Recensione: NOI (US), un film di Jordan Peele. Il doppelgänger si ribella

Noi (US), un film di Jordan Peele. Con Lupita Nyong’o, Elizabeth Moss, Winston Duke.
Misteriosi doppi chiamati Tethered salgono dal sottosuolo, escono dagli angoli oscuri a minacciare i loro originali belli-e-affluenti. Siamo come nel precedente film di Jordan Peele, Get Out, nell’horror con uso di metafora politica. Ma questa è la parte pià debole di US: la messaggistica è ovvia, la metafora fin troppo generica. Sorprende se mai in Peele la raggiunta maturità d’autore, il segno netto e pulito del suo cinema, la sicurezza con cui disegna lo spazio schermico e evoca ombre, minacce, ossessioni. Voto tra il 7 e l’8
Torna il trionfante Jordan Peele di Scappa – Get Out! con la sua opera seconda, e sono di nuovo sfracelli al box office, almeno a quello americano (i primi giorni italiani non sono stati così promettenti), e sono di nuovo estatiche recensioni e ancora critici di ogni nazionalità e generazione a gridare all’opera somma. Torna, il molto talentuoso ma anche astuto Peele, con un nuovo horror, chic e straordinariamente ben girato, a usare sì i codici del genere (anche della sua variante zombesca), ma prendendo le distanze da un qualsiasi filmaccio di terrori e squartamenti e mostrando ambizione alte, altissime, alla metafora e alla parabola e all’allegoria. Già, ma di che cosa? Se gli amori e i malamori interetnici in B/W (Dio mio, dove trovare un lessico che non suoni discriminatorio?) di Get Out! erano lì a raccontarci di quanto l’uomo bianco d’America abbia sfruttato, letteralmente succhiato sangue e forza vitale al popolo black, e di come i black non possano fidarsi dei bianchi buoni anzi soprattutto di loro, ed erano lì a farci la lezione senza la minima ombra di ambiguità e separando nettamente il bene dal male, i buoni dai perfidi, qui in Noi/US tutto si complica e si annebbia e sfuma. Che Peele voglia messaggiarci sugli States e il loro stato di (non) salute democratico, non pare dubbio già dall’emblematicissimo e dimostrativo (troppo) titolo: US. Noi ma anche United States. Parliamo tanto di noi per parlare tanto dell’America (e non è neanche la prima volta che si ricorre nello spettacolo a tale polisemia: già nel 1966 Peter Brook aveva messo in scena alla Royal Shakespeare Company un play assai militante chiamato appunto Us, e lì il rimando politico era alla guerra in Vietnam allora al suo acme distruttivo). Solo che in corso di film quel Noi si disgiunge, si doppia anzi di sdoppia, in Noi e Loro, in noi e altri da noi che però molti ci somigliano, e difatti sono duplicati, sosia, repliche di Noi benché imperfette, come primitive, rimaste sul bordo del bestiale, impedite nel loro progresso. Ah, l’immarcescibile fascino del doppelgänger (niente meglio della lingua tedesca ne esprime l’oscura minacciosità), in letteratura e film vari. Se il segno stilistico del cinema di Peele è nitido e pulito, ligne claire quasi grafica, quanto invece il Peele autore-narratore vuole suggerirci e dirci resta nebuloso e confuso. È la sua metafora, così ingombrante e proclamata fin dal titolo, a funzionare con affanno. Sì, certo, quanto vediamo sullo schermo – bravi americani bianchi e neri, la pelle davvero qui non separa se mai assimila, messi in pericolo dai loro incazzatissimi doppi venuti dal sottosuolo – come ‘romanzo’ delle fratture sociali e antropologiche che percorrono nel loro profondo gli States: e però, di quali fratture precisamente, quali linee di faglia, quali divisioni e opposizioni? Tra ricchi e poveri? Tra bianchi e neri? Tra i privilegiati dei centri urbani e la white trrash maschio-bianca delle aree rurali? Tra Nord tradizionalmente liberal e ‘lincolniano’ e Sud reazionario? E i doppelgänger (dimenticavo: si chiamano Tethered) che spuntano da ogni dove a sterminare gli affluenti e begli originali stanno a dirci la lotta di classe americana, spettro mai del tutto allontanato anzi sempre ricorrente nel deposito mentale-collettivo della nazione? Peele ha l’ambizione di dire troppo e di stabilire un racconto politico. E finisce col dirci pochissimo, ed è il limite – la sua metafora così vasta e multiuso da risultare generica e insignificante – di un film peraltro pregevole per come sa evocare frammenti di disagio, angoli oscuri del reale e del mentale, per come sa creare visioni conturbanti. Oltre che per la sicurezza e maturità con cui Peele gira, manovra la mdp, concettualizza la sua lingua cinematografica, costruisce lo spazio schermico distribuendo vuoti e pieni, concatena gli step drammaturgici, e sempre con uno sguardo ampio in grado di connettere il singolare dei personaggi con il plurale delle relazioni sociali e il contesto ambientale. Se Get Out! poteva lasciare ancora qualche dubbio sulla statura di Jordan Peele, Noi/US li spazza via. Sorprendono l’uso della macchina da presa senza furori giovanotteschi e clin-d’oeil ai manierismi del genere, il ricorso parsimonioso e quasi nullo alle abusate steadycam e handycam, l’assenza di ogni selvaggeria e primitivismo a favore di movimenti di macchina costruiti e pianificati, lo studio accurato dell’inquadratura, gli scarsi primi piani (altro vezzo oggi imperante) e una camera che rinuncia ai corpo-a-corpo con i personaggi per mantenersi a distanza, come a oggettivare la scena e quanto vi si agita dentro. Un approccio classico, severo, riflessivo. Maestoso perfino. Che detta un tempo interno al film lento e dilatato, nonostante le accensioni e accelerazioni obbligate nelle parti più action. Film di sospensione, di attese, di minacce che incombono, di angosce che montano fino al loro punto di esplosione. Davvero poco a che che vedere con l’horror nella sua forma ormai canonizzata dove ogni allusione e sospensione sembra vietata dall’imperativo a tutto esibire.
In Noi/US quell’inquadratura dei misteriosi quattro che si stagliano nell’ombra, nella notte, ombra nell’ombra, a distanza (questo è un film di distanze, di approcci rifiutati in quanto generatori di pericolo e di morte) nel giardino di casa di vacanza degli Wilson, la famiglia al centro del film, è un manifesto programmatico della lingua della paura che verrà adottata da Peele. Il quale sembra volersi situare più dalle parti di Alfred Hitchcock e Roman Polanski che da quelle della bassa macelleria orrorifica dei nostri giorni. Quei quattro, che sono i doppi perfettamente speculare degli Wilson – madre, padre, figlia ragazzina, figlio bambino – poi avanzeranno contro di loro con l’intenzione di annientarli, e nei modi più spaventevoli. Sarà classica home invasion, con i quattro Wilson – famiglia nera ma di quella borghesia nera assai bianca dentro – costretti alla fuga. Scopriranno che anche i loro migliori amici di spiaggia (bianchi) sono stati attaccati da altrettante repliche, e che anzi è un popolo di doppi a essere uscito da chissà dove, da chissà quali catacombe dell’America nascosta, a vendicarsi e far fuori i loro originali. Dentro di noi, fuori di noi, c’è un popolo degli abissi che abbiamo conculcato e oppresso o semplicemente rimosso e che adesso viene a farci pagare caro pagare tutto. Noi/US per due ore e qualcosa – troppo – ci mostra l’estenzione del dominio della lotta delle repliche contro gli originali, dagli spazi privati e domestici dell’inizio all’intero paese (al mondo?), secondo il classico schema della Zombie invasion (l’escalation progressiva verso l’attacco parossistico e globale ricalca World War Z). E che sia (anche) un attacco allo Stato Peele ce lo dice fin troppo scopertamente attraverso quella catena umana anzi subumana formata dai Thetered da costa a costa a imbragare, imprigionare, segare in due il Paese: ricalcata su quella umanitaria lanciata a suo tempo, negli anni Ottanta, da Nancy Reagan con non ricordo più quale scopo caritativo e solidaristico.Gli anni Ottanta. Gli anni reaganiani. È lì che si colloca l’antefatto , con una sveglia ragazzina black che, allontanatasi dai suoi su una spiaggia-lunapark, si inoltra in un sotterraneo misterioso dove si ritroverà faccia faccia con il suo doppio. Il suo Tethered. In un guardarsi, letteralmente, allo specchio. E tra atmosfere di lunapark e camera degli specchi il rimando evidente è alla sequenza finale della Signora di Shanghai di Orson Welles. Risalirà in superficie, la ragazzina, ritornerà alla vita normale. Ma l’incubodi quella scoperta non la abbandonerà più sedimentandosi nel suo inconscio. La ritroviamo adulta, con marito e due figli – è lei la signora Wilson, moglie annoiata e madre amorevole: una stupendissima Lupita Nyong’o – ritornare incautamente alla stessa spiaggia e allo stesso mare di allora. Capirà che il doppio visto nello specchio da bambina non se n’è mai andato, che ogni abitante dell’America ha il suo altro, il suo Tethered, pronto a erompere dagli abissi per eradicare l’originale. Alla fine tutto si spiega, in una sequenza che ritorna circolarmente alla prima e ne è l’estensione, con la ragazzina a esplorare palmo a palmo il sotterraneo maledetto. Scopriremo molto scopriremo tutto. Che il mondo là sotto è opposto e speculare a quello sopra, che gli Inferi hanno la stessa disposizione spaziale e umana del Paradiso americano: in una sequenza di sbalorditivo virtuosismo, un longtake con mdp a penetrare il labirinto e i suoi abitanti che rifà Shining di Kubrick. E bisogna dire che tra tanti autori impropriamente accostati al genio creatore di Odissea nello spazio e Eyes Wide Shut, ad esempio il Lanthimos del Cervo sacro e La favorita (che con con quel cinema non ha invece niente da spartire), Jordan Peele è quello che più direttamente e legittimamente lo ricorda. Se l’armosfera minacciosa della città balneare ricorda la Bodega bay degli Uccelli di Hitchcock, se il pericolo che sta in chi ti è prossimo ci ripropone le ossessioni di Rosemary’s Baby di Polanski, la costruzione architettonica dell’intero film, con l’attenzione allo spazio schermico, con la costante interazione tra personaggi e ambiente e la loro disposizione come su una scacchiera, ci porta davvero a Shining o alle geometriche scene di battaglia di Barry Lyndon (e di Orizzonti di gloria). Finale strepitosissimo che in un twist improvviso riscrive-capovolge tutta la storia, e che a me ha ricordate quanto succede sulla slitta nel finale di Per favore non mordermi sul collo (ancora Polanski!). E si potrebbe continuare con il catalogo delle citazioni, innumerevoli. Ma occorre almeno ricordare, nelle parti in cui i nemici si impossessano dello spazio amico e domestico, il richiamo evidente all’Haneke di Funny Games.
Più che come Grande Metafora Politica, alquanto scontata, sugli svantaggiati che si prendono la vendetta sul popolo dei privilegi, e dunque sulle disparità sociale d’America e dell’intero Occidente, Noi/US funziona come referto delle nostre identità friabili, precarie. Sempre sotto schiaffo e scacco della parte ocura di noi stessi, mai conosciuta, mai indagata, mai placata. Poi, certo, Jordan Peele avrebbe potuto utilmente tagliare una ventina di minuti. Tutto il corpo centrale è, pur benissimo girato, ridondante e ripetitivo, con quell’attacco dei Tethered ai normali-e-felici replicato meccanicamente infinite volte senza una chiara strategia di sviluppo drammaturgico. Però, al di là della riluttanza alla sintesi e dell’abuso di metafora, che gran film, in grado di includere nella mappa dell’orrore la conoscenza, la riflessione, il pensiero. Speriamo solo che Peele non resti incastrato nell’eterno ritorno aell’horror politico, nel loop dello stesso film replicato senza fine, e si misuri con altri generi e modi e metta la sua maturità d’autore al servizio di altre storie.

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