Film stasera in tv: IL CLAN di Pablo Trapero (mart. 2 luglio 2019, tv in chiaro)

Il Clan, un film di Pablo Trapero. Rai 5, ore 21,16, martedì 2 luglio 2019.
451948Il Clan, un film di Pablo Trapero. Con Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich, Gaston Cocchiarale, Giselle Motta. 558967Primi anni Ottanta, Argentina. Mentre il regime dei generali si avvia al crollo, un addetto dei servizi segreti mette su un’azienda familiare di rapimenti a scopo di lucro. Tutti sanno, la moglie, i figli, che anzi collaborano fattivamente all’impresa. Il male come ordinario quotidiano. L’omicidio e la tortura come un qualsiasi lavoro. Pablo Trapero è asai bravo nel farci vedere la mostruosità del normale. Presentato in concorso a Venezia 2015, dove ha poi vinto il Leone d’argento per la regia. Voto 7 e mezzo
319927Giovedì 4 luglio (2019) arriva in sala distribuito da BIM Il segreto di una famiglia (La Quietud), l’ultimo film dell’argentino Pablo Trapero presentato lo scorso anno a Venezia in selezione ufficale ma fuori concorso. Ritratto di famiglia in un interno e in un inferno, di una famiglia, più che disfunzionale, patologica e al limite del criminale, che al Lido non piacque granché ma che, fuori dai clangori e dalle corride da festival, ci guadagna e merita di sicuro di essee visto, al di là di certi suoi squilibri (il registro melodrammatico da novela latina non sempre sincronizzato sul profondo noir del resto). E stasera, chissà se coincidenza voluta dagli strateghi dei palinsesti (ho qualche dubbio), torna in tv, su Rai 5, il precedente film di Trapero, questo Il Clan, gran successo di Venezia 2015 dove ottenne anche un premio di massima importanza assegnatogli dalla giuria presieduta da Alfonso Cuarón (ah, la dittatura latinoamericana al Lido!, confermata anche nella prossima edizione dalla presidenza di giuria all’argentina Lucrecia Martel: nomina peraltro ineccepibile). Di seguito, la recensione del Clan scritta a suo tempo alla Mostra.

Made in Argentina, con però alle spalle la produzione di Pedro Almodovar e del fratello Agustín tramite la loro Deseo, Il Clan di Pablo Trapero sfiora il grandissimo risultato, il capo d’opera, se non fosse per qualche vistosa caduta (un imperdonabile, quasi pornografico montaggio alternato di una scopata con la scena di tortura di un ostaggio) e per un sovraccarico ideologico-politico che connette il racconto di una famiglia criminale e dei suoi misfatti alla dittatura dei generali tra anni Settanta e Ottanta, spiegando troppo sbrigativamente i primi con la seconda. Ma questo è cinema di rara potenza, che finalmente si misura con un caso (di vera e nerissima cronaca) sconvolgente, con i demoni che stan sotto la civilizzazione e la borghese vita dei suburbia, che non si perde nei narcisismi e negli ombelicalismi di tante cose e cosucce viste anche a questo Venezia Film Festival. E alla fine del press screening, lungo e sacrosanto applauso.
Nell’ultimo anno della dittatura militare (1982), in un regime già vacillante in cui comincia la resa dei conti, Arquimedes Puccio, lavoratore dei servizi segreti con parecchi figli a carico, capisce che è ora di riciclarsi. Di trovare nuove fonti di denaro. Avendo, si immagina, sviluppato un certo know-how durante il regime in fatto di torture, rapimenti di oppositori e altre sporchissime faccende, pensa di mettere a frutto quanto ha imparato mettendo su un’aziendina familiare insieme a un paio di amici. Un’azienda di rapimenti a scopo di lucro. Tutti in famiglia sanno, la moglie, i figli, le figlie. Il rampollo più grande, star della squadra argentina campione di rugby, vien subito coinvolto come braccio destro, incaricato di individuare i bersagli grossi e di far da picchiatore quando occorre. Un paio di loschi figuri, probabilmente pure loro implicati nei servizi, vengono arruolati come manovalanza. Un rapimento, due, tre. Si terrorizzano i familiari degli ostaggi fingendosi un gruppo armato rivoluzionario, si incassano i soldi, si ammazzano i rapiti. Una catena di montaggio del massacro e dell’accumuazione barbara del capitale, il boss e i suoi non si fermano davanti a niente, alla tortura, all’inganno, e intanto in cassaforte i soldi si ingrossano. Si pensa a certi clan parentali mafiosi criminali, o alla Ma’ Barker e i suoi figlioli portati in cinema una vita fa da Roger Corman (Bloody Mama). Ma qui è peggio, non c’è nemmeno il cattivo romanticismo che aureola chi si mette contro la legge. Qui c’è solo l’azzeramento di ogni morale, la pura logica solidale familiar-genetica, l’avidità. E però quello che sconvolge del film di Trapero, e che lo rende opera notevole, è che la mostruosa famiglia dei Puccio (questo il nome) ha tratti di assoluta normalità, e mentre là sotto in cantina l’ostaggio torturato urla, la mamma cucina, si informa amorevolmente di come stanno i figlioli, e tutti insieme si guarda la tv, e il papà dà il bacio della buonanotte. Il male si è fatto, semplicemente, quotidiano, si è (me lo consentite?) banalizzato, l’omicidio è diventato pratica quotidiana, ordinaria, un lavoro tra i tanti possibili, solo più impegnativo, sporco e lucroso. Non c’è mai traccia di moralismo prdicatorio nel film, tutto vien rappresentato fattualmente, orrore dopo orrore. E il cinema che viene in mente, per affinità e analogia, è quello greco degli anni recenti, con i suoi capifamiglia che intrappolano nel proprio reticolo di manipolazioni, inganni e occulte persuasioni le mogli, i figli, e mi riferisco a Dogtooth di Yorgos Lanthimos e a Miss Violence di Alexander Avranas. Pablo Trapero gioca anche con l’architettura narrativa e, come si vede sempre più spesso nel cinema da festival, destruttura ogni linearità, rimescola i piani temporali con fughe in avanti e repentini salti all’indietro. In questo modo riuscendo a mantenere intatta la tensione, e l’attenzione dello spettatore, in un racconto che altrimenti sarebbe a forte rischio di ripetitività. Il Clan perde quota quando pretende di fornirci chiavi interpretative troppo nette e monodimensionali, quando ci suggerisce che il mostro Arquimedes Puccio è il frutto marcio e il figlio legittimo di un regime che ha abbondantemente varcato i confini della pratica criminale su larga scala. Vero, gli aguzzini di mestiere probabilmete sviluppano un’assuefazione all’esercizio della violenza che li rende cieche, e dunque pericolosissime, macchine distruttive. Ma, in casi come questo, c’è sempre di più e dell’altro, c’è il male, ecco. Grande performance di Guillermo Francella, il manipolativo boss di famiglia, che se non fosse stato per il Fabrice Luchini di L’hermine avrebbe vinto a mani basse la Coppa Volpi a Venezia 2015 come migliore attore. E comunque, in un palmarès assai filo-slatinoamericano (presidente di giuria il messicano Alfonso Cuarón), Il Clan s’è portato via il Leone d’argento per la migliore regia.

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