Cannes 2019. Recensione: THE DEAD DON’T DIE di Jim Jarmusch. Tutto qui il molto atteso film d’apertura?

The Dead Don’t Die (I morti non muoiono) di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloe Sevigny, Danny Glover, Iggy Pop, Tom Waits, Steve Buscemi, Selena Gomez. Compétition.

Francamente ci si aspettava qualcosa di più da questa divertita incursione di Jim Jarmusch nel genere zombesco. Tutto come in un qualsiasi drive-in movie, con una cittadina americana invasa dai morti viventi. Certo, il tocco del  regista lo si avverte nella stilizzazione estrema, nella voluta bassa intensità emozionale e orrorifica, nella coolness disseminata in pose e dialoghi. Ma non si esce mai dal gioco autoreferenziale. Voto 5

Tom Waits stars as “Hermit Bob”

Tutto qui? Intendo: tutto qui il molto atteso nuovo Jarmusch scelto, e a fine visione eravamo in tanti ieri sera a chiederci il perché, come film d’apertura di Cannes 72? Proiettato al Gran Théâtre Lumière, la sala massima del Palais, la cattedrale ove si officiano i più identitari riti festivalieri, dopo la pomposa cerimonia d’ouverture (con il presidente di giuria Iñarritu inoltratosi in un interminabile speech in spagnolo e non in inglese, dettaglio cui si dovrà attribuire un significato di orgoglio e perfino sovranismo messicano, o ispanico; con conduzione professionale quanto anodina e senza il minimo scostamento dal copione pre-scritto di Edouard Baer). Non sto a dirvi le attese e le file per entrare non al GTL, ma alle Salle Debussy dove si dava in contemporanea la proiezione stampa. Alle prese con una security che non è più quella di massima efficienza e cortesia degli anni scorsi (li avranno promossi alla Lumière o semplicemente non è stato loro rinnovato l’ingaggio?), composta da volonterosi quanto spaesati ragazzi – verrebbe da scrivere ragazzoni data la mole – in sobrio completo blu ma abbastanza ignari di cosa volesse dire tenere sotto controllo e organizzare e smistare la ressa di giornalisti scalpitanti. Hanno sbagliato a piazzare i fondamentali cartelli che indicano ai vari badge in quale coda mettersi, e immaginatevi il caos con migrazioni da una fila all’altra in cerca della collocazione giusta. E poi, nella sala Debussy, ordine perentorio di avviarsi verso i settori dove non c’era più posto e invece sbarramento a quelli ancora liberi. Non ancora preparati e rodati, e speriamo imparino presto.
Finalmente, dopo tanto caos e la noiosa cerimonia (trasmessa nella Debussy), parte The Dead Don’t Die, titolo ripreso da una ballatona del fino a ieri a me sconosciuto folk o countrysinger Scargill Simpson. E siccome tutti avevamo ancora negli occhi le delizie del precedente film ‘di genere’ di Jarmusch, il vampirico Only Lovers Left Alive, ci si aspettava da questo zombesco un pari grado di beltà e divertimento colto-intelligente. Macché. Non che il film sia brutto, anzi è molto jarmuschiano nella sua voluta basso-media temperatura interna, nella sua blanda intensità, nel suo ritmo dolcemente allentato e privo di nevrosi adrenaliniche, nella sua riflessività e contemplatività anche in momenti che dovrebbero essere di puro horror e action (parola incompatibile con il cinema di JJ). Come se il regista anche per raccontare quella che in fondo è una storiaccia qualunque da drive-in movie non avesse voluto rinunciare alla asciuttezza e misura che sono il suo marchio di creatore di squisiti haiku cinematografici. E poi, stilizzazione accentuata, massima attenzione a non debordare nonostante la materia narrativa dai confini del cinema rigoristico-autoriale. Ma, diversamente che in Only Lovers Left Alive, il film resta una macchina celibe, sterile, autoriferita, senza sbocco verso l’esterno, senza canali di comunicazione con ciò che sta oltre lo spazio schermico. Un cinema che si riflette allo specchio e non ce la fa mai a distogliere lo sguardo da sé stesso. Al meglio, un brillante divertissement, senza farcela mai a indurre in chi guarda pensieri e inquietudini. Tutt’al più un qualche sorriso. E quando in zona finale si va ahinoi sulla metafora (ma perché mai gli zombie devono sempre stare per qualcos’altro e mai per sé stessi?), viene voglia di scappare dalla sala. Perché è almeno dagli anni Settanta che i morti viventi che si mangiano i vivi ci vengono spacciati come allegoria della società consumistica e capitalista “che divora se stessa”, e non c’era bisogna che anche Jarmusch ce lo ricordasse. E poi, davvero non se ne può più di film d’autore sui morti viventi e i morti che ritornano (perfino uno bravo e sveglio come Bernard Bonello ci è caduto: porterà tra pochi giorni uno zombesco alla Quinzaine e speriamo sia meglio di The Dead Don’t Die).
Allora: la Terra per via di un frattura ai poli è uscita dal proprio asse, nientedimeno!, sicché si susseguono strani fenomeni benché minimizzati dalle autorità, tipo sole di notte e buio di giorno. Intanto, altro segnale, gli animali lasciano le case degli umani e scappano via, nella natura. Siamo a Centerville, cittadina del profondo americano di nome che tutte le cittadine simboleggia e riassume. Man mano ne conosciamo la gente. La coppia di poliziotti, il maturo (Bill Murray) e il giovane (Adam Driver), da cui arrivano i momenti più godibili del film, con i loro duetti e dialoghi cool-surreali. Una pavida poliziotta  interpretata da Chloe Sevigny. Un nerd titolare del ferramenta, luogo che si rivelerà strategico per fornire agli abitanti armi e utensili atti a colpire alla testa gli zombie invasori. Si aggiungano due signore del locale diner e due ragazzi e una ragazza di passaggio, subito ribattezzati gli hipster di Cleveland (o forse di Pittsburgh). Più un eremita mattocco dei boschi che guarda e osserva a distanza il disastro zombesco in corso. Quella comicità raggelata e impassibile che vien detta deadpan pervade e percorre tutta la messinscena jarmuschiana, incarnandosi in purezza nel personaggio di una proprietaria di pompe funebri d’aspetto robotico (Tilda Swinton), fervente buddista e bravissima nel maneggiare la katana. Succederà l’ovvio. Che per via del fuori-asse i morti del cimitero si ridestano e vanno ad attaccare i vivi.
Ora, dire che è tutto déjà-vu è superfluo anzi inutile. Perché credo sia precisamente l’intenzione di Jarmusch rifare e riattraversare diligentemente i cliché del genere. Già, ma per trarne che cosa? È qui, nella ricerca di un senso purchessia, che il film non decolla e gira a vuoto, pur regalandoci qualche momento di grazia e di discreto godimento. Si aspetta invano il colpo d’ala, che Jim Jarmusch ci destabilizzi e ci costringa a guardare in qualche abisso di terrore vero. Invece non si esce dal perimetro del gioco cerebrale e fin troppo esibito, con qualche accenno di metacinema e mise-en-abyme che fa tanto autorialità festivaliera (scambio di battute tra i due poliziotti: “ma come fai a sapere cosa succederà?”, e l’altro “Jim mi ha dato il copione”. Al che il primo, ovverossia Bill Murray, sbotta: “A me ha dato da leggere solo la mia parte. Con tutto quello che ho fatto per lui”) e con riferimenti cinefili continui: il portachiavi Star Wars di Adam Driver, il personaggio di Tilda Swinton che ricorda il suo/la sua guru di Doctor Strange. Jim Jarmusch si è evidentemente divertito, chiamando a raccolta i soliti amici, compresi Iggy Pop e il feticccio Tom Waits. Noi, un po’ meno. Vero, le risate non sono mancate in corso di proiezione stampa, ma alla fine non si sono tradotte in applausi entusiasti. Qualche accenno di fischi subito silenziato. E dal primo film di Cannes 72 è tutto.

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2 risposte a Cannes 2019. Recensione: THE DEAD DON’T DIE di Jim Jarmusch. Tutto qui il molto atteso film d’apertura?

  1. d.b. scrive:

    È sempre un piacere leggerla al di là dei giudizi personali sui film, scrive davvero in maniera esemplare. Ho visto solo il trailer e non mi stupisce che parli di un Jarmusch compiaciuto che gira a vuoto, purtroppo; per me già Paterson era un poco sostenibile esempio di comfort zone autoriale spinta oltre i limiti. La correggo solo – visto che l’ha scritto anche nel pezzo di apertura su Cannes e pensavo si trattasse di refuso sfuggito alla rilettura – sul titolo del JJ vampiresco di qualche anno fa: Only Lovers Left Alive – non Alone – (questo sì, davvero magnifico).

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