Cannes 2019. Recensione: BACURAU, un film di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Furioso Nordest brasiliano

Bacurau, un film di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Con Barbara Colen, Sonia Braga, Udo Kier. Compétition.
Sconcerto e qualche applauso in platea stampa: il brasiliano Kleber Mendonça Filho che tre ani fa aveva trionfato con Aquarius stavolta sorprende con un film sfrenato, barocco alla multipla potenza, di una selvaggeria senza freni, un western dei tropici con tratti da vecchio cinema militante. Un villaggio di tradizioni di sinistra viene messo sotto attacco da un misterioso nemico. Sarà duello al sole, mezzogiorno di fuoco. Oscillante tra il sublime e il ridicolo, un film che spacca (nel senso di dividere) e non lascia indifferenti. Da Palmarès. Voto tra il 6 e il 7
Oscillante tra l’abominevole e il sublime. Un film smisurato, sfrenato, barocco alla plurima potenza, farcito fino a scoppiare e debordare di ogni possibile reminiscenza e citazione cinematografica, in primis i film tropicalisti di Glauber Rocha, i macaroni western più smodati (certo, Leone, ma anche Sollima e il Corbucci di Django), le psichedelie mescaliniche del Dennis Hopper di The Last Movie, il John Carpenter sotto assedio di Distretto 13. Tutto ingoia anche se non tutto digerisce e metabolizza questo inatteso nuovo film del brasiliano Kleber Mendonça Filho (che stavolta condivide la responsabilità registica con il suo storico art-director Juliano Dornelles). Quel Mendonça Filho che a Cannes 2016 letteralmente trionfò con Aquarius, anche se premi non ne portò a casa, e però la consacrazione a autore di prima fascia e a prediletto del festival quella sì se l’assicurò. Ma di quel Mendonça Filho qui rimane poco, quasi niente, quasi avesse scelto di autodistruggersi, di fare tabula rasa del proprio passato e reincarnarsi autorialmente in qualcos’altro, in qualcun altro. Un mutante. Se in Aquarius (che a me non piacque granché) e ancora di più nel suo precedente e migliore Neighboring Sounds si muoveva nel territorio di un cinema tuttosommato quietamente narrativo e, ebbene sì, di decoro borghese pur con accensioni inquiete, stavolta destruttura la sua stessa immagine, in un cambiamento di cui il segno più vistoso è l’approdo a un cinema, più che di genere, di tutti i generi, nel senso che tutti li usa e ripercorre con l’aggiunta di una carica politica fiammeggiante da vecchio cinema militante (e allora ritorna in mente il Mendonça Filho che a Cannes 2016 si lancia sul tappeto rosso in una clamorosa manifestazione a favore della presidentessa brasiliana Dilma Rousseff in quel momento sotto impeachment). Ma anche a enumerare ogni possibile riferimento Bacurau resta un oggetto inclassficabile, che lascia tramortiti e ipnotizzati, ma anche perplessi e arrabbiati per come si abbandona senza più mediazioni al pulsionale e alla selvaggeria dell’istinto, per come sa volare alto per poi subito dopo precipitare nel kitsch e nel ridicolo. Alla proiezione stampa accoglienza tiepida e uno sconcerto diffuso (con qualche applauso). Resto dell’idea, maturata a proiezione appena finita, di un’opera grandiosa ma inconclusa e imperfetta, con dentro squarci memorabili di delirio, alterazione percettiva e sensoriale. A conti fatti, da preferire pur con tutti i suoi squilibri ad Aquarius, più arrischiato, più folle, più aperto, più coraggioso. Fino se vogliamo all’autolesionismo.
Certo si fatica a digerire il populismo tutto latinoamericano che lo pervade, la visione degli Usa quale Grande Satana (vero che gli Stati Uniti hanno dato il loro peggio nel Novecento in America latina, ma caricaturalizzarli come si fa qui è risibile), la lotta di classe old style, anni Settanta, con guevarismi fuori tempo massimo e il culto tutto maschiolatino del guerrigliero con machete in mano e armi pesantissime. Eppure, al netto di simili nostalgie veteromarxiste e terzomondiste, Bacurau resta un’impresa filmica rimarchevole, degna di entrare nel palmarès. Siamo nel Sertão, nel nord-est brasiliano terra di sole, siccità, polvere e miseria, nonché storica incubatrice del ribellismo spontaneista dei Cangaçeiros (ma anche degli squadroni della morte degli Jagunços), epopea ispiratrice negli anni Sessanta del secolo scorso di letteratura (Guimaraes Rosa) e cinema (Glauber Rocha). Se un altro regista brasiliano di oggi, il più disinvolto Gabriel Mascaro, il mito del Nordest lo destruttura allegramente e non senza improntitudine in film come Ventos de agosto e Neon Bull, Filho invece lo riesuma, lo omaggio, lo ripropone aggiornandolo all’adesso, anzi al domani prossimo venturo. Perché, meanche fossimo in un qualsiasi distopico young adult, all’inizio veniamo avvertiti che la storia si svolge in un futuro assai vicino, espediente narrativo che consente a Filho e Dornelles di sfrenarsi senza troppi vincoli di realismo e verosimiglianza.
Bacurau è un villaggio del Nordest dall’illustre passato combattente, una comunità solida che ha sempre saputo opporsi a potenti e prepotenti costruendosi un’orgogliosa identità. Semplificando rozzamente: un villaggio di tradizioni socialiste. Muore la matriarca, anni 94, ed è il segno che la storia anche per Bacurau sta voltando pagina. Il problema di chi ci vive, mai risolto, è la mancanza d’acqua, sequestrata da certi loschi clan locali protetti da squadracce armate. Ma Bacurau resiste, resiste a tutto, anche a un politico locale a metà tra Trump e Blsonaro che vorrebbe espugnare quella roccaforte a lui nemica. Alcuni segnali avvertono che una minaccia incombe. Il nome di Bacurau è sparito dalla carte sia digitali sia cartacee. Un drone a forma di disco volante tutto sorvola e sorveglia, due rombanti motociclisti troppo curiosi irrompono in paese, l’autobotte che rifornisce di acqua gli abitanti viene perforata da un nugolo di proiettili. Poi cominciano i morti, trucidati da misteriosi killer. C’è un piano di attacco a Bacurau, qualcuno vuole distruggere quell’isola di resistenza.
Quanto cinema del passato sembra precipitare e condensarsi nei troppi tornanti di questo film furibondo e eccessivo che è sci-di, western, horror, cinema etnografico, epopea popolare, commedia e melodramma rusticani. Duello al sole, Mezzogiorno si fuoco, Per un pugno di dollari. Ma si resta anche attoniti, negativamente, per la dose di insopportabili cliché e semplificazioni che i due registi riescono a mettere in campo. Quella cellula della morte yankee, quei mercenari al servizio di non si sa chi sono più ridicoli e improbabili che terrificanti, e mai per un attimo credibili. Con il povero Udo Kier ridotto a grottesco macchiettone. Il peggio lo si raggiunge quando due dei killer, dopo aver ammazzato una coppia di povericristi, si mettono a scopare furiosamente eccitati dal sangue e dalla morte (sono un lui e una lei, niente gaysmo in versioni duri mercenari). Cascano le braccia e poi, qualche minuto dopo, si resta soggiogati da scene memorabili. Menzione speciale per il guerrigliero locale che più che a Guevara somiglia a un efebo invecchiato dalla fluida identità sessuale. Crudelissimo, di barocca spietatezza, con tendenza al massacro seriale ritualizzato. Unghie laccate, make up, movenze da odalisca. Come dimenticarlo. Di sicuro Filho si sarà ripassato tutto i Rocha degli anni belli, a partire da Antonio Das Morte, la cui trama e la cui estetica hanno molti punti di contatto con Barucau. Un omaggio al Cinema Novo anni Sessanta, un clin d’oeil ai cinefili, che sentitamente ringraziano. (Onore alla leggendaria Sonia Braga che dopo Aquarius è tornata a girare con Mendonça Filho, ed è una doctora alcolista e di liberissima mente: meravigliosa.)

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