Recensione: CAFARNAO – CAOS E MIRACOLI, un film di Nadine Labaki. I nuovi misérables sono a Beirut

Cafarnao – Caos e miracoli (Capharnaüm), un film di Nadine Labaki. Con Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Treasure Bankolé, Nadine Labaki. Al cinema da giovedì 11 aprile 2019.
In una città che molto somiglia a Beirut e nei suoi slums riassume tutte le disgrazie mediorientali, il dodicenne Zain è costretto ad arrangiarsi e vivere per strada. Colpa della miseria, ma anche di una coppia di genitori-mostro. Attraverso il suo girovagare la regista Nadine Labaki ci restituisce una metropoli infernale, portandoci nei peggio gironi: clandestini in gabbia, spose bambine, droghe varie. Fin dalla sua pesentazione a Cannes 2018 (da cui è uscito con il premio della giuria) Cafarnao si porta addosso il marchio infamante, impressogli da molta critica, di bieco lacrima-movie, indecente di pornografia del dolore. Mah. Da allora ha girato il mondo finendo anche tra i cinque nominata all’Oscar per il migliore film in lingua straniera (mentre il nostro Dogman non è neanche finito nella shortlist). Voto 7Quindici minuti di appplausi alla proiezione ufficiale a Cannes 2018, buona accoglienza da parte della platea giornalistica. Capharnaüm, insomma Cafarnao, non sta per la città sul lago di Tiberiade dell’evangelica pesca miracolosa ma, nel francese colloquiale, per posto confuso, dove si ammassano in disordine cose e persone, una babele, una baraonda, un bazar. E tale – confusione e caos e pericoli dappertutto – è la mai chiaramente nominata città mediorientale però assai somigliante a Beirut o meglio ai suoi slums, dove il film ambienta la triste storia di bambini lasciati soli e di adulti, genitori compresi, che son dei mostri. Una cacofonia, un formicaio, un ginepraio dove tutto si mescola, umani, animali, voci, stridori, urla, gente perbene  e gente permale, dove si battaglia ogni giorno, ogni minuto, per la sopravvivenza. Letteralmente. Scritto e diretto da una regista-attrice libanese che già ci aveva dato due film belli e importanti, entrambi ritratti intelligenti del suo paese e relative tensioni e (insanabili?) contraddizioni, prima Caramel poi E ora dove andiamo? (presentato se ricordo bene a Cannes a Un certain regard 2011 e poi premiato dal pubblico a Toronto). Certo che questo Capharnaüm segna un balzo in avanti per Labaki: racconto di massima solidità e tenuta, di perfetta costruzione drammaturgica, con un punto di vista che stavolta davvero si può definire femminile senza cadere nell’ideologia della differenza (e del suprematismo delle donne). Referto tosto ma assai empatico di esistenze disagiate nella caotica metropoli araba simil-Beirut, Cafarnao è, soprattutto, un film sui bambini e dalla loro parte, lontano ma non illegittimo discendente del Vittorio De Sica di I bambini ci guardano e Sciuscià. Qui davvero la lezione neorealista la si sente ancora, rinnovata e rinfrescata alla luce del cinema dei Dardenne (che di bambini disagiati hanno trattato, ad esempio in La promessa e L’enfant). Sì, certo di infanti di strada ne abbiamo visti al cinema tanti, brasiliani, filippini, americani. Eppure Nadine Labaki riesce su un soggetto tanto trattato e scivoloso e a rischio di retorica a colpirci. Rivelando i lati oscuri e non così conosciuti di certo Medio Oriente, dalla tratta dei rifugiati-schiavi (e delle donne di servizio tenute in ostaggio dalle padrone che trattengono loro il passaporto) alle bambine mandate in sposa. Un inferno, e non si esagera. Perfettamente restituito da Nadine Labaki che sembra mimare e riprodurre con la macchina da presa le convulsioni di una città dannata.
Il centro di Capharnaüm è il ragazzino Zain, forse dodici anni (forse, perché i suoi clandestini e sciagurati genitori non lo hanno mai registrato all’anagrafe, dunque un bambino fantasma, ufficialmente inesistente), costretto ad arrangiarsi, a tirare la giornata lavorando gratis – le corvéé andranno ad alleggerire l’affitto – per l’ignobile padrone di casa chiamato Assad. Padre e madre sono troppo miserabili e anche stronzi in proprio per occuparsi di lui. Zain è assai legato alla sorella Sahar, sicché quando i genitori-mostro decidono di venderla, a soli 11 anni, come sposa bambina al trucido Assad – lui si ribella, cerca di salvarla, e viene buttato sulla strada. Andrà in un’altra degradata periferia, incontrerà un’etiope clandestina con figlio di un anno a carico, abiterà con loro in una baracca diventando il badante del piccolo (un minuscolo e strepitoso attore che si prende la scena ogni volta che compare). Molto altro succederà, con la macchina da presa-occhio di Nadine Labaki mobilissima e indagatrice come vuole l’attuale cinema tra documentario e fictionalizzazione, a restituirci l’avventura di Zain e del piccolo Yonas, e attravero di loro un Libano dove ogni pietà l’è morta, se mai sia esistita (a impressionare è il dominante disinteresse, cinismo, la mancanza di aiuto, indifferenza da parte degli adulti per i disgraziatissimi infanti). Con loro ci addentriamo in tutti i gironi dell’inferno, prostituzione minorile, tossicodipendenze, interni carcerari spaventosi per lerciume e promiscuità, ragazzini mendicanti, gabbie per clandestini (val la pena ricordare come in Libano ci sono due milioni di siriani), vendite di neonati. Di ogni. Che a un certo punto si vorrebbe dire: basta, non si starà mica esagerando con il catalogo delle sfighe e degli orrori? E però una Beirut, un Medio Oriene così non lo abbiamo mai visto, diverso sia da quello delle eterne cronache di guerre sia dagli orientalismi di maniera. Grande idea di sceneggiatura: aprire il film con il processo intentato da Zain contro i suoi genitori. Che quando il giudice gli chiede di spiegare di cosa li accusi lui risponde: di avermi messo al mondo (scena diventata subito celebre e commentata). Processo che fa da introduzione all’odissea in flashback di Zain, e da finale. Da Cannes non si è mai smesso di discutere – soprattutto sui magazine più radicali e chic – sulla moralità o immoralità di Capharnaüm, se sia o non sia disonesto sfruttamento a scopo di lacrime e spettacolo, bieco lenocinio, pornografia della sofferenza, cinema cinico del dolore e dei mali del mondo. E allora, viene da dire, Dickens? A me francamente lo sguardo di Nadine Labaki è parso assai rispettoso. E mi torna in mente l’immagine della regista libanese mentre premia a Venezia 2012, in quanto giurata della sezione Orizzonti, un docu del cinese Wang Bing su tre piccole sorelle lasciate sole.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.