Recensione: DUMBO, un film di Tim Burton. Un autore (quasi) ritrovato

Dumbo, un film di Tim Burton. Con Colin Farrell, Eva Greeen, Danny DeVito, Michael Keaton, Alan Arkin, Lars Eidinger.
Se parte iniziale e finale sono da rassicurante feel good movie domenicale, Dumbo nella sua parte centrale è invece fosco, dark, inquietante al punto giusto. Nel rappresentare una sinistra città spettacolo chiamata Dreamland Tim Burton ritrova la sua cifra visionaria. E ritrova la compassione per le creature diverse, i freaks, i reietti. L’elefantino Dumbo dalle orecchie troppo grandi come Edward mani di forbice. Ma anche, nella sua esposizione allo sguardo vorace del pubblico, come l’Elephant Man di David Lynch. Voto 7
Francamente si stenta a capire tanto malanimo verso questa incursione di Tim Burton nell’impero Disney volta a riverniciare in live-action un classicissimo animato della casa. Stroncature feroci di qua e di là dell’Atlantico, certificazioni di irreversibile decadenza autoriale di Tim Burton (“l’abbiamo perso per sempre”), velate accuse a Dumbo di essere non solo un film per famiglie, ma un’esaltazione della tradizionale famiglia biologica a discapito di altri modelli parentali. Come se mostrare l’abbraccio tramite proboscidi intrecciate di madre elefantessa e figlio elefantino fosse un delitto. Invece io che mi aspettavo il peggio, e che non reggevo più Tim Burton da parecchi anni e parecchi film, ho trovato Dumbo niente male. Anzi, sorprendentemente buono in certe sue parti (non tutte), con un Tim Burton se non recuperato alla causa almeno rimesso in pista in una grossa produzione non priva di anima nella quale può prodursi nella sua simpatia per i freaks, nella sua compassione per le creature fuori media e portatrici di perturbante differenza. Edward dalle mani di forbice non è poi così lontano dall’elefantino Dumbo dalle orecchie troppo grandi e perciò deriso, inferiorizzato, scagliato al fondo della catena alimentar-gerarchica del consesso umano e animale in cui ha la sfortuna di trovarsi. Certo le mediazioni con le ferree leggi del supersistema Disney cui Burton ha dovuto piegarsi sono tante e si vedono: questo Dumbo live-action non può dirsi d’autore ed è assai meno personale e libero di altri pur colossali e ‘mercantili’ film del regista, penso ai suoi Batman dove all’interno del genere supereroistico riusciva a dispiegare il suo senso per l’oscuro e il notturno. E però resta un film degno, il migliore dei suoi ultimi.
Per più di mezz’ora Dumbo non convince, non decolla, annoia nella sua ricostruzione di vita circense così esteriore e stereotipata, affoga in un fellinismo di riporto dove l’unica intenzione e invenzione sembra quella di saturare ogni spazio dello schermo con colori sgargianti, deliri visivi da patacca, stanchi barocchismi. Poi la svolta – inaspettata dopo un simile attacco – quando il povero Dumbo viene violentemente separato dalla madre e si ritrova, additato come un piccolo impresentabile mostro, a essere il più sfortunato e oppresso di tutti lavoranti, umani e animali, di Dreamland, la tonante città della dell’intrattenimento messa su da un avido impresario. Un’azienda che applica al divertimento e all’evasione le stesse tecniche di ogni altra produzione di merci, dove a imperare è la legge dell’efficienza e del profitto. Che gli autori di Dumbo, sceneggiatore e regista, in Dreamland adombrino la stessa Disney (soprattutto le sue Disneyland e Disneyworld) mi pare più di un’ipotesi. E allora chapeau ai manager della premiata casa di La bella e la bestia e Frozen per aver messo in cantiere un colossal in cui l’industria dell’intrattenimento di massa, ovverossia il loro stesso lavoro, viene sottoposta a una critica tanto feroce. La Dreamland di Dumbo è un inferno (per chi ci lavora) travestito da paradiso (per chi accorre a consumare lo spettacolo circense). E l’elefantino è la vittima più vittima, il reietto tra i reietti, fino a quando, usando le sue smisurate quanto ridicole orecchie per volare, diventerà l’attrazione massima dello show.Questa parte parte di mezzo è assolutamente buona e a tratti magnifica per come Tim Burton riesce a costruire un universo sinistro e mortifero dove ogni pietà è assente e dove per sopravvivere si deve, letteralmente, rischiare la vita – vale per Dumbo, per gli acrobati, per i domatori – sull’altare dell’impresario-Moloch. Per rendersi conto di quanto sia radicale Dumbo nella demolizione della società-spettacolo e delle sue leggi perverse basti paragonarlo con un film-musical affine di poco più di una anno fa, The Greatest Showman (diventato, dopo gli inizi stentati al box office, uno sleeper di enorme successo e culto), dove pure si raccontava di un circo e dei suo ‘mostri’. E però con un tasso di dolcificazione e ammorbidimento del tutto assente in questo Tim Burton. Altro che fim amorfo e senza nerbo; Dumbo nei suoi momenti migliori si inscrive in quel cinema che ha saputo denunciare lo sfruttamento dei freaks, il loro uso e abuso, la loro riduzione a merce da gettare in pasto alla voracità del pubblico, al voyeurismo delle masse. L’elefantino di Dumbo presenta, nel suo destino di ostensione forzata della propria diversità, molte affinità con il povero Elephant Man di David Lynch. E con La donna scimmia di Marco Ferreri, la Venus noire di Anbdellaif Kéchiche, le Indivisibili di Edoardo De Angelis.
Poi nei suoi sviluppi finali Dumbo perde quota e paga l’inevitabile pedaggio alla produzione diventando un qualsiasi film della domenica pomeriggio per genitori-e-figli: consolatorio, glicemico, rassicurante. Ma quella parte centrale così oscura e densa di segnali su come sia misera la vita ai tempi della società spettacolo resta nella sua durezza e carica critica. E azzardo che sia per questo lato non conciliante che in America Dumbo abbia ottenuto sì buoni incassi nel primo weekend, ma inferiori alle aspettative. Gran cast, in cui Burton ritrova il Michael Keaton e il Danny DeVito dei suoi Batman, e colei che possiamo considerare la sua attrice-feticcio, Eva Green (formidabile nel bilanciare fiammeggiante seduttività e introversioni malinconiche). E poi Colin Farrell, un Alan Arkin di meraviglioso cinismo e, in una comparsata brevissima quale commerciante di animali circensi, Lars Eidinger, attore tedesco di film assai autoriali (ha lavorato con Maren Ade, Laura Bispuri, Olivier Assayas, Claire Denis, Peter Greenaway).

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