Film stasera in tv: KIKA di Pedro Almodóvar (ven. 7 giugno 2019, tv in chiaro)

Kika – Un corpo in prestito, un film di Pedro Almodóvar. Cielo, ore 21.20, venerdì 7 giugno 2019.
Almodóvar in ogni dove. Continua difatti sulla scia dei buonissimi incassi di Dolor y Gloria la messa in onda su Cielo di alcuni titoli della sua ormai imponente filmografia, mentre la Fondazione Prada di Milano lo celebra con la proiezione, oltre che dell’immancabile Dolor y Gloria, di nove suoi titoli passati e un pugno di film del secondo Novecento spagnolo scelti e segnalati dallo stesso Almodóvar come capolavori imperdibili. Stasera su Cielo tocca a questo Kika e più tardi, alle 23.40, a Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del gruppo, ovverossia il primo lungometraggio (in 35 mm) del signor Pedro. KikaUn corpo in prestito è il solito orrendo sottotitolo aggiunto in Italia – risale al 1993, in una delicata fase di transizione per Almodóvar quando, ormai star globale dopo i trionfi di Donne sull’orlo di una crisi di nervi, cerca una mediazione e una giunzione tra la selvaggeria assoluta degli inizi, tra quel cinema volutamente di margine e un altro più conciliato, anche più narrativamente accessibile al pubblico. Fase che coincide a mio parere con la sua stagione meno felice e e risolta, dalla quale PA uscirà con il capolavoro Tutto su mia madre.
Mai amato Kika, che allora mi sembrò una delle provocazione tardive e fuori tempo massimo del regista spagnolo, un accumulo dei suoi cliché e manierismi, una caotica riflessione sulla società dello spettacolo incrociata alla solita sgargiante galleria di matti e matte almodovaresche. Uno scrittore americano torna in Spagna dal figlio anni dopo la morte per suicidio della moglie. Si ritroverà in un tourbillon di eventi e figure e figurine, dalla fiammeggiante morosa del figlio a una giornalista televisiva specializzata in programmi-exploitation di sesso e sangue. Si circumnaviga, citandolo e omaggiandolo abbondantemente, il noir alla Hitchcock e De Palma, solo che Kika, strattonato da spinte diverse e divergenti, non ce la fa mai a trovare il suo centro di gravità. O, almeno, così mi parve all’ora. Memorabile solo il look, come si diceva in quegli anni, della giornalista tv Andrea (una non amabilissima Victoria Abril): una guaina nera con tanto di telecamera-occhio scrutatore incorporata sopra la testa. Peter Coyote è l’americano. Assente stavolta il divo almodovariano Antonio Banderas, che in quegli anni se ricordo bene ci provava (riuscendoci) a sfondare a Hollywood e trasformarsi in star planetaria. Film comunque da rivedere, e chissà mai che a distanza di tanto tempo non ci guadagni.

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