Recensione: L’UOMO FEDELE, un film di Louis Garrel. Omaggio al cinema di papà

L’uomo fedele (L’homme fidèle), un film di Louis Garrel. Con Louis Garrel, Laetitia Casta, Lily-Rose Depp.
Louis Garrel sorprende con questo suo secondo film da regista scritto dall’illustre Jean-Claude Carrère e girato in modi neo-nouvellevaguistici che ricordano quelli di papà Philippe. Un triangolo (anzi quadrilatero) amoroso con al centro un uomo indolente e passivo conteso, desiderato, mollato da due donne. Con una prima scena folgorante e un altrettanto folgorante colpo di scena finale. Nel cast Laetitia Casta, moglie dell’attore-regista, a suggerire forse (forse) un qualche intreccio tra arte e vita, tra scena e fuoriscena. Voto 7 e mezzo
Buona, buonissima sorpresa, questo secondo lungometraggio da regista di Louis Garrel (il primo, Les deux amis, non è mai uscito da noi), attore di massima preminenza nel cinema francese autoriale , uno di quegli uomini baciati dagli dei – e dalle dee suppongo – che nascono belli e bravi, e pure in ottime famiglia di grande distinzione intellettuale. Non ha mica paura, Garrel Jr., a confrontarsi in L’uomo fedele con l’ombra del padre Philippe, uno degli autorissimi del cinema francese (l’altro è Bruno Dumont. Dite Godard? Ma lui è svizzero). Ne condivide il rimando stilistico e linguistico alla Nouvelle Vague (come se quella rupture nel cinema non solo francese sia diventata nei Garrel lignaggio, patrimonio genetico da trasmettere lungo le generazioni, segno di un’appartenza aristocratica e dinastica), si focalizza come il genitore su storie qualunque di persone qualunque che si riveleranno a una più ravvicinata osservazione eccezionali, sghembe, contorte, anomale. Con amori e dolori a svellere con il loro senso di assoluto, il loro eccesso, il banale quotidiano. Davvero in certi momenti di L’uomo fedele sembra di intuire dietro la macchina da presa la sagoma di Philippe più che di Louis. Omaggio al padre o sfida, l’eterna sfida edipica sullo stesso terreno di combattimento tra il maschio di famiglia dominante e quello in ascesa? Un’ambiguità che rende ancora più sfuggente e aperto all’interpretazione il film. Film benissimo scritto, con dialoghi di somma eleganza parigina (se riuscite a vederlo in VO meglio) in cui precipitano intere tradizioni e generazioni letterarie, teatrali, filmiche. L’eleganza e la sottigliezza di Marivaux arrivate fin qui attraverso il filtro di Rohmer, Truffaut, Jean Eustache e uno stuolo di altri autori anche di teatro boulevardier. Con quella qualità assolutamente francese che possiamo chiamare brio. Dialoghi cui dà un fondamentale contributo, come all’intera sceneggiatura, un totem come l’oggi ottantasettene Jean-Claude Carrère, scrittore di cinema onusto di collaborazioni celebri, dal Buñuel francese (Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà) a Garrel padre (L’ombre des femmes). Una storia collocata nell’oggi ma atemporale e – suppongo – scritta parecchio tempo fa e oggi astutamente riesumata e ripescata da qualche cassetto o deposito da Louis Garrel.
Triangolo, anzi quadrilatero amoroso (l’uomo che fa da quarto lato è più volte citato, ma resta invisibile allo spettatore) raccontato e messo in scena in modi lievi, anche sommessamente ironici. Vizi e immoralismi privati e di letto assai francesi, sublimati in un gioco di buone maniere in cui non avverti mai il fetore del peccato e della colpa. Anche, un intreccio abbastanza inverosimile, ma che la mano e la grazia di Louis Garrel interprete e regista riescono a renderci accettabile, per così dire naturale.
Si comincia con un scena folgorante. A un attonito giovane uomo di nome Abel (Garrel ovviamente) la compagna Marianne (una Laetitia Casta perfetta nella sua malizia iperfrancese) rivela di esere incinta. Ma non di lui: del suo, del loro, migliore amico Paul. Sarà separazione, ovvio. Senza che il racconto indugi troppo sui tormenti del brav’uomo tradito e mollato, eccoci abbastanza velocemente a otto anni dopo. Quando, al funerale del prematuramente scomparso Paul, Abel ritrova Marianne in gramaglie vedovili con accanto il figlio ormai grandicello. C’è anche all’inumazione del defunto la sorella di lui, Eva, infatuata fin da ragazzina di Abel e ora decisa a conquistarselo. E così sarà, anche perché il bell’uomo Abel è per la sua natura indolente, irresoluta e intimamente passiva un facile oggetto, una preda a disposizione del più deciso cacciatore o cacciatrice. A Eva (Lily Rose-Depp, doppia figlia d’arte: di Johnny Depp e Vanessa Paradis e assai somigliante a entrambi) non occorrerà molto tempo per portarselo a letto e poi a vivere con lei  in una mansarda assai parisienne, covo d’amore che non tarderà a diventare troppo stretto per i due. Non aggiungo altro, se non che Abel, l’oggetto di ogni desiderio, riprenderà i contatti con Marianne e si troverà a fare i conti non solo con le scorie del loro passato ma con la presenza del figlio di lei e di Paul, un insopportabile bambino fin troppo scaltro e sapiente. Basta così. Ma il film riserva altre sorprese prima del tornante finale.
L’amore come una paziente partita e schermaglia e battaglia dove ogni arma è lecita, con stavolta il maschio a fare da pedina debole e le donne a comandare il gioco. Fose metafora non tanto dell’eterna guerra dei sessi, quanto della redistribuzione dei poteri all’interno delle relazioni uomo-donna così come si è configurata nelle ultime decadi e ormai arrivata al suo apice, alla sua sistemazione. Con la bilancia a pendere sempre più dalla parte di lei. Ma non è il caso di rintracciare significati riposti e una profondità estranea a un film che va fruito per quanto ci mostra e offre nella sua immediatezza, nella sua superficie cangiante di gioco squisito quanto cinico e felicemente amorale. E per il suo essere un piccolo saggio di antropologia francese e sulla rappresentazione francese delle passioni. Louis Garrel diversamente dal padre libera la macchina da presa dall’obbligo del cinema classico (ed è classica ormai anche certa Nouvelle Vague di cui Garrel Sr. è uno degli epigoni) alle carrellate, ai piani sequenza sontuosi e virtuosistici, alle inquadrature studiate e perfetta anche quando in apparente disordine. Mutuando l’uso nevrotico della mdp di tanto cinema giovanottesco, Garrel Jr. tallona i suoi personaggi in inquadrature ora sghembe (ma non troppo, per carità), ora incerte e tremolanta, benché senza la frenesia adrenalinica di tanti suoi colleghi coetanei. A suggerirci che lui il cinema del passato lo conosce e lo omaggia e lo ama, ma non ha certo l’intenzione di restarci intrappolato. Adesso aspettiamo il prossimo film, ma la speranza che sia nato un autore c’è. Intanto, la presenza in L’uomo fedele della moglie di Garrel, Laetitia Casta, inscrive il film in quella speciale categoria di cinema in cui finzione e tratti autobiografici dell’autore sembrano sovrapporsi e confondersi. Lasciando credere allo spettatore – ingannandolo? depistandolo? – che tra set e vita intercorra uno scambio, un travaso incessante. Un genere di cinema in cui è diventata una virtuosa Valeria Bruni Tedeschi, che nei suoi film da regista utilizza come attori parenti, amici, ex amanti per parlare di parenti, amici e ex amori. E che di Louis Garrel è guardacaso l’ex compagna.

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