Recensione: I FIGLI DEL FIUME GIALLO, un film di Jia Zhang-ke. Due vite tra comunismo e social-capitalismo

I figli del Fiume Giallo (titolo internazionale: Ash is purest white; titolo originale: Jung Hu Er Nv), un film di Jia Zhang-Ke. Con Liao Fen e Zhao Tao.
Il più acclamato regista cinese stavolta resta al di sotto del suo standard con un film stanco, dilatato oltre ogni ragionevolezza e troppo simile ai suoi due precedenti. Qiao e Bin si amano, si lasciano, si ritrovano ecc., mentre la Cina cambia tumultuosamente, passa dal comunismo al rombante social-capitalismo, tra nuovi ricchi e quelli che ricchi vogliono diventarlo senza riuscirci. Presentato l’anno scorso a Cannes, adesso nei nostri cinema (da giovedì 9 maggio, Cinema Distribuzione). Voto 6 e mezzo
Alla vigilia dello scorso Cannes veniva dato tra i favoriti. Erano anni del resto che Jia Zhang-Ke, il regista cinese internazionalmente più rispettato e ospitato dai festival, sfiorava la palma senza agguantarla. Prima con A Touch of Sin poi con Mountains May Depart. Sembrava, poteva, doveva essere il 2018 la volta buona. Invece Zhang-Ke ancora una volta è uscito da Cannes senza il massimo riconoscimento, anzi senza niente. Benché assai lodato dalla stampa internazionale, a me questo Ash is Purest White (chissà perché adesso ribattezzato da noi I figli del Fiume Giallo) non è parso gran cosa già fin da allora, là sulla Croisette. In my opinion, il film più stanco di Jia Zhang-Ke, ai limite della clonazione dei suoi due precedenti. Anche qui storie di gente qualunque che cerca di essere qualcuno, tra ascese e cadute e ricominciamenti, mentre intorno alla commedia umana muta tumultuosamente la Cina, da paese rural-socialista a superpotenza socialista-capitalista senza democrazia. Miserie che restano tali e ricchezze improvvise quanto equivoche. E l’impeto di un paese, di un popolo, in eterno movimento orizzontale o ascendente (dipende dal frangente storico), capace di sopportare le più immani e inumane fatiche. Interessante, come no, ma purtroppo tutto già visto e anche già meglio raccontato dallo stesso Jia.
Un uomo e una donna in un qualche angolo remoto di Cina, in un insediamento umano proliferato intorno a una miniera che adesso naturalmente sta per essere chiusa – è l’economia di mercato, per quanto controllato – con trasferimento coatto di chi ci lavora in un sito petrolifero parecchio distante. Dico naturalmente, perché quello della bieca rivoluzione industrial-capitalistica, ma sarebbe il caso di dire socialista-capitalista, che ha cambiato il paese e ne ha copntaminato la purezza comunista è un classico del regista. Tema ricorrente nel suo cinema, compreso un medio-corto di qualche anno fa dato a Locarno. Che resta poi il lato oscuro e meno decifrabile di Jia. Cos’è che si rimpiange davvero nei suoi film, la nobile semplicità contadina e operaia o il regime comunista nelle sue stagioni più pesantemente ideologiche e totalitarie? Se la seconda, dico no grazie. In Ash is purest white (La cenere è il bianco più puro: battuta pronunciata dalla protagonista in riferimento ai vulcani) la nostalgia del passato – si stava meglio quando si stava peggio? – si incarna in un padre sindacalista che incita alla protesta contro la chiusura della miniera. Intanto la di lui figlia Qiao, molto meglio adattata ai nuovi tempi e più cinica, gestisce una losca bettola dove si beve e gioca d’azzardo, e dove si organizzano piccoli illeciti traffici di cui il macho Bin, fidanzato di Qiao, è il capataz. Bin cercherà di fare il salto in giri più grossi ma sarà fermato da una banda rivale e lei per difenderlo tirerà fuori una pistola. Sarà condannata a cinque anni di galera. Il resto è tutto un lasciarsi e ripigliarsi e rilasciarsi ecc., un onoff direbbero le sciurette del gossip, da classico mélo, solo nello stile pop-autoriale di Jia. Il quale sembra voler girare all’inizio un noir-crime quasi in stile hongkonghese con tanto di scontri a colpi di kung-fu, ma poi si pente e vira su una più tradizionale saga con denuncia del degrado di valori e costumi. Senza peraltro trovare una convincente chiusura cercandone troppe e stirando la durata fin quasi alle due ore e mezzo, francamente too much sant’Iddio. Il segno di Zhang-Ke si vede più di una volta, come no, ma resta inesorable l’impressione di déjà-vu. C’è un personaggio minore, un piccolo gaglioffo che si chiama Jia e sfida il macho Bin in una partita di azzardo e si diverte a filmare (col cellulare). Che sia lo stesso Zhang-Ke? O un’autoparodia? Ottima come sempre Zhao Tao, moglie e attrice-feticcio del regista.
(Questa recensione aggiorna quanto ho scritto dopo la proiezione a Cannes 2018. Allora assegnai a I figli del Fiume Giallo 5 e mezzo, valutazione che adesso ho portato a 6 e mezzo. È che, come ho già altre volte spiegato, ai festival si è sempre molto esigenti, le aspettative +altissime, quindi anche le delusioni più facili e più forti. Quanto a Jia Zhang-Ke: anche se questo film non è il suo vertice, resta indubitabilmente un maestro.)

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