Recensione: FRATELLI NEMICI, un film di David Oelhoffen. Il noir al tempo del multiculturalismo

Fratelli nemici (Frères ennemis) di David Oelhoffen. Con Matthias Schoenaerts, Reda Kateb, Adel Bencherif, Sofiane Zermani, Nicolas Giraud, Marc Barbe, Sabrina Ouazani, Gwendolyn Gourvenec, Astrid Whettnall. Al cinema da giovedì 28 marzo distribuito da Europictures.
Un classico polar con echi melvilliani, aggiornato alla contemporaneità delle cité incasinate e dominate dall’illegalità. Manuel e Driss crescono insieme, il primo diventerà boss del narcotraffico, il secondo poliziotto. Si ritroveranno uno contro l’altro (è il Fato, ovvio). Un film di genere molto ben scritto e girato. Nerissimo, implacabile. Con un finale che è una sciabolata. Voto 7
Ripropongo, coin qualche aggiornamento, quanto ho scritto dopo la presentazione del film in concorso alla Mostra di Venezia 2018.
Un noir di pura marca francese che guarda al maestro Jean-Pierre Melville, ma anche alla faide sanguinose e spietate dei primi film di Scorsese o del Padrino coppoliano. Con i legami di sangue a imprigionare le esistenze e impedire ogni via di fuga. Tutto immerso in una cité oltre Parigi a dominante etnica nordafricana-islamica. Ce l’hanno insegnato Scorsese e James Gray: se nasci e cresci in certi quartieri complicati puoi solo diventare  gangster o poliziotto (in alternativa: prete). Questione di destino, della sliding door che ti capita di imboccare. Manuel e Driss, il primo francese di radici francesi, il secondo francese di radici magrebine, son stati ragazzi e son diventati grandi insieme nella banlieue. Con Manuel che ha imparato presto a conoscere quel mondo di immigrati di tradizioni islamiche frequentandone le case, consumandone il cibo, incorporandone le abitudini. Apprendendo la centralità della famiglia. Ma oggi – a confermare la legge Scorsese – stanno su fronti opposti, fratelli nemici, il francese-francese Manuel è un boss della zona, specializzato in importazione e distribuzione su vasta scala di cocaina, il francese di radici arabe Driss è poliziotto assegnato alla narcotici (“perché conosco l’ambiente”). E ovviamente il destino e le decisioni degli uomini li metteranno contro. Se questo è l’asse narrativo principale, intorno ruotano altri personaggi e infinite sottotrame. In un racconto, come vuole il genere illustre del polar, assai ingarbugliato e pieno di colpi di scena e rovesciamenti per via di tradimenti, doppi e tripli giochi, inganni. Succede che mentre Manuel con due soci magrebini sta per trattare una partita di cocaina, arrivano due killer. Solo Manuel sopravvive all’agguato. Ma dovrà convincere i compari arabi dei defunti, e soprattutto il loro scafatissimo e spietato capoclan, di non essere lui il mandante. Non dico di più. Se non che il film mantiene in pieno quello che promette già dal titolo. Tensione, ottima messa a punto dei caratteri, credibile ricostruzione d’ambiente. E la la guerra tra bande che si fa resa dei conti tutta interna al clan criminale, al gruppo di coloro che sono cresciuti insieme illudendosi che amicizia e affetti li avrebbero salvati. Come nei migliori Melville, domina un senso di necessità e fatalità, un ordine già scritto delle cose cui uomini e donne non possono opporsi. Matthias Schoenaerts smagrito e al suo meglio, come sempre nei noir, Reda Kateb, faccia segnata dalla vita, è l’amico-nemico poliziotto. Il regista David Oelhoffen non è uno sconosciuto: aveva portato a Venezia nel 2014 il molto interessante Loin des hommes, adesso conferma il buono mostrato allora.

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