Cannes 2019. Recensione: MATTHIAS ET MAXIME, un film di Xavier Dolan. Magnifico ritorno a Montréal (con melodramma)

Matthias et Maxime (Matthias e Maxime), un film di Xavier Dolan. Con Xavier Dolan, Gabriel D’Almeida Freitas, Pier-Luc Funk, Samuel Gauthier, Antoine Pilon, Anne Dorval, Adib Alkhalidey. Compétition.
Xavier Dolan dopo due film gonfi di star torna nella sua Montréal per una storia low budget, come girata tra amici (e forse è davvero così). Un vorticare di chiacchiere, voci, feste, giovanottate con sbronze, insomma il solito schiamazzare tra amici in cui si insinua – è il Caso a pensarci – una traccia di passione tra Matthias e Maxime. Non il solito queer-gay movie militante, ma un’analisi di inaudita finezza sugli strani itinerari del desiderio, su quanto sia difficile arrendersi all’assoluto naturale. Bellissimo, ma accolto con qualche freddezza. Come a far pagare a Dolan l’eccessivo e precoce successo degli anni scorsi. Voto 8+
In attesa di vedere in Italia il film maledetto di Dolan, il suo primo in inglese, quel La mia vita con John F. Donovan pessimamente accolto a Toronto e da lì sparito dai radar (finora riemerso solo in Francia), vediamoci/godiamoci questo suo nuovo Matthias et Maxim, film piccolissimo per impegno produttivo, ma tutt’altro che minore. Piccolo e magnifico. Dopo due set farciti di star, prima È solo la fine del mondo poi il John Donovan ostracizzato, il wunderkind del Québec – adesso non più così kind, trent’anni lo scorso marzo -, torna al cinema intimo degli esordi, quasi un home movie, cast di amici o almeno questa è l’impressione che lo spettatore ne trae, Montréal come set. Con, di nuovo, l’amore tra uomini come asse narrativo ma non così dominante anzi celato dentro un groviglio di vite veloci tutte in cerca di una direzione. Con un subplot di relazione complicatissima tra un figlio e una madre, solo a parti rovesciate rispetto a Mommy. Stavolta è Maxime, il figlio, a essere il lato razionale e ragionevole , mentre la madre è una borderline accudita da Maxime (e posta poi sotto la custodia della sorella tutrice). Naturalmente interpretata da Anne Dorval, la Madre dei film di Dolan, strepitosamente brava nella furia dolente del suo personaggio, e gli scontri barbarici con Max (lo stesso Xavier Dolan) sono i momenti a più alta intensità del film, i più disturbanti e commoventi.
Un film accolto alla proiezione mista stampa e pubblico con applausi intensi ma di cortesia, dietro cui si intuiva una certa freddezza. Emersa anche dai commenti successivi fuori sala. È la stella Dolan per misteriosi motivi ad essersi appannata, dopo i trionfi a Cannes anche eccessivi e oltre il buonsenso dei due precedenti film, un successo che sfiorava l’idolatria per il ragazzetto geniale e riccioluto venuto da Montréal, con tanto di deliqui intorno di groupies adoranti. Adesso la folla capricciosamente si è stancata (ah, la folla: rileggere Le Bon e Ortega y Gasset per capire di cosa siano capaci gli uomini e le donne quando fanno massa), ha rigettato il piccolo dio e il suo film, benché bellissimo. Eppure il talento di Dolan non lo si può discutere, basta guardarsi questo Matthias et Maxime senza pregiudizi.
Due ore (si poteva tagliare qualcosa) con la camera a seguire un gruppo di amici ventenni-quasi trenta, ceti mescolati, dal medioborghese al proletario-disagiato. Si vogliono un gran bene, sono ora a casa dell’uno ora dell’altro, complici certe madri assai bendisposte ad accogliere e cucinare per tutti. Con quell’allegria rumorosa e sincopata dei maschi, cui si aggiungono qualche amica e qualche morosa. Si sbevazza, si bercia, si fanno scemenze. Sul gruppo incombe un vicino arrivederci che somiglia a un addio. Maxime (il personaggio interpretato dallo stesso Dolan, il cui faccino è segnato in questo film da un’estesa voglia rosacea sulla guancia destra: dettaglio che si rivelerà drammaturgicamente tutt’altro che irrilevante) sta per partire, mancano poco più di due settimane, per l’Australia con un ingaggio da barista. Spera di fare un po’ di soldi, di trovare quella libertà che finora la malattia della madre gli ha impedito di avere. Succede che a uno dei tanti party con birra tra amici una ragazza che deve girare un piccolo film come saggio finale della sua scuola di cinema scelga Maxime e Matthias, ragazzo bello e posato, buono d’indole, avvocato, fidanzato, per qualche scena. I due improvvisati attori scopriranno che per esigenze di copione dovranno baciarsi, e si baceranno. Sarà quella finzione a innescare un turbinio di micro eventi e a destabilizare sotterreaneamente l’uno e l’altro. Nessuno dei due è omosessuale, nessun segnale finora, eppure quel bacio recitato scuoterà la loro autopercezione, li costringerà a interrogarsi su di sé, sulla natura del desiderio, sul loro essere amici e come esserlo.
Matthias et Maxime è un melodramma dolaniano sottotraccia, come imploso, mai fiammeggiante e scatenatamente queer, ma di un’intensità che progressivamente cresce fino a travolgerti. Niente cliché da gay movie, è perfino forzato definirlo tale. Dolan ha la delicatezza e la capacità di suggerirci più che raccontare un’attrazione tra uomini senza fare prediche, senza proclami identitari. Come in Call Me by Your Name di Luca Guadagnino, film peraltro assai amato da Dolan, quello che vediamo prendere corpo tra i due M del titolo è un assoluto naturale, un’attrazione inattesa e misteriosamente affiorata da chissà quali fondi psichici, alimentata da chissà quali pulsioni. Semplicemente è. Un film che è anche un’indagine assai sottile su come sia tuttora difficile per un giovane uomo, anche in un Canada che ha infranto ogni possibile pregiudizio, riconoscere il desiderio per un altro uomo. Dolan segue più il tortuoso percorso di Matthias l’avvocato, il bravo ragazzo, rispetto a quello di Max. Gli accenni diretti all’omosessualià sono scarsissimi nelle due ore di film, annegati e occultati nel continuo vocio del gruppo: lo Xavier Dolan regista preferisce trasformare l’attrazione tra M e M in una corrente a basso voltaggio che corre sottotraccia lungo tutta la narrazione, determinando scarti quasi impercettibili ma decisivi nei comportamenti ora dell’uno ora dell’altro. Mentre gli altri fanno da cornice e da coro, tutt’al più intuiscono ma non capiscono. Dolan per certi versi torna a uno dei suoi film più belli, Laurence Anyways, dove le vite venivano progressivamente sconvolta da una fluidità sessuale, quella del transgender Laurence, che si imponeva da sé, nella sua fattualità, come un qualcosa di ineludibile. Bisogna essere molto bravi per evitare il solito teorema ideologico, la solita dimostratività da gay movie militante e restituirci invece la vita nel suo farsi immediato, le vite nel loro misterioso mutare. E che meraviglioso personaggio è Matthias, il bravo, onesto ragazzo lacerato dall’irruzione imprevista del desiderio e con quanta finezza e senza urlare all’omofobia Dolan suggerisce il suo resistere a quel desiderio. Difficile che sia Palma, altri sono i favoriti, però che bello sarebbe se questo Dolan vincesse.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, film in tv, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cannes 2019. Recensione: MATTHIAS ET MAXIME, un film di Xavier Dolan. Magnifico ritorno a Montréal (con melodramma)

  1. Anonimo scrive:

    Caro Locatelli chissà perche’ non esiste il DVD in italiano di The Elephant song di Xavier Dolan .Bel film con Xavier protagonista proiettato all’Oberdan di Milano qualche anno fa

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.