Il film imperdibile stasera in tv: DOPO L’AMORE di Joachim Lafosse (lun. 22 luglio 2019, tv in chiaro)

Dopo l’amore di Joachim Lafosse, Rai 3, ore 0,25. Lunedì 22 luglio 2019.
292086Dopo l’amore (L’économie du couple), un film di Joachim Lafosse. Con Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade e Margaux Soentgens.
575388Cronaca di una sanguinosa separazione, dove il campo di battaglia sono i soldi, gli interessi, la materialità dell’economia. E difatti il titolo originale, magnifico, è L’economia della coppia. Marie vorrebbe sbattere fuori di casa Boris, ma lui, senza lavoro, non sa dove andare, e per andarsene vuole la metà del valore dell’appartamento. Di impressionante realismo (quante storie così abbiamo visto?). Il film – lucido e asimentale – resta ad alti livelli per due terzi, poi si smorza nell’ultima parte. Grandi performance di Bérénice Bejo e del regista qui attore Cédric Kahn. Voto 7 e mezzo
021825Film importante, eppure tra i più trascurati dell’ultimo anno. Presentato a Cannes 2016 alla Quinzaine, è stato messo in ombra da altri titoli di più forte impatto mediatico, nonostante che il suo autore, il belga Joachim Lafosse, non fosse proprio uno sconosciuto. Di suo sempre a Cannes si era visto a Un certain regard – mi pare fosse il 2012 – Our Children (À perdre la raison), ricostruzione meticolosa di fatti e antefatti e contesti (alquanto sordidi) di un clamoroso caso di cronaca nerissima, l’ammazzamento da parte di una giovane donna dei cinque figli. Sguardo fermo ma non privo di compassione, quello di Lafosse, che anche qui va a perlustrare un microcosmo familiare devastato, anche se non produttore di tragedie come in Our Children. Un claustrofobico, soffocato kammerspiel su una coppia ormai schiantata, ma costretta a vivere ancora insieme tra livori, rancori, rimbrotti, rinfacci, risentimenti, e le due figlie gemelle a fare da spettatrici. Siamo a Bruxelles, in uno di quegli appartamenti molto cool e fighetti ricavati da una qualche struttura industriale o artigianale (ma li si chiamerà ancora loft?), in una zona si suppone gentrificata e piena di cosiddetti creativi. Fuori, un giardino che intravediamo appena, perché tutta l’attenzione del regista è concentrata sull’interno e chi ci vive, in una prova di virtuosismo cinematografico davvero notevole. Tutto, o quasi, succede in quei pochi metri quadri, con lunghi e articolati piani sequenza della macchina da presa a restituire azioni, e inazione e reazioni, in tempo reale, secondo un modello che si sta massicciamente affermando nel cinema d’autore. Messo a punto dal Kéchiche di La vie d’Adèle e replicato quest’anno in almeno due film di Cannes oltre a questo, Toni Erdmann di Maren Ade e Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho. Bisogna esere bravi per riuscirci, avere per le mani una sceneggiatura senza difetti, e attori in grado di reggere primi piani e tempi lunghi, e usare bene una camera-stalker che li scruti e non li perda mai di vista. Tutte condizioni rispettate in Dopo l’amore.
Marie e Boris stanno insieme da anni, hanno avuto due gemelle, ora sono al punto di rottura anzi ben oltre. Lei vuole che lui se ne vada, lui resiste perché non ha un altro posto dove andare, e non ha soldi (è un carpentiere di origine polacca rimasto senza lavoro, e non si capisce se per inerzia sua o per un mercato in crisi). Marie è dura, non concede niente all’uomo che ormai considera irrimediabilmente un ex, fuori dalla sua vita. Solo che Boris per andarsene pone le sue condizioni, vuole il 50 per cento del valore delì’appartamento, che è di proprietà di Marie, ma che lui ha personalmente ristrutturato mettendoci tempo, fatica e, non metaforicamente, sudore. Di inferni di coppia, di lui & lei che si dilaniano, si sbranano, si cannibalizzano senza pietà ne abbiamo visti tanti. Lo stesso Lafosse ha detto di aver voluto girare il suo Chi ha paura di Virginia Woolf?, critici in giro per il mondo hanno tirato in ballo ovviamente Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman e Kramer contro Kramer di Robert Benton. Eppure qui c’è uno scarto, un salto, una differenza cruciale rispetto a quei pur illustri precedenti. Qui il contenzioso tra Marie e Boris verte ossessivamente intorno al denaro, a quanto lui debba a lui, a quanto lui ha contribito o non contribuito al ménage familiare, a come lei abbia dovuto sopperire con il proprio lavoro ai guadagni mancati di lui. “Ci ho messo tempo e lavoro qua dentro, adesso mi devi dare quanto mi spetta” (Boris), “Non avrai niente, non ti spetta niente” (Marie). Quanto volte ci è capitato di assistere o sfiorare situazioni del genere? In Dopo l’amore si sente forte quella cosa che si chiama realtà, restituita nelle sue asperità e sgradeviolezze senza dolcificare, smussare, ammorbidire. Le separazione sono un bagno di sangue, e il campo di battaglia è il denaro (oltre ai figli). E qui lo si mostra finalmente senza ipocrisie. È un peccato che il titolo internazionale sia After Love, adottato anche in Italia, perché l’originale in francese è assai più efficace e incisivo, e affilato, svelando subito l’approccio di Lafosse al suo oggetto di discorso, le sue intenzioni: L’économie du couple, l’economia della coppia. Magnifico titolo, fattuale e asimentale, e grazie a Dio privo di quello psicologismo che rovina tante narrazioni sulla coppia, a ribadire come nella vita a due, e nella sua fine, sia – marxianamente – il sostrato economico a contare e influenzare eventi e l’agire delle persone. E Lafosse per almeno due terzi del film, la parte migliore, si mantiene fedele al suo titolo, che è anche una dichiarazione programmatica. Ecco che Boris e Marie fanno la lista dei loro oggetti di proprietà, questo l’ho comprato io, questo apparteneva alla mia famiglia dunque tu non azzardarti a toccarlo, e avanti così, in uno scontro che ha le ferocia delle questioni di soldi. Mai separazione e divorzio erano stati affrontati dal cinema con tanta lucidità, mai la cattiva e spicciola psicologia e le trappole della cosiddette emozioni erani stati tanto accuratamente scansati. Ed è anche la ragione per cui questo film non bisogna perderlo. Purtroppo questa durezza e implacabilità, questo rifiuto di ogni approccio consolatorio, si annacquano nell’ultima parte. La svolta, in negativo, la si ha con un fattaccio che coinvolgerà sia Boris che Marie. Fino a queesto passaggio Dopo l’amore è un grande film, dove Lafosse si concede anche – nella sequenza chiave del ballo con le bambine – di dirci, secondo ilmiglior cinema dell’ambiguità, come anche nella guerra più sanguinosa di coppia possa resistere quella faccenda detta amore. Perché si può continuare ad amare, a desiderare l’altro e a farsi desiderare, pur nel rancore, nel livore, perfino nell’odio. Verso la fine si torna alla normalità di un racconto dignitoso ma déjà-vu, e però l’eco di quello che si è visto non si perde. Massimo rispetto per i due interpreti, che sembrano mimare la realtà e riviverla e riprodurla come in un film di John Cassavetes: Bérénice Bejo – all’altezza della sua performance in Il passato di Farhadi – e il regista e ora sempre di più attore Cédric Kahn, con la faccia giusta del gaglioffo, e relativo sex-appeal. Quale madre saggia di Marie si rivede Marthe Keller, ed è un piacere (allo scorso Cannes era presidente della giuria di Un certain regard, sempre bellissima e regale). Tra gli sceneggiatori compare il nome di Mazarine Pingeot, sì, la figlia che Mitterrand, Monsieur le président, ebbe fuori dal matrimomio. Un caso di cui molto si parlò in cronaca una ventina di anni fa.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.