer fino, ovviamente, a Manoel De Oliveira. La giovane donna portoghese andata in sposa al tirolese Von Ketten e abbandonatasi a un’accidiosa insoddisfazione, a un annoiato bovarismo, ha qualcosa in comune con certe eroine inquiete del gran maestro portoghese, le donne di A Carta, La valle del peccato, Francisca. E che questo film sia un omaggio reverente per quanto non bigotto al nume del cinema nazionale lo dimostra anche il ricorso da parte di di Rita Azevedo Gomes alla sceneggiatrice storica di De Oliveira, Agustina Bessa-Luis: la quale riadatta per lo schermo un racconto non così famoso di Robert Musil, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2019 in Tre donne.
A Portuguesa (il film) resta nel suo profondo il racconto di un non essere, di un vuoto, di un’assenza, di un matrimonio che vive (e si atrofizza) nell’attesa e quasi mai nella vicinanza. La giovane donna finita in quel castello tirolese passa i suoi giorni, i suoi anni, aspettando che il marito torni dalla sua vera occupazione e vocazione e ragione di vita, la guerra. Sola e irriducibilmente straniera, divaga tra lavori di cucito, addomesticamento di bestie selvagge, gestione distratta del maniero, circondata da servi fedeli, sprofondando in una progressiva alienazione. Struggendosi nel desiderio del marito che non c’è, e che, quando torna ferito, malato, non sembra però renderla felice, come se la vera vita della castellana fosse abitare con il fantasma di lui, con la sua immagine fantasticata, con il suo non esserci. Vorrebbe tornare in patria, la giovane bionda signora troppo bella per languire in quelle lande sperdute, ma ma non avrà il consenso del marito-padrone. Rita Azevedo Gomes sa rendere perfettamente tutta l’ambiguità di un matrimonio in cui amore e disamore sono impastati e indistinguibili, ambiguità che immagino sia già pienamente nel testo di Musil, confezionando un film di forte suggestione visiva ma che grazie a Dio rifugge dai manierismi del cinema in costume. Ripartirà, il nobile Delle Catene, per la guerra, tornerà, nascerano due figli, rioartirà di nuovo, mentre la signora del castello ospita durante la lontananza-latitanza del consorte un sedicente cugino studente a Bologna assai belloccio, assai amabile, assai abile nel farsi compagno dei giorni di lei. Non ci saranno gelosie da parte del marito, non siamo in un melodramma. Solo perplessità, silenzi, sguardi sfuggenti, imbarazzi, sospensioni.
Se l’involucro di A Portuguesa lascia pensare a un racconto di neo-romanticismo, ciò che è raccontato è assai più elusivo, a riflettere il senso di vuoto e di alienazione credo presenti in Musil, e così novecenteschi. Mentre Rita Azevedo Gomes accentua sempre più il senso di teatralità, di artificio, di messa-in.scena, inventandosi una sorta di cantastorie-narratore, ani narratrice, che interviene a spezzare il flusso della non-storia d’amore dei Von Ketten in capitoli, a incorniciarli e come porli tra virgolette. Ed è, sorprendentemente, la fassbinderiana Ingrid Caven (che dell’autore di La paura mangia l’anima e Il diritto del più forte fu anche moglie), che con cavernosa voce da cantatrice teutonica, da singerin da kabarett, esegue il medievale Unter De Linden di Walther von der Vogelweide e altri coevi componimenti, inoculandoci quel senso di brechtiano straniamento atto a prendere le distanze emotive dalle pene e dai bovarismi e capricci della nobildonna portoghese ormai tirolese. Il che potrà sembrare una civetteria da cinema autorialistico e aristocratico tesa a rimarcare la differenza rispetto allo spettacolo mainstream, ma che ci consente di godere di un’Ingrid Caven monumentale, all’altezza del suo status leggendario (e come leggenda e icona l’ha recentemente utilizzata anche Luca Guadagnino in Suspiria). Ma a segnare l’intima differenza di questo film anche rispetto agli evidenti modelli, De Oliveira in primis, è la precarietà di tutta la messinscena, certa sua approssimazione – costumi apparentemente sontuosi in realtà poveri, oggetti come trovati in un bric-à-brac, e quel letto coniugale da Pedano Shop (i milanesi capiranno) che proprio non lo si può guardare -, come a ridurre il paradigma del film in costume a una quotidianità tutto sommato banale e per nulla fastosa e sberluccicante. E il budget limitato viene orgogliosamente ostentato in una cifra estetica a bassa intensità, in uno stile dimesso, mai tonitruante, che ci porta a certo Rossellini (La presa di potere di Luigi XIV) e a Jean-Marie Straub (Cronaca di Anna Magdalena Bach).

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