Locarno Festival 2019. MAGARI, un film di Ginevra Elkann: recensione. Vacanze d’inverno con il padre

Magari, un film di Ginevra Edlkann. Con Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Céline Sallette, Milo Roussel, Ettore Giustiniani, Oro De Commarque. Piazza Grande.
Apertura di Locarno 72 con il primo film da regista di Ginevra Elkann. Sì, la sorella di John e Lapo, la figlia di Margherita Agnelli e Alain Elkann. La quale racconta di una vacanza d’inverno a Sabaudia di tre fratelli con il padre separato da mamma. Autobiografico? Se mai qui siamo in quel territorio nebuloso detto autofiction. “Il film nasce dalla mia vita, la base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola” ha detto l’autrice a Variety. Un film garbato, bien fait, che si lascia guardare volentieri. Con la coppia Scamarcio-Rohrwacher e tre attori-ragazzi assai ben scelti e diretti. Voto 6+
Gliel’han chiesto tutti, da Variety che l’ha intervistata a Piera Detassis moderatrice della conf. stampa dopo il pres screening: scusi, signora Elkann, il suo film è autobiografico? E quanto? Del resto, è la domanda che tutti qui a Locarno avrebbero voluto fare all’autrice esordiente di Magari, me compreso. Risposta (data a Variety) da Ginevra Elkann: “Penso che il film nasca (stems) dalla mia vita. La base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola. Questo sentimento che risuona lungo tutto il film è davvero qualcosa che mi è appartenuto da bambina”. Certo si sperava entrasse in qualche dettaglio in più, magari in un Vestivamo alla marinata della penultima generazione Agnelli, ma non è così, siamo se mai in quel territorio indefinito e nebuloso chiamto autofiction. Se mai. Accontentiamoci, va bene così, del resto da queste parti si scrive di cinema, mica d’altro, giusto? Quanto alla discesa in campo come regista: “Già a quattordici anni sognavo di girare film, ci sono riuscita adesso che ne ho quasi quaranta” (così GE in conf. stampa). Tutti erano lì con le armi (della critica) puntate. Invece Magari – apertura ufficiale del Locarno Festival edizione 72 con proiezione in Piazza Grande ieri sera – si è rivelato alla visione opera decorosa, decorosissima, più che discretamente scritta (dalla stessa Ginevra Elkann e da Chiara Barzini, altra giovane donna dal cognome illustre). Personaggi ben delineati, buona tenuta narrativa, buone performance attoriali, non solo da parte degli adulti (Riccardo Scamarcio: Carlo, il padre; Alba Rohrwacher: Benedetta, collaboratrice del padre e sua fidanzata neanche tanto segreta), ma anche, soprattutto, dei tre fratelli (i loro personaggi hanno rispettivamente: il primo, Jean, 16 anni; il secondo, Seba, tredici; la terza, Alma, nove), ben diretti, credibili, senza le petulanze e i manierismi di tanti fastidiosi interpreti ragazzini. Tra i suoi cineasti di riferimento Ginevra Elkann ha citato, sempre in conf. stampa, Luigi Comencini con il suo Incompreso. E davvero qualcosa della delicatezza di quel gran regista di fanciulli lo ritroviamo qui, in Magari.
Genealogia minima della penultima generazione Agnelli, quanto basta per capirci e star dietro e dentro al film. Ginevra è la terza dei molto noti fratelli Elkann, John detto anche Jaki, Lapo. E lei. Figli di Margherita Agnelli e dello scrittore e non solo Alain Elkann, dunque nipoti di Gianni e Marella Agnelli. John è l’attuale signor Fiat, pardon Fca, nominato erede dell’impero di famiglia, o di quello che ne è rimasto dopo metamorfosi e fusioni e scorpori, dal nonno. Di Lapo sapete. Di Ginevra sappiamo che ama da sempre il cinema, che si occupa da anni di produzione (di film assai autoriali e elitari) e distribuzione. Quanto ai genitori: Margherita Agnelli dopo la separazione da Alain Elkann si è risposata con Serge de Pahlen stabilendosi con i tre figli (cui sono seguiti altri cinque dal secondo marito) a Parigi. Incontrando la fede ortodossa.
In Magari siamo in un particolare sottogenere del family drama o, meglio, family comedy, quello sui figli dei separati e/o figli di genitori dalle vite e scelte complicate che si riverberano sulla prole. Infiniti gli esempi, tanto per stare solo nel cinema italiano di questa decade direi Le meraviglie di Alice Rohrwacher e Incompresa di Asia Argento (sì, un buon film. E sempre a Comencini si torna). Jean, Seba e Alma vivono -a Parigi, sono stati allevati dalla madre nella religione ortodossa, mentre il padre, di mestiere sceneggiatore, vive a Roma. Il maggiore è saggio, concentrato, razionale, ipercontrollato, assai protettivo verso i due fratelli più piccoli, soprattutto verso Seba, malato di diabete e portato, anche per via dell’uso intensivo di Game Boy, a confondere realtà e immaginazioni. Tutti legatissimi, compatti. Succede (nel film) che la madre, incinta del primo figlio dal secondo marito e in procinto di trasferirsi con lui e famiglia in Canada, mandi a Roma, dal padre da un bel po’ assente e non frequentato, i tre ragazzi. In programma una vacanza insieme a Courmayeur, solo che, non appena arrivati a Roma, il genitore decide di cambiare meta. Niente neve, invece mare, mare d’inverno, in una villa a Sabaudia, perché lui deve finire una sceneggiatura da cui spera venga tratto un film (“Spero in Mastroianni”). E allora a Sabaudia con papà, il di lui cane Tenco. E con Benedetta, con cui sta scrivendo il copione, sua fidanzata in incognito ma non troppo. Si aggiungeranno un amico americano con il fidanzato napoletano.
Il film è la cronaca – secondo il punto di vista di Alma – di questa vacanza d’inverno con un padre riluttante, poco allenato a esserlo, egoriferito quanto basta e anche di più. Se la madre rimasta a Parigi è iper organizzata, vigilante e soffocante, il padre romano vive in una provvisorietà da puer aeternus, in una precarietà bohemien-chic. Naturalmente, come esige lo schema narrativo del genere di (involontario) riferimento, i tre ragazzi impareranno a conoscere quel padre distante, e qualcosa anche della vita. In un racconto di formazione fin troppo esemplare e non particolarmente originale, ma discretamente raccontato e sempre credibile. Non griderei né almiracolo né alla clamorosa nascita di un autore (autrice): Magari resta un lavoro molto curato che fatica a elevarsi dalla diligenza e dal bien fait. Eppure ha un suo garbo, ha grazia e si lascia vedere volentieri. Esempio di un cinema borghese di cui in Italia si sono sempre avuto scarsi esempi. Che non vuol dire cinema atrofizzato o inamidato, se mai alieno dalla volgarità e dai ricatti sentimentalisti. ” Il titolo Magari? Perché eprime quello che mi dicevo da piccola, la speranzad che i miei si rimettessero insieme” (GInevra Elkann dixit in conf. stampa)
Nota: alla proiezione serale in Piazza Grande erano presenti la regista con Alba Rohwacher, Riccardo Scamarcio, il produttore Lorenzo Mieli e i tre interpreti-ragazzi. In ordine di età: Milo Roussel, Ettore Giustiniani, Oro De Commarque. In platea pare ci fossero per la gioia dei celeb watchers John e Lapo Elkann.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.