Il film imperdibile stasera in tv: HANNAH ARENDT (dom. 7 aprile 2019, tv in chiaro)

Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta, Rai Storia, ore 21,14. Domenica 7 aprile 2019.
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Hannah Arendt
, un film di Margarethe Von Trotta. Con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen, Michael Degen. Sceneggiatura di Pam Katz.
20450445Mi aspettavo dalla Von Trotta un film pesante come il piombo. Mi sbagliavo: questo Hannah Arendt è una meraviglia e bisogna assolutamente vederlo. La Arendt colta nel periodo in cui assiste a Gerusalemme al processo Eichmann ed elabora la sua controversa visione su La banalità del male. Un film di idee avvincente come un romanzo. E Barbara Sukowa è magnifica. Voto 8 e mezzo.
hannaharendt.photo02Ho una devozione per Hannah Arendt da quando lessi Le origini del totalitarismo, ma non ho mai amato il cinema della regista di questo (parziale e assai segmentato) biopic, Margarethe Von Trotta. Un cinema, fino dai tempi di Anni di piombo e di Rosa Luxemburg, di poderoso dunque pesante impegno, didascalico e venato anche di intenti pedagogici, sempre vagamente teutonico-brechtiano nella sua voglia di perlustrare angoli di storia, descrivere persone che la storia l’hanno fatta e di misurarsi con i Grandi Discorsi e le Grandi Narrazioni. Un cinema programmaticamente alto nei suoi temi e oggetti di discorso, e mai lieve e frivolo. Non proprio in cima ai miei desideri filmici. Invece di fronte a Hannah Arendt mi son dovuto ricredere. Cinema come ormai non si fa più (del resto, chi mai ancora va a vedersi film così? e, aggiungo, purtroppo), cinema di idee e di pensiero, nel senso migliore di avventura intellettuale, scintillio dell’intelligenza, temerario esercizio della ragione, critica all’esistente e al dominante. Hannah Arendt è personaggio immenso, e Margarethe Von Trotta riesce a restituircelo prodigiosamente, non solo nella sua visione del mondo, ma pure nella sua vita di moglie, insegnante, amica. Gran fumatrice, divoratrice dell’esistenza non priva di un che di vitalisticamente epicureo, e innamorata assai del marito Heinrich Blücher, nonostante lui (forse) la tradisse. Chissenefrega, risponde più o meno Hannah a un’amica che la avverte del possibile tradimento del consorte con una qualche studentessa, rivelando un uso di mondo, una tolleranza vera e un sano cinismo-disincanto che ci hanno immediatamente conquistati. Ci voglion le palle, per rispondere così e averci un tale distacco, e bisogna essere diventati adulti, come lei, in un tempo speciale, in una città speciale con gente speciale qual era la Berlino subito dopo la guerra e nei ruggenti e torbidi anni Venti e quasi-Trenta. Quando nei kabarett si vedeva e si sperimentava di tutto, ogni possibile geometria sessuale compresa (leggere Christopher Isherwood), e cosa volete che sia per chi come lei quel mondo l’ha visto e vissuto una banale faccenda di corna? “Sei sempre una selvaggia berlinese”, le dice infatti un’amica, in una battuta da applauso. Questo per dire che Von Trotta riesce nell’impossibile impresa di darci il quadro di un incandescente dibattito di idee intorno a quella cosa epocale che fu il processo Eichmann a Gerusalemme (e al formidabile libro La banalità del male che la Arendt ne ricavò), e a descriverci con la massima vividezza la Hannah del giorno dopo giorno, la Hannah casa-marito-amici-e-scuola. Scelta felice, quella di circoscrivere il biopic di un personaggio di tale immensità al 1961-64, il periodo in cui la Arendt viene inviata dal New Yorker a Gerusalemme a seguire il processo all’uomo che aveva organizzato in tutta Europa il trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio, e ne scrive. È felicemente integrata a Manhattan dopo essere fuggita dalla Francia collaborazionista di Vichy, e prima ancora dalla natia e adorata Germania (“Che impressione le ha fatto l’America?”, le chiedono gli studenti, e lei: “Il paradiso!”), è al centro di una rete di amici appassionati e bon vivants e virtuosi della conversazione smagliante e intelligente (tra cui Mary McCarthy). Ma rischia di mettere tutto in gioco, anche il lavoro all’università, allorché comincia a pubblicare i suoi resoconti del processo. Quello che pensava al riguardo lo conosciamo, l’ha scritto in La banalità del male che, non esagero, è uno dei dieci libri che bisogna leggersi nella vita, e nel caso non vi sia mai capitato tra le mani precipitatevi a comprarlo, a scaricarlo in digitale, a compulsarlo, leggerlo e rileggerlo e rileggerlo ancora. Di una lucidità e di una capacità di penetrazione che ha pochi eguali. Arendt è di quelle menti affilate che non si fermano davanti a nulla, a nessuna convenzione, e procedono con l’arma della critica a esplorare l’inesplorabile e a dire l’indicibile, il non detto, il mai detto. Ecco, la meraviglia di questo film (e al diavolo ogni discorso sulla forma e lo stile, qui a importare sono i contenuti) è che ci fa palpitare, partecipare alle sorti di Hannah, al suo buttarsi (intellettualmente) nella mischia, trasformando questa non facile materia in un’avvincente, tesissima narrazione. Von Trotta e la sua sceneggiatrice Pat Katz si rivelano delle eccellenti storyteller riuscendo a fare racconto di un dibattito di idee. Ma che dibattito, madonnasanta, e che idee. Arendt, vedendo quell’anonimo funzionario chiuso nella gabbia di vetro a Gerusalemme, comincia a eleborare la sua visione di lui, di Eichmann, non come un mostro, ma come un uomo ordinario e piccolo piccolo, un burocrate del Male, che il male lo esegue non per malvagità ma per grigio doverismo e ottemperanza e adesione al sistema di cui fa parte. Accusano subito Hannah, in Israele e a New York, di attenuare le responsabilità di Eichmann e di giustificarlo, senza rendersi conto della terribilità della sua analisi. Che ricorda, ci ricorda, come il male possa insediarsi in chiunque e non necessiti per svilupparsi e riprodursi di una personalità malata. I mostri non esistono, perché tutti potenzialmente lo siamo. I mostri siamo noi, basta che qualcuno sappia estrarre dal nostro profondo la nostra bestialità. Altro punto sensibile e assai controverso delle sue corrispondenze da Gerusalemme, e del suo libro, è l’amarissima constatazione di come in molti casi le istituzioni ebraiche, i famigerati Judenrat nominati dai nazisti, avessero collaborato (ovviamente sotto minaccia) allo sterminio redigendo e componendo le liste dei deportati. Il che le attira l’accusa di colpevolizzare e criminalizzare le vittime, di trasformarle in complici dei propri carnefici. Arendt non cede, non arretra. Pagherà carissimo, perderà amici come Hans Jonas, rischierà di essere ostracizzata dalla comunità intellettuale newyorkese. Scusate, ma io una storia così, una vicenda così, la trovo più appassionante di un film super eroistico, e son rimasto avvinto e attaccato alla poltrona come non mi capitava da un bel po’. Grazie alla monumentale protagonista, ma anche al mestiere della Von Trotta che azzecca tutto, comprese le perfette ma non sepolcrali e mai devitalizzate ricostruzioni d’epoca. Gli attori: Barbara Sukowa – nessuna traccia di lifting sulla sua faccia per nostra fortuna – ti fa capire cosa voglia dire essere un’attrice grande davvero, e quando tiene lo speech a propria difesa all’università ti viene da scattare in piedi e battere le mani. Ho adorato Janet McTeer come Mary McCarthy. Non perdetevelo, e scusate se insisto. Correte, correte al cinema, je vous en prie. (Chi si aspetta un qualcosa sulla storia d’amore tra Arendt e Martin Heidegger – il maestro e mentore che poi avrebbe ceduto al richiamo del nazismo – non resterà deluso. Se ne parla, e la scena del loro incontro dopo la guerra non la si dimentica).

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