Il film imperdibile stasera in tv: CHE HO FATTO IO PER MERITARE QUESTO? di Pedro Almodóvar (merc. 5 giugno 2019, tv in chiaro)

Che ho fatto io per meritare questo?, un fim di Pedro Almodóvar (1984). Cielo, ore 0,35. Mercoledì 5 giugno 2019.
35 anni fa Pedro Almodóvar non era il venerato maestro di oggi, il regista consacrato che con Dolor y Gloria ha appena messo d’accordo critici e grande pubblico (ottimi gli incassi anche in Italia) e portato a casa l’applauso più convinto di Cannes 2019. Allora era un sulfureo e pressoché sconosciuto autore di margine e di frontiera che adorava provocare-trasgredire-scandalizzare facendosi cantore e uomo-manifesto di quella Movida madrilena impegnata a distruggere e capovolgere in un orgiastico ritorno a Dioniso i conservatorismi della Spagna franchista. Un bad boy, un allegro sovversivo, ignorato dai critici istituzionali anche (soprattutto) italiani e rigettato dai salotti buoni del cinema internazionale. Ogni peccato diventava, nel suo cinema matto e selvaggio, una ribalda rivendicazione, un grido di libertà e di illimitati diritti. 35 anni fa Almodóvar con questo Che ho fatto io per meritare questo? (magnifico titolo) firmava il suo quarto film e cominciava a entrare nei radar almeno della critica più avvertita e meno ingessata. Certo che a rivederlo oggi, dopo il misurato, stoico, imploso Dolor y Gloria, c’è da restare basiti. Eppure è in titoli come questo che Almodóvar ha fissato per sempre l’almodovaritudine, quel miscuglio peculiare e inconfondibile di eccessi, perfino turpitudini, e malinconie e strazi esistenziali. Qui, naturalmente, con bilancia pendente dalla parte dell’eccesso. C’è di tutto, in Che ho fatto io per meritare questo? Scorribande attraverso i generi e i sessi, spaccio e consumo di droghe – le più pesanti e sozze -, strafattismi, perfino pedofilie, in un catalogo fintamente allegro e sgargiante e sguaiato ma in fondo cuperrimo di devastazioni. Con al centro una povera donna, povera in ogni possibile senso, interpretata dall’attrice-feticcio del Pedro di allora, Carmen Maura, prima e mai superata musa (nemmeno dalla di molto successiva Penelope Cruz), che per il regista era tutto, interprete ideale, alter ego al femminile, moglie-madre-sorella sostitutiva, fantasmatica e schermica.
Carmen è Gloria, ficcata in un povero appartamento della Madrid periferica e popolare, dove ci stanno dentro oltre a lei il marito tassista e inetto, la madre di lui, i due figli. Il primo, quattordicenne, spacciatore di eroina, il secondo, più piccolo, aduso a prostituirsi per i genitori pedofili dei compagni di scuola. Aggiungetevi vicine prostitute e se ricordo bene transgender, clienti delle suddette, bimbe con poteri speciali e via così in quella umanità follemente almodovariana che segnerà i primi film fino all’affermazione e anche normalizzazione internazionale di Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Il regista segue le peripezie della sua protagonista, perno e unico sostegno di quella famiglia sfasciata, e determinata a sopravvivere in ogni modo, con ogni mezzo, a quella miseria. Per dire: Gloria non si farà scrupolo a vendere a un dentista pedofilo il figlio minore (e vengono in mente le madri dei bassi napoletani di La pelle di Curzio Malaparte che prostituiscono ai soldati americani la prole). Oggi un film così estremo e oltre ogni codice di media moralità è impensabile prima ancora che irrealizzabile. Comunque da vedere o rivedere, e benissimo ha fatto Cielo a programmarlo questa sera dopo mezzanotte (resta da vedere se sarà in versione integrale o mutilata delle parti più disturbanti). Intanto, alla Fondazione Prada di Milano è in corso una parziale retrospettiva del regista, nove titoli (incluso Che ho fatto io per meritare questo?, proiettato la scorsa domenica 2 giugno) dei molti realizzati in quarant’anni di carriera, cui si aggiungono film di altri autori che lo stesso Almodóvar ritiene fondamentali nella storia del cinema spagnolo.

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