Il film imperdibile stasera in tv: BUBÙ di Mauro Bolognini (sab. 27 luglio 2019, tv in chiaro)

Bubù di Mauro Bolognini, Rai Storia, ore 21,09. Sabato 27 luglio 2019.

Ritrovare Bolognini. Sottrarlo all’oblio e al cliché di ‘regista calligrafico’. Spostare il file su di lui dallo scaffale dei piccoli maestri a quello dei maestri e basta del nostro cinema. Come Valerio Zurlini, Mauro Bolognini – autore di questo e infiniti altri film di squisita fattura (Il bell’Antonio, La viaccia, La notte brava, Senilità, Fatti di gente perbene, Metello) – ha pagato lo scotto di aver vissuto e operato al tempo dei giganti – Fellini, Antonioni, Vsconti -, finendo inevitabilmente con l’esserne oscurato. Eppure nel suo cinema si condensa al massimo grado il genio tutto nazionale per la bellezza. Come si vede non solo nello splendore delle immagini, ma anche nella composizione impeccabile dell’inquadratura e dello spazio schermico, densa di riferimenti al patrimonio fiurativo-visuale italiano. In parallelo, scorre in lui una vocazione al cinema come continuità rispetto alle grandi narrazioni romanzesche cartacee, gutenberghiane. Collocandosi dunque all’opposto di tutti i teorici e cultori e praticanti di ogni specifico cinematografico, del cinema come lingua autonoma. Fors’anche per questo Bolognini non fu molto apprezzato negli anni i cui più e meglio produsse, tra i Sessanta e i Settanta, tempi innamorati di Nouvelle Vague e altri sperimentalismi a lui geneticamente estranei. Bubù – anno 1972 – è nel corso della sua attività l’ennesima messa in cinema di un racconto letterario: stavolta il testo di riferimento è un romanzo francese, non tra i maggiori, del 1901 di Charles-Louis Philippe, storia fosca di anime alla deriva tra vizi e peccati e ostilità del destino di forte impronta naturalistica, ai confini del feuilleton.
Portando Bubu de Montparnase dalla Parigi di fine Ottocento nella Milano della stessa epoca, Bolognini ci mostra la sfortunata esistenza della giovane Berta, costretta dal fidanzato Bubù a prostituirsi. Uno studente si innamorerà di lei, cercherà di salvarla. Il resto non si può dire, anche se non è così difficile intuirlo conoscendo le regole del mélo. Bolognini affonda questo triangolo proletario, o di piccolo-borghesi proletarizzati, in una mestizia crepuscolare con echi di bohème e scapigliatura, tra lazzaretti per tubercolotici e luetici e i miasmi dell’arrembante industrializzazione. Bolognini si riconnette, in questo suo ritrarre un’Italia popolare tra Otto e Novecento, al suo precedente Metello, di cui ripropone la coppia protagonista Massimo Ranieri (da lui scoperto come attore)-Ottavia Piccolo. Ma Bubù non ripeterà gli esiti commerciali e critici di Metello, finendo ben presto nel cono d’ombra. Presenza di culto della mora Gianna Serra, allora assai gossippata per via di un’affettuosa quanto importante amicizia. Ecco quanto scrive il regista Luigi Scattini che la diresse in La sfinge d’oro: “L’antagonista di Anita (Ekberg, ndr) era Gianna Serra che arrivava sulla scia di una affettuosa amicizia con l’avvocato Agnelli. Non sempre il rapporto fra le due andò liscio: entrambe troppo belle e troppo prime donne. Ma per fortuna riuscimmo ad arrivare fino alla fine del film…”.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.