Recensione: I FRATELLI SISTERS, un film di Jacques Audiard. I killer, l’oro e l’eterno selvaggio West

I  fratelli Sisters (The Sisters Brothers), un film di Jacques Audiard. Con Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer. Al cinema da giovedì 2 maggio 2019.
Il primo western del regista di Un prophète (e il suo primo film girato in inglese). Con due fratelli killer, un ambiguo pistolero, un cercatore d’oro molto speciale. Un pretesto per Jacques Audiard per imbastire uno dei suoi racconti sull’avidità, il potere, la lotta animale per la sopravvivenza. Ma stavolta con toni da commedia picaresca. Leone d’argento a Venezia per la regia. Voto 7+
Il primo western di Jacques Audiard. Il suo primo film in inglese. Ma ancora e sempre europeo. Girato difatti in Spagna – come uno spaghetti western reloaded – e con produttori tra cui figurano i fratelli Dardenne e perfino Cristian Mungiu. Un ricalco molto ben riuscito e convinto, da cineasta che molto ha visto e molto ha rielaborato, delle storie della frontiera che sono storie universali di tutte le frontiere. Il West come landa più o meno desolata che si fa teatro di tutto l’umano. Gran successo di stampa e pubblico alla scorsa Mostra di Venezia, da dove è uscito con un riconoscimento di peso, il Leone d’argento per la migliore regia. Sarà stato contento, Audiard, che ha preferito esporsi al Lido e non a Cannes, da sempre il suo festival di riferimento, il territorio di caccia in cui ha vinto una palma con il malcompreso e sottovalutato Dheepan (credettero molto nel film i fratelli Coen, in quel Cannes presidenti di giuria). Devo dire che The Sisters Brothers è buono davvero, smentendo le perplessità della vigilia (un western? Da Audiard?). E chi mai si aspettava tanti applausi a Venezia, soprattutto da una platea a prevalenza italiana che non ha mai granché amato il regista di Dheepan e Un prophète.
Solida storia di fratelli killer di nome, incredibilmente, Sisters, uno malvagio l’altro meno e pronto a ubbidire ai richiami del Bene non appena si palesi. Dal perfido committente da loro chiamato The Commodore (un minaccioso Rutger Hauer che si intravede appena) ricevono il mandato di inseguire e ammazzare un certo Johnson. E comincia la caccia, mentre vediamo la preda, il Johnson, fare amicizia con uno strano utopista con in tasca tanto di formula chimica per trovare l’oro (col ricavato vuol mettere su un falansterio con gente da Europa e America: googlare Charles Fourier). Naturalmente tutti hanno un segreto, tuti cercano di ingannare gli altri, sicché son ribaltamenti e colpi di scena, mentre il confine tra Bene e Male si confonde sempre di più. Ma il focus narrativo resta sui due fratelli, il cattivo e il meno cattivo, sulle loro avventure picaresche, sulla loro forse possibile redenzione. I luoghi canonici del western ci sono tutti, dal saloon-bordello alla San Francisco intossicata dalla febbre dell’oro e nuova Babilonia. Audiard attraversa tutti i cliché con la solita energia, con la fluidità narrativa di cui è capace, cosnegnandoci uno dei suoi esemplari racconti sul potere, l’avidità, la sopraffazione, la lotta quasi animale per la sopravvivenza. Solo la parte finale non gli appartiene granché, e difatti è quella che rischia di infiacchire un film per il resto assai riuscito. Joaquin Phoenix e John C. Reilly, anche coproduttore, sono i due fratelli, a voi indovinare chi sia il buono e il cattivo (è facile). Jake Gyllenhaal è l’obiettivo della loro caccia, Riz Ahmed l’utopista.

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