Cannes 2019. Recensione: IL TRADITORE, un film di Marco Bellocchio. La versione di Buscetta

Il traditore, un film di Marco Bellocchio. Con Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Maria Fernanda Candido, Nicola Calì, Fabrizio Ferracane, Fausto Russo Alesi. Compétition.
Dopo tanti film fuori da ogni medietà Marco Bellocchio si misura con il genere, con il mafia movie, e fa centro pieno. Due ore e mezzo (senza un secondo di noia) su Tommaso Buscetta, l’uomo che rivelando e pentendosi mise alle corde Cosa Nostra. E intorno a lui: l’assalto dei corleonesi al potere mafioso, l’eroismo di Giovanni Falcone, il maxiprocesso. Uno spettacolo eccellente. Eppure si esce dal cinema con l’impressione che Bellocchio non sia riuscito a scalfire il paradigma del mafia-movie all’italiana, ma vi si sia, pur con tutto il suo magistero registico, adeguato. Voto 6 e mezzo
Ci si era chiesti dopo Fai bei sogni, il Bellocchio precedente a questo (presentato nel 2016 a Cannes nell’esilio della Quinzaine), come mai un autore tanto coerente e intransigente e lontano da ogni intenzione compromissoria con il mercato avesse scelto di misurarsi con l’omonimo bestsellerone da un milione di copie di Massimo Gramellini. Certo, c’era dentro una complicata storia di famiglia, quei grovigli e viluppi in un interno che per Marco Bellocchio sono un magnete irresistibile (ora e sempre Pugni in tasca!), e però derive sentimentaliste e retoriche – quella parte di giornalismo ‘sul campo’ nei Balcani – che non gli erano congeniali. Adesso, vedendo Il traditore, storia del Grande Pentito di Mafia (anzi, come ci tiene a precisare lo stesso don Masino, Cosa Nostra) Tommaso Buscetta, qualcosa di più si intuisce: di questo film e di quello, e della svolta di Marco Bellocchio. Di come alle soglie degli ottant’anni uno dei nostri filmmaker più orgogliosamente appartati abbia deciso di concedersi l’avventura di una cinema sempre personale, ma come mai o poche volte prima, decisamente proiettato verso il pubblico. Da quanto ho capito ( leggendo un’intervista a Bellocchio se ricordo bene sul Corriere della sera), Beppe Caschetto, agente di molti nomi del nostro spettacolo e produttore sia di Fai bei sogni sia di Il traditore, ha avuto un’influenza determinante nel portare il regista di Vincere dalle parti del mainstream. E se Fai bei sogni era stato un flop in casa con modesti riscontri all’estero nonostante la prima alla Quinzaine, Il traditore, dopo i molti applausi a Cannes (ma zero premi), si sta comportando ottimamente al nostro box office con tre milioni e mezzo incassati in due settimane di programmazione, e non è mica finita.  Complimenti a Bellocchio per il successo (su cui pochi avrebbero scommesso). Resta da capire quanto questa conversione al genere – perché tale è il mafia movie, la via italiana al crime in cui indubitabilmente Il traditore si inscrive -, mantenga Bellocchio in continuità con il suo passato e quanto invece lo allontani. L’operazione, riuscita sul piano dell’entertainment, non si può dire lo sia altrettanto per il Bellocchio autore. Ci si chiede in corso di visione – due ore e mezzo che non pesano per niente, segno dell’alto e scaltro mestiere profuso dal regista  – dove stia il segno di Bellocchio, se l’autore di un cinema fino a oggi così profondamente personale, legato alle proprie storie e ossessioni, riesca a scostare Il traditore da tanti film e serie sulla criminalità – siciliana campana romana – e farne un’opera totalmente sua. L’impressione è che la complessa manovra di immergersi nei modelli del più consolidato genere italiano per riscriverli dal di dentro e piegarli a sé non sia riuscita, se non assai parzialmente. Il successo di Il traditore a Cannes è dovuto all’immediata riconoscibilità del cinema in cui si inscrive, al rispetto e alla sostanziale fedeltà ai codici del mafia movie. Poi, certo, Bellocchio imprime il suo marchio su un’infinità di dettagli o interi pezzi di racconto, dalla bellissima sequenza di apertura della festa notturna di Santa Rosalia con tutti i boss e mezzi boss e picciotti riuniti e relative famiglie, alla grande messa in scena, nel senso letterale di rappresentazione teatrale, del maxiprocesso, con quelle infinite figure e figurine perfettamente delineate e tenute magistralmente insieme in un affresco formicolante. Ma non basta e tra Bellocchio e la sua materia narrativa la distanza e l’estraneità restano incolmabili. Eppure le chance di andare oltre le convenzioni del genere c’erano. E si poteva di sicuro sfruttare meglio la (relativa) novità di raccontare stavolta Cosa Nostra non attraverso i suoi boss o gli eroi che la combatterono, ma attraverso la figura in negativo, di contrasto, di un ‘traditore’ interno. Invece Tommaso Buscetta resta un carattere impenetrabile e sfuggente: pur seguendolo nei suoi tornanti il film non ce ne fornisce mai una chiave di decifrazione, attenendosi anche troppo all’immagine che lo stesso don Masino ha fabbricato e volentieri fornito di sé attraverso le interviste, i memoriali, le deposizioni. Quella di un uomo d’onore che non ha mai tradito il suo giuramento e la sua appartenenza alla vecchia ‘nobile’ Cosa Nostra e ha deciso di farsi collaboratore di giustizia quando ha visto quel mondo crollare sotto l’assalto dei barbari di Totò Riina. Un costrutto autoassolutorio. E se è comprensibile che Buscetta lo divulghi, è meno comprensibile che il film non ne prenda le distanze con sufficiente decisione. Manca un punto di vista forte sul protagonista, con il rischio che Il traditore si faccia ingoiare dalla sua strabordante vitalità, dalla sua carica affabulatoria e, ebbene sì, irresistibile simpatia (si potrà dire charme? perché don Masino è anche un seduttore, di femmine e di platee).
Poi certo il film si fa seguire senza la minima noia. Come non farsi coinvolgere dall’ennesimo Grande Racconto della stagione più feroce di Cosa Nostra e di colui che le si contrappose restandone stritolato, intendo Giovanni Falcone? Stagione rivista attraverso il prisma Buscetta, primo e fondamentale pentito, l’uomo che ha consentito di portare in tribunale boss e sottoboss e di stroncare l’egemonia della mafia palermitana nei traffici criminali nazionali e non solo. Non sono un mafiologo, ma credo si possa dire che dopo quell’immane scontro tra anni Settanta e Novanta con infiniti lutti e perfino attentati bombaroli contro lo stato, e dopo le rivelazioni di don Masino e i successivi processi, la mafia siciliana non abbia più recuperato il suo rango nella gerarchia mondiale del crimine, lasciando in Italia il primato a camorra e ndrangheta e internazionalmente a infinite altre mafie globali e locali.
Quando – siamo nei primi anni Ottanta – i Corleonesi danno l’assalto al Palazzo di Cosa Nostra, in una hybris che è il derivato dell’immane potere conferito dal traffico di eroina, e incominciano ad ammazzare i rivali delle cosche tradizionali, Tommaso Buscetta si ritrova dalla parte perdente e a essere bersaglio di Riina e dei suoi picciotti. Lui è cresciuto con il vecchio codice d’onore, crede nel mito della mafia benevola e soccorritrice dei deboli, non può riconoscersi nel clan rampante. Gli ammazzano due figli (uno eroinomane, ed è un tocco assai bellocchiano questo del figlio tossico ucciso dalla merda venduta dal clan paterno e non allineato alla norma fallocentrica della famiglia, delle famiglie), mentre lui se ne sta con i figli più giovani e la terza moglie in Brasile. Dove è riparato sotto falso nome quando si è reso conto di non poter sopravvivere a Palermo all’Opa lanciata brutalmente da Riina al potere criminale. Quell’incipit potente, la festa di Santa Rosalia con la reunion del vecchio establishment destinato a crollare di lì a poco, apparirà sempre di più come una sorta di armonia perduta, di Eden non più recuperabile. In Brasile don Masino verrà arrestato nonostante i molti agganci con il potere locale, torturato e minacciato (e la sequenza di lui sull’elicottero costretto a guardare gli aguzzini che minacciano di buttare in mare la moglie è uno dei vertici orrorifici del film), poi estradato in Italia. Dove don Masino, dove aver calcolato costi e benefici, deciderà di passare dall’altra parte, di ‘tradire’. Collaborerà con Falcone con cui si stabilirà un reciproco tacito rispetto, con le sue deposizioni svelerà i meccanismi segreti di Cosa Nostra e renderà possibile il maxiprocesso. Figura complessa e fors’anche ambigua che Il traditore restituisce a frammenti, come nei riflessi cangianti di uno specchio rotto. Se l’insufficiente messa a fuoco del protagonista è il punto di massima fragilità del film, un altro limite è il non interrogarsi sui lati oscuri del pentitismo. Un dispositivo legislativo benedetto, senza la quale Cosa Nostra non sarebbe mai stata messa all’angolo. E che però rischiò di creare pentiti a ripetizione forse più interessati ai premi in denaro garantiti ai collaboratori di giustizia che a servirla, la giustizia. Questione bruciante e disturbante, sollevata tra molte polemiche dai cosiddetti garantisti, ma della quale nel film non troviamo traccia se non attraverso le parole dell’avvocato difensore di Andreotti (accusato di implicazioni mafiose anche in seguito alle rivelazioni di Buscetta): quando, precisamente, chiede a don Masino quanto venga corrisposto a lui e alla sua famiglia dalo stato. Solo che far sollevare la questione al legale dell’odiatissimo Anbdreotti significa delegittimarla agli occhi dello spettatore. Ecco, una maggiore sottigliezza e qualche marmorea certezza in meno sarebbero stati graditi. D’altra parte Il traditore resta, nonostante il magistero registico di Bellocchio, inesorabilmente un discendente, per quanto nobile, della Piovra e di Gomorra, senza osare mai discutere le fondamenta teoriche, ideologiche, linguistiche del genere, le sue convenzioni, i suoi codici. Pierfrancesco Favino giganteggia e istrioneggia dominando dal primo all’ultimo fotogramma. Bravo, ma la menzione d’onore la darei a Luigi Lo Cascio che è uno strepitoso Totuccio Contorno, disincantato pentito in grado di esprimersi solo in un palermitano strettissimo e incomprensibile.

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