Recensione: John McEnroe, l’impero della perfezione. Un film di Julien Faraut. Questo non è solo un docu sul tennis

Jon McEnroe, l’impero della perfezione (L’empire de la perfection), un docufilm di Julien Faraut. Con John McEnroe.
Presentato alla Berlinale 2018 nella sezione Forum. Vincitore al Festival di Pesaro 2018 del Concorso Pesaro Nuovo Cinema – Premio Lino Miccichè. In sala da lunedì 6 maggio 2019 distribuito da Wanted. Qui, sul sito del distributore, le sale in cui è programmato.
Un film che racconta il periodo d’oro di John McEnroe e i suoi memorabili Roland Garros della metà anni Ottanta. Ma L’impero della perfezione va oltre, ponendosi come riflessione su grammatica e forme del cinema sportivo. E sulle intime connessione tra cinema e tennis (già colte dal leggendario critico Serge Daney). Un film rivelazione. Insieme teorico e trascinante. Voto 8 e mezzo
Uno dei vertici della Berlinale 2018, dov’è stato presentato a Forum, la sezione più esplorativa e coraggiosa. E da lì decollato per una carriera assai fortunata nel circuito arthouse. Un film sullo sport, sul tennis. Ma l’operazione del francese Julien Faraut va ben oltre le forme del cinema sportivo come convenzionalmente le pensiamo. Almeno nella sua prima parte L’impero della perfezione è sì sul tennis, e su John McEnroe, ma è ancora di più cinema sul cinema. Cinema sul cinema sportivo. Ed è un lavoro sul cinema come memoria e sulla memoria del cinema attraverso il ripescaggio dagli archivi di clamorosi footage dagli anni Sessanta agli Ottanta e di un documentario sul McEnroe dei tempi d’oro. Ma, nella sua struttura vertiginosa  e multistratificata, L’impero della perfezione si pone anche come omaggio a un maestro del cinema sportivo, Gil de Kermadec, ex tennista francese che già fin dagli anni Sessanta realizza – glieli commissiona la federazione – filmati didattici sul tennis, sulla sua meccanica, sulle sue regole, sulla sua pratica. Filmati che a vederli oggi sono una scoperta affascinante, pura esperienza cinematografica di immagini in movimento, di visione. Mentre Julien Faraut, l’autore di questi davvero straordinario L’impero della perfezione, ci avverte, con Godard, che se “il cinema mente, lo sport mai” (detto da JLG in un’intervista rilasciata a L’Equipe). Ed è seguendo l’evoluzione di Gil de Karmadec che Faraut incontra John McEnroe, diventato il feticcio di de Karmadec, da lui ripreso infinite volte, ossessivamente. Fino a che l’ex tennista diventato cineasta gli dedica un intero film, con riprese soprattutto degli incontro del cattivo ragazzo ai Roland Garros che sovvertono regole e codici del cinema sportivo.
Qual è l’impero della perfezione? Quello del tennista-imperatore McEnroe? O del cinema su di lui? O del cinema tout court? Se nella sua prima parte il film di Faraut, citando Godard e poi il mitico critico di Libération Serge Daney (che per Libé volle scrivere anche di tennis), ci fa riflettere ancora e ancora sul cinema e sul suo incanto, sulle sue trame segrete, sulle sue intime connessioni con lo sport (cinema e tennis hanno in comune, secondo Daney, la libertà rispetto al tempo), nella seconda parte L’impero della perfezione diventa inevitabilmente, inesorabilmente, un film sulla superstar John McEnroe. E il campionissimo JME ingoia, letteralmente, il film, spazzando via ogni discorso metacinematografico, e Julien Faraut non può che assecondarlo, perché McEnroe è, semplicemente, irresistibile. Si rimane intrappolati dai sui movimenti sul campo, dalle sue improvvise torsioni e accelerazioni, dalle continue invenzioni del suo gioco, dalle sue leggendarie liti con arbitri e pubblico. Faraut ripropone il documentario girato da de Karmadec e altro materiale, per scomporli, ricomporli, creare una biografia sul campo di McEnroe che è anche altro. Mentre fuori campo la voce di Mathieu Amalric commenta. Gran finale dedicato alla partita che al Roland Garros oppose nel 1984 McEnroe al cecoslovacco Ivan Lendl (uno con la faccia, mi pare che avesse scritto allora Gianni Clerici ma potrei sbagliarmi, da secondino dello Spielberg). Pura epica come neanche Lawrence d’Arabia o Sentieri selvaggi. Peccato solo per qualche cedimento nella seconda parte allo psicologismo, con tanto di interventi di un esperto del ramo. Francamente non se ne sentiva il bisogno.

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