Recensione: LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN. Il film maudit di Xavier Dolan è un bel film

La mia vita con John F. Donovan (The Death & Life of John F. Donovan), di Xavier Dolan. Con Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Ben Schnetzer, Kathy Bates, Thandie Newton, Michael Gambon.
Disastrosamente accolto al festival di Toronto e mai uscito in America. Il primo flop del wunderkind Xavier Dolan. Eppure questo tormentato La mia vita con John F. Donovan si rivela meglio della sua pessima fama americana. Vero, con una struttura ripartita su tre assi narrativi ambiziosissima e sempre a rischio di collassare. E però di un’intensità melodrammatica e di uno strazio assolutamente dolaniani. Un film mancato nel senso in cui Freud parlava di atti mancati, dove l’inconscio erompe e parla attraverso le imperfezioni. Voto 7
Il primo film in inglese del già wunderkind Xavier Dolan. Il suo primo disastro sul doppio fronte del pubblico e dei recensori. Postproduzione tormentatissima, con eliminazione totale di un personaggio (Jessica Chastain in un ruolo villainicious: di più non è dato sapere), smontaggi e rimontaggi frenetici e si suppone nevrotici, un invito da parte di Cannes declinato (“ci sto ancora lavorando”, ha fatto sapere Dolan a Thierry Frémaux: questa almeno la versione ufficiale), una catastrofica prima mondiale a Toronto. Con stroncature inimmaginabili per il fino a quel momento acclamato regista. 18 (diciotto!) il miserando score ottenuto su Rotten Tomatoes, che neanche il peggio regista dei peggio Z-movies, una sola stella su cinque da Benjamin Lee del Guardian. C’erano, ci sono, tutti gli elementi per fare di La mia vita con John F. Donovan un film maudit e farlo entrare nella lista dei disastri epici à la Heaven’s Gate, prima ripudiati poi esaltati come capolavori. Che poi questo Dolan numero 8 si titolerebbe in origine Death & Lfe of John F. Donovan, ma si sa che in Ialia la parola morte terrorizza i distribuori e induce il pubblico a palpeggiarsi le intimità, dunque ecco lo sbianchettamento semantico (e però dev’essere lo stesso in Fancia, visto che anche lì il film è Ma vie avec John F. Donovan, apotropaicamente solo vita e niente morte).
Ma non prendiamocela con il distributore, la Lucky Red, cui va riconosciuto il coraggio di portare nelle nostre sale un film che in America neanche è uscito e probabilmente mai uscirà, tutt’al più in VOD. Con tutte quelle recensioni feroci e le pessime pagelle arrivate dall’anglosfera ci si aspettava il peggio, e invece no, il Donovan di Dolan è bello, benché ammaccato e acciaccato e infragilito da una struttura narrativa tripartita ambiziosissima e complessissima che non sempre funziona anzi spesso no per troppa macchinosità, ed è a tratti bellissimo. Vero, per almeno mezz’ora ci manca quell’acuminata, irta, veloce, sincopata lingua québecoise, un francese scarsamente comprensibile agli stessi francesi di Francia, cui Dolan ci aveva abituati, e sentendo quell’inglese anonimo e a ccademico ci assale un senso di estraneità. Poi ci si abitua, ma l’impressione che Dolan abbia perso qualcosa nel cambio resta (ci sono registi che passano dal proprio universo linguistico all’inglese globale di Hollywood con la massima disinvoltura: ieri i Lubitsch, i Billy Wilder, oggi i messicani di Hollywood o Yorgos Lanthimos, o, per citare un regista del Québec come Dolan, Denis Villeneuve, e ci sono altri che pagano dazio). E chi mai se lo aspettava da lui, da un canadese abituato a switchare dal francese all’inglese, e invece no, l’abbandona della lingua madre e materna ha il suo prezzo (e quanto il materno sia cruciale nel dolanismo lo sappiamo bene).
I Cahiers du Cinéma nel loro numero di giugno, nello speciale dedicato a Cannes 2019, fanno notare come in Matthias et Maxime, il film di Dolan passato in concorso, lo stesso regista ironizzi su una filmmaker che farcisce il suo québecois di formule in inglese, come – questo lo aggiungo io – se deprecasse in lei il proprio approdo alla lingua ‘imperialista’ di Hollywood.
Certo il suo è tra gli arrivi al cinema americano più bizzarri e anomali di un autore consacratosi altrove. Approdare a Hollywood vuol dire solitamente, anche per gli autori più personali, mascherare la propria differenza in forme cinematografiche più levigate, narrative, composte, classiche. Si pensi a Roman Polanski che, dopo gli europei Cul-de-sac e Repulsion, gira negli Stati Uniti Rosemary’s Baby, un’opera di genere tratta da un bestseller di genere: riuscendo a mantenersi polanskiano. Ma Dolan in tutta evidenza non è Polanski, non ne ha l’abilità mimetica. Contro ogni regola e ragionevolezza nel suo esordio nel cinema-commercio, nel film a più alto buget della sua carriera con scialo di star, anziché adattarsi e assimilarsi e dissimularsi sceglie di mettersi a nudo, di essere clamorosamente se stesso come mai prima. Rispecchiandosi in almeno tre dei suoi personaggi: la star infelice per omosessualità nascosta e repressa (un Rock Hudson degli anni Duemila), il bambino di nome Rupert che prendendolo a modello vuole diventare attore, quello stesso bambino diventato adulto che riacconta in un libro la sua infatuazione infantile per la star. Curioso che un abilissimo animale da società-spettacolo come Dolan da sempre immerso nell’entertainment e conoscitore delle sue leggi scritte e non scritte, magistrale nell’autopromuoversi (le sue conferenze stampa sono sempre calibratissime e sapienti), decida di mettersi in gioco in John F. Donovan tanto direttamente, senza filtri e mediazioni. Il bambino che intrattiene con Donovan un espistolario è, per ammissione dello stesso Dolan, molto simile al lui ragazzino che scriveva a Leonardo DiCaprio. Così come gli attacchi bullistici al giovane Rupert da parte dei compagni di classe, il dileggio per la sua effemminatezza, potrebbero avere un fondo altrettanto autobiografico. E l’ossessione di tutte le ossessioni dolaniane, fin dal suo primo film difatti titolato Ho ucciso mia madre, l’ambivalente e spesso tossica relazione madre-figlio in cui si cristallizzano aggressività e afflizioni, vicinanze osmotiche e laceranti separazioni, qui balza clamorosamente in primo piano come parossisticamente intensificata, raddoppiata attraverso la presenza di due madri (e, come dice una mia amica, “forse due mamme sono troppe anche per Dolan”). Un film girato a cuore aperto contro ogni regola diplomatica. Un film che sanguina, che fa male e fa male ai suoi personaggi, che ha fatto molto male al suo autore visto il disastroso esito. Anche perché quanto vediamo è un film mutilato, probabilmente lontano dal progetto iniziale. Montato, smontato e rimontato, e non si sa quanto per convinzione del regista e quanto per pressioni esterne (la moral suasion esercitata da Hollywood può essere schiacciante). In una struttura narrativa così complessa, elaborata su tre piani, si avvertono i vuoti, i passaggi inesplicati, le troppe ellissi, i caratteri non messi a fuoco (l’agente Kathy Bates, cui tocca una scena madre quasi completamente sconnessa dal resto). Un’architettura delabré che fa di John F. Donovan il film meno chiuso, meno strutturato, più decostruito di un carriera già corposa, e dunque anche il più aperto, il più libero, il più enigmatico e denso di oscurità e biforcazioni.
Muore John F. Donovan, una giovane star, un attore bello e tormentato (è il Kit Harington di GOT) arrivato alla fama con una serie televisiva. Dieci anni dopo un attore non così dissimile somaticamente da lui, Rupert Turner, racconta a una giornalista il libro che ha appena scritto su quella star caduta, precocemente scomparsa in un misterioso accidente che è forse suicidio. All’intervistatrice prima scettica e poi coinvolta, spiega come da piccolo lui sognasse di diventare come il suo idolo John F. Domovan. Di come gli avesse scritto, di come Donovan incredibilmente gli avesse risposto, incominciando con lui un lungo carteggio. Sarà il bambino Rupert senza volerlo a far deflagrare la crisi che annienterà Donovan: quando per una serie di circostanze il suo epistolario con l’idolo diventerà di dominio pubblico. Braccato dai giornalisti che gli chiedono di spiegare quello scambio di lettere darà spiegazioni evasive, a chi gli chiederà se sia gay negherà, precipitando, attraverso questa negazione, nella disistima di sé e in una logorante doppia vita.
A turbare nel film di Dolan è precisamente la relazione a distanza tra la star e il fan bambino, una relazione che mette in campo troppi spettri e troppe domande inevase: di cosa è fatta la fascinazione esercitata da un divo adulto su un  bambino? di che cosa si nutre? Dolan si avvicina a questa zona d’ombra senza davvero esplorarla, sfiora un tema enorme e poi se ne allontana Come ha rilevato non ricordo più quale critico dopo la proiezione a Toronto, di quelle lettere scambiate si parla continuamente nel film senza che mai ce ne venga mostrata o letta una riga. Il che equivale a sottrarre allo spettatore ogni appiglio per capire il senso degli eventi e le ragioni che muovono i personaggi. Più che un film reticente, un film mancato, nel senso in cui Freud chiamava atti mancati le irresolutezze nel comportamento o nel linguaggio, faglie aperte sull’inconscio, fenditure da cui sgorga il rimosso. Un film da interrogare e che ci interroga (e che, credo, continuerà a interrogarci nel tempo).

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4 risposte a Recensione: LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN. Il film maudit di Xavier Dolan è un bel film

  1. Giancarlo scrive:

    bella recensione per un capolavoro mancato…. ma anche io penso che il film crescerà col tempo.Dolan ha pagato il prezzo a cadere fra le braccia dell’ american system

  2. namejastin scrive:

    Vero, con una struttura ripartita su tre assi narrativi ambiziosissima e sempre a rischio di collassare

  3. namejastin scrive:

    C’è qualche tentazione di guardare questi film https://altadefinizione01.page/drammatico/ con mia moglie?

  4. Vitalyi Travinskyi scrive:

    ripartita su tre assi narrativi

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