Cannes 2019. Recensione: ATLANTIQUE, un film di Mati Diop. Una delle sorprese del concorso

Atlantique, un film di Mati Dop. Con Mame Binetaa Sane, Amadou Mbow, Ibrahima Traoré, Fatou Sougou. Compétition.
Ci sono andato prevenuto, lo ammetto. Ma questo Atlantique è davvero un bel film, una discreta sorpresa. Di una regista francese di origini senegalesi che, parlando di una ragazza di Dakar e del suo innamorato partito per l’Europa, mescola neorealismo di denuncia, melodramma e cinema fantastico. Voto 7+

Figuriamoci, il film di una donna, e di una donna africana: l’avranno messo per via dell’imperante e ahinoi ineludibile politicamente corretto. Così diceva il cinico che c’è in me. Invece questo Atlantique si è rivelato alla visione una gran bella cosa, la migliore del primi giorni del concorso, almeno fino all’arrivo di Almodóvar. So pochissimo dell’autrice Mati Diop, non ho avuto il tempo di informarmi, vedo solo adesso una sua bio da cui risulta essere francese di origine senegalese, figlia di un musicista e nipote di un filmmaker. Uno dei molti titoli della compétition, questo Atlantique, che ricorre ai codici dei generi. Ma lo fa senza citazioni né estenuazioni o bamboleggiamenti cinefili, mettendo il genere, anche stavolta il fantastico degli zombi, dei revenants (come, per stare a questo Cannes, Jarmusch e Bonello), al servizio di un film assai stratificato che è melodramma, ma pure il dramma dei giovani africani che vanno in mare per raggiungere l’Europa. Siamo in Senegal, a Dakar, in un’area dove accanto a isole di assoluta povertà vive una piccola borghesia, un ceto medio o aspirante tale, con vita decorosa, ma costantemente autopercepita dai suoi molti ragazzi e ragazze come soffocante, inadeguata, insufficiente. Ada, di rara bellezza, è promessa sposa al benestante Issa emigrato da tempo in Italia, in procinto di arrivare a Dakar per il matrimonio. Ma Ada è innamorata di Souleymane, povero e bello, lavoratore nei cantieri di un boss della zona che non lo paga, lui e gli altri, da mesi. Ada scoprirà che Souleymane, disperato per la mancanza di soldi, è partito con altri sventurati su una piroga in direzione Spagna.
Le premesse di un turbinoso mélo a sfondo sociale sono poste. Ma sorprendentemente la regista scarta presto ogni approccio neo-neorealista per puntare audacemente sull’onirico e il fantastico. Lo strazio di Ada per la mancanza di Souleymane produce in lei visioni, sogni e incubi, in un clima come intossicato e alterato in cui altri insieme ad Ada finiscono col precipitare: incluso il giovane e tormentato poliziotto che sta indagando sul mistero della camera nuziale di Ada e Issa andata misteriosamente a fuoco. Si sospetta di Souleymane. Già, ma lui dov’è? Presenze, revenants, amanti che si ritrovano nel segno e nel sogno dell’impossibile. A colpire è la naturalezza con cui Mati Diop passa dalla denuncia dei mali sociali al mélo classico degli amanti separati all’onirico. In un pensiero magico che tutto pervade ed intride. Senza che ne accorgiamo scivoliamo tutti in una sur-realtà ipnotica composta di visioni marine (un mare ossessivamente ripreso dall’autrice), di notturni con lune inquietanti, di deliri. Francamente, chi se lo aspettava. Anche per la sapienza drammaturgica che Mati Diop mostra nell’annodare e dipanare i fatti. I limiti se mai sono di scrittura, dei dialoghi mai all’altezza del flusso di immagini.

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