Recensione: Che fare quando il mondo è in fiamme?, un docufilm di Roberto Minervini. Triste Louisiana

Che fare quando il mondo è in fiamme? (What You Gonna Do When The World’s On Fire?) di Roberto Minervini. Documentario. Al cinema da giovedì 9 maggio distribuito da Cineteca di Bologna e Valmyn.
Roberto Minervini torna con la la sua mdp a raccontarci pezzi dell’America più derelitta e svantaggiata. Stavolta una comunità nera in Louisiana devastata da povertà, droga, criminalità, incursioni poliziesche. Ma le storie raccontate son poche e scarne, e non così eloquenti. Voto 5 e mezzo
Questa recensione riprende quanto ho scritto dopo la proiezione a Venezia 2018, dove Che fare quando il mondo è in fiamme? era stato presentato (in concorso) in versione lunga di 123 minuti. Mentre quella attualmente in sala è stata accorciata a 109 minuti. Immagino che il film, asciugato di certe sue prolissità e ridondanze, ci abbia guadagnato e meriti più del 5 e mezzo che gli ho dato (no, la nuova versione non l’ho vista).
Facile dire film italiano. Ma quanto lo è questo film di un autore, assai stimato, di documentari che da almeno quindici anni vive e lavora negli Stati Uniti? Con film che, se ricordo bene, vanno a indagare la realtà Usa, soprattutto il suo Sud sempre profondo, sempre percorso da tensioni e fratture? Certo, nei credits di produzione compaiono Rai Cinema, MyMovies.it, Okta Film di Paolo Benzi. Ma basta per dirlo cinema nostro? Non è un caso raro, anzi, quello dell’identità nazionale labile di un film. Oggi l’audiovisivo è sempre più apolide, il risultato di complicate alchimie produttive transanazionali che possono coinvolgere insieme, per dire, Norvegia e Qatar (non è una battuta, Doha sostiene molto cinema internazionale da festival, e sarebbe interessante capire il perché di tanto attivismo). Quanto a questo film dal titolo inutilmente lungo e lambiccato – ma perché mai? -, si configura un altro dei capitoli di Minervini girati laggiù negli stati meridionali dell’Unione, a indagare l’America non solo più fonda ma anche più diseredata, e più ancorata alla tradizione. Con quel razzismo e suprematismo bianco sempre presenti e pronti a deflagrare alla prima occasione. Chissà perché annunciato, anche nella sinossi, come un documentario sulle uccisioni in questi ultimi anni da parte di vigilantes, polizia, privati cittadini di neri americani. Certo, c’è anche questo, ma il film consiste in un’esplorazione su esistenze e disagi di un quartiere black di New Orleans, Louisiana, e su un gruppo di militanti autoribattezzatisi New Black Power (o New Black Panthers?, francamente non ricordo) di Baton Rouge (anche se li vediamo attivi pure a Jackson, Mississippi). Ecco, nella parte più povera degli Usa i neri più poveri, gli ultimi tra gli ultimi. Minervini segue con la macchina da presa – senza mai intervenire, senza interloquire, senza fare domande e senza ottenere risposte, senza usare didascalie, senza fornire spieghe (puro metodo Frederick Wiseman insomma) – un pugno di personaggi, con l’intenzione di comporre attraverso le loro microstorie una specie di arazzo. L’ambiente è quello che si può immaginare, guerre tra gang, incursioni delle forze dell’ordine, miseria, molte madri single che faticano a tenere insieme la famiglia, spaccio endemico, consumo di ogni droga, crack in testa, altrettanto endemico. Zero prospettive, zero speranze. Vediamo due fratelli ragazzini, forse la parte migliore, con le loro escursioni e la loro scoperta del mondo, e sembra Mark Twain. Vediamo, soprattutto sentiamo perché di eloquio torrenziale, una signora che dopo un passato tempestoso ha messo su un bar. E poi un gruppo di tossici derelitti. E i New Black Power di cui si diceva che si sono autorganizzati con ronde e presidi del territorio a difesa della comunità (con tanto di divise e organizzazione paramilitare). In my opinion, la parte meno riuscita del film, con quella capessa erinni scatenata contro i giudici, i politici, i poliziotti, contro tutti i bianchi, ugualmente accusati di ogni nequizia. Nei peggiori momenti, che non sono pochi, questo film che vorrebbe essere nobilmente di denuncia “lasciando parlare i fatti e la gente” finisce col diventare una cacofonia di voci indistinte che strepitano, si accavallano, gridano al Grande Complotto contro i neri, in parte sulla base di fatti conclamati, ma assai più spesso mossi dalle loro ossessioni, se non deliri (ma sarà poi vero che è stato il Ku Klux Klan a tagliare la testa a un nero? per non parlare di quelli convinti che il crack sia stato introdotto nelle comunità nere negli anni Ottanta per inficchiarle e schiavizzarle. Come se il consumo di crack fosse stato imposto per legge o per coercizione. Ma si può?). Dominano una visione paranoica delle cose non sempre giustificata, l’invettiva gentista e indiscriminata, l’autoindulgenza. Oltretutto sono davvero poche le storie che Minervini ci mostra tanto minuziosamente, e dunque la pretesa evidente del film di farsi quadro fedele e specchio della condizione dei neri americani e della loro eterna inferiorità sociale abbisognerebbe di qualche pezza d’appoggio in più. Certo, benissimo girato e ancora meglio fotografato (Minervini ha il dono raro di catturare il respiro del reale), questo film dal titolo impossibile finisce col diventare con le sue due ore e passa insostenibile e inguardabile anche per i meglio disposti (per fortuna si finisce con il Mardi Gras e qualche sberluccicante costume che, noostante l’austero b/n, riempie gli occhi). Ma perché Minervini non abbandona la pretesa dell’affresco e non torna a raccontare microcosmi, come fece meravigliosamente nel suo Stop the Pounding Heart, su una famiglia protestante fondamentalista laggiù nel Texas?

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