Locarno Festival 2019. Preapertura con DO THE RIGHT THING (Fa’ la cosa giusta) di Spike Lee. I 30 anni sotto la pioggia di un capolavoro

Do The Right Thing (Fa’ la cosa giusta) di Spike Lee (1989). Versione restaurata in 4K. Con Spike Lee, Danny Aiello, John Turturro, Rosie Perez, Samuel L Jackson, Ossie Davis, John Savage. Prefestival in Piazza Grande.
Proiettato il 6 agosto in Piazza Grande la versione restaurata di Do The Right Thing a trent’anni dall’uscita. Capolavorissimo, oggi più che allora. Film profetico, che ha anticipato la complessità della società miulticulturale con le sue fratture interne, le spinte identitarie e autoseparatiste delle varie etnie. Un film che parte come affresco corale e commedia umana per poi via via incupirsi. In corso di proiezione si è scatenato sopra la piazza un nubifragio. Ma la proiezione non è stata interrotta: giustamente. E centinaia di persone sono rimaste sotto l’acqua fino alla fine. Celebrazione delle potenza del cinema come rito collettivo. Voto 9
Sera del 6 agosto, Piazza Grande, Locarno (CH). Preapertura del festival edizione 72 (quella ufficale la sera dopo con Magari di Ginevra Elkann): in programma la versione restaurata a trent’anni dall’uscita di Do The Right Thing, il film con cui Spike Lee deflagrò a Cannes e poi negli Usa raccogliendo pochi premi (zero sulla Croisette, dove la giuria presieduta da Wim Wenders gli preferì Sex, Lies & Videotapes di Steven Soderbergh: Spike Lee non gliel’avrebbe mai perdonata), ma scatenando dibattiti sulla stampa come non se ne fanno più. Lo vidi allora, l’ho rivisto per la prima volta l’altra sera in Piazza. Dico subito che Do The Right Thing si conferma il vertice del suo regista, mai più superato e nemmeno eguagliato dai molti e discontinui film successivi. Film che non ha bisogno di btruccherie anti-aging per apparire smagliante, perfettamente in grado ancora oggi di intercettare-descrivere le infinite fratture all’interno degli universi multietnici incapsulati nel corpo dell’Occidente. Se mai da allora la coabitazione si è ulteriormente guastata, le aree monoetniche e culturalmente-religiosamente omogenee si sono moltiplicate. Le infinite minoranze di ogni tipo non convivono più nelle stesse aree come ancora, pur faticosamente, succedeva in Do The Right Thing, ma ognuna si è autosegregata nella sua isola, nella sua bolla securitaria. E l’astio interetnico si è parossisticamente accentuato. Benché assai ambiguamente (come suggeriscono le due contraddittorie citazioni apposte a conclusione del film: quella da Martin Luther King fortemente contraria alla pratica della violenza come arma politica e quella da Malcolm X che invece la violenza la giustifica come forma di autodifesa e risorsa ultima e necessaria in mancanza di altre), Spike Lee sembra ancora credere in questo suo film nella coabitazione, almeno come valore, come utopia, descrivendo con sgomento i virus letali che ne decreteranno la fine (poi, nel suo cinema successivo, vedi il recente BlackKklansman, Lee accentuerà profressivamente la sua postura declamatoria, militante e identitaria).
Ma che spettacolo con Fa’ la cosa giusta, l’altra sera sera in Piazza Grande. Neanche un doppio violento nubifragio ha impedito la proiezione, e prima, l’introduzione alla serata da parte del presidente del festival Marco Solari, del nuovo direttore artistico, la francese Lili Hinstin, del curatore della retrospettiva sul cinema nero e sui neri chiamata Black Light (di cui il film di Spike Lee fa parte) Greg de Cuir Jr. Anzi, grazie al nubifragio la serata si è trasformata in uno di quegli eventi che non si dimenticano. Cascate d’acqua, lampi e tuoni  sopra la piazza, già spettacolo di suo con l’enorme schermo e le 8mila sedie giallo-nere per il pubblico, eppure quanta gente, con gli ombrelli e le cappe impermeabili, trasparenti o nell’iconico maculato festivaliero, seduta impavida sotto gli scrosci, e quanta assiepata sotto i portici laterali a cogliere almeno un brandello di quanto passava sullo schermo. Dal palco Lili Hinstin intanto ci ricorda come la parola diversità sia per lei tanto importante, come sia felice di vivere in una città che della diversità si nutre (Parigi) e di immettere dosi di diversità in questo suo primo festival da direttore artistico. Si rischia in platea l’abbiocco da troppe dichiarazioni benintenzionate, ma per fortuna parte il film, anche la pioggia concede una tregua, e Do The Right Thing con la sua inalterata potenza di discorso e di visione spazza via ogni political-correttismo (a proposito: di sicuro non capiterà che Variety, come ha già fatto invece con Venezia e la direzione Barbera, si lamenti della sottorappresentanza femminile nel programma di Locarno, anzi lo stesso Variety in un’intervista a Hinstin prende atto con compiacimento di come in questo festival la quota di film femminili sia ben sopra il 40 per cento).
Peccato che dopo meno di un’ora di film e quando alla fine manca un’altra ora, sul pubblico rimasto in piazza torni a scatenarsi il nubifragio, assai più tempestoso del precedente, e allora si vede come il cinema possa essere un gioco da duri, uno sport estremo, una passione da eroi. Molti a scappare via, e però quanti sono rimasti, mentre il fim continuava a scorrere sullo schermo solo un filo annebbiato dalle cascate d’acqua dal cielo. È stato allora che la serata è virata in evento. Io son rimasto finché ho potuto (avevo solo l’ombrello), poi son riparato ai lati, ma, essendo le prime due file dei portici come nei palchi all’opera già occupati, mi son dovuto sistemare dietro vedendo dello schermo solo quanto l’arco del portico mi consentiva di vedere (e dunque della sequenza di sesso che tanto turbò Rosie Perez nel girarla, con Mookie-Spike Lee che le passa sulla pelle un cubetto di ghiaccio, scorgevo di volta in volta solo parti di corpo, il primo capezzolo, il secondo, le cosce, mai l’intero). Ho resistito zuppo (sotto i portici), abbiamo resistito fino alla fine, inchiodati dal nerbo narrativo di Spike Lee (peccato che in seguito abbia sacrifcato parecchio della sua abilità di storyteller all’ardore militante). Che è stato un bel modo di celebrare il cinema come rito collettivo, oggi che lo si dà per spacciato, sostituito dalla fruizione solipsistica sui vari device. Senza trombonismi, e al netto di ogni retorica e nostalgia (di che cosa poi?), s’è potuto verificare in Piazza Grande come il cinema riesca anche nelle condizioni più improbe a tenere avvinti masse di spettatori. Bello. E bello Do The Right Thing trent’anni dopo, più fresco, più necessario che mai.
Un film che parte come racconto di osservazione, di costume, descrizione di un quartiere nero povero ma non così marginale, non ancora ghetto irrimediabile, con le sue figure e figurine, un racconto corale multistorie e multipersonaggi, con macchina da presa a passare leggera e curiosa dall’uno all’altra, in una galleria di caratteri benissimo sbalzati. Come in un commedia all’italiana degli anni d’oro. Come in quei film ambientati nei bassi napoletani che, al di là dell’oleografico, riescono a farsi celebrazione di un’altra antropologia, di un’altra (migliore? peggiore?) umanità. Con, in questo Spike Lee, l’assenza di ogni sentimentalismo e retorica. Mookie, il ragazzo che se non può dirsi il protagonista è certo colui che fa da collante tra le molte parti del quartiere. La sua ragazza, che deve tirar su da sola il loro bambino perché il fanigottone Mookie s’è scansato dall’impegno. Un vecchio ubriaco autoproclamatosi sindaco del quartiere, patetico corteggiatore di un sdegnosa signora. Radio Raheem, nero giantesco con la sua enorme radio in spalla a sparare suoni e rumori per le strade (sì, era già rap). Ma il centro gravitazionale è bianco, è italiano, è la pizzeria di Sal e dei due figli Vito il mite e Pino il razzista. Sal, l’italo-broccolino che ha tirato su a tranci di pizze generazioni di neri, amato da molti, dai vecchi soprattutto, detestato dai nuovi, arroganti ragazzi intossicati di suprematismo black, di comunitarismi e identitarismi afro. Gente fanatizzata che vede in lui (ma perché?) un emblema della sopraffazione bianca, lo accusa di tenere alle pareti solo le facce di italoamericani di successo, Sinatra, De Niro, Pacino, e non di “fratelli neri”. Su tutti, il radio-dj che dal suo loculo dà il ritmo a tutto il quartiere. È il giorno più caldo dell’anno, e il ritratto d’insieme da amabile si fa via via più cupo. Emergono le tensioni razziali, i neri contro gli italiani e i coreani appena insediati con il loro negozi. E la polizia bianca contro tutti. Sequenza da antologia: i rappresentanti di ogni etnia che snocciolano la litania delle ingiurie, dei pregiudizi, degli stereotipi offensivi verso gli altri che non sono loro. Farò spoiler e dico come va a finire: l’oasi di convivenza magari tumultuosa ma convivenza che è stata la pizzeria di Sal verrà assaltata da Radio Raheem e dall’ideologo del suprematismo nero (seguace di Farrakhan?). Ci scapperà il morto, e il quartiere andrà a fuoco. Amarissima conclusione, che prefigura molto di quello che sarebbe successo, non al cinema, nei tre decenni seguenti, comprese le molte uccisioni per strada di ragazzi black da prte dei custodi dell’ordine. Se dal tempo di Do The Right Thing la situazione è in qualche misura migliorata (credo che parte della popolazione afroamericana sia riuscita ad agguantare lo status di classe media), per altri versi è di molto peggiorata. Spike Lee ritrae in quel 1989 un situazione ancora aperta, fluida: non scartando del tutto la prospettiva di una coabitazoone tra diversi,ma mostrandoci anche le forze della disgregazione al lavoro, l’insorgenza delle ideologie autoseparazioniste e autosegregatrici, dell’identitarismo, del tribalismo. Quella corrente che avreppe portato in America come in Europa allo svuotamento delle aree miste e al consolidarsi di territori urbani rigorosamente omogenei e monoetnici. Ogni illusione oggi è perduta. Spike Lee procede ambiguamente, oscillando tra la speranza dell’incontro e l’ideologia della separazione. È il suo personaggio centrale, Mookie, da lui stesso interpretato, a scagliare il bidone contro la vetrina della pizzeria di Sal e a dare il via al saccheggio (certo, qualcuno all’uscita del film giustificò il gesto in quanto tentativo da parte di Mookie di distrarre la folla dal linciaggio di Sal: tesi diffiicile da sostenere). Ed è sempre lo sciagurato Mookie che fa la cosa infame. Quando, dal Sal che ha appena visto distrutto il suo ristorante, il sogno di una vita, esige, spietatamente, che gli venga pagata la settimana di salario. Poi Spike Lee conclude con un’assai diplomatica doppia citazione dei due messia della black renaissance americana, la prima, di Martin Luther King, che condanna ogni forma di violenza, la seconda, di Malcolm X, che la giustifica. Finale paraculo di cui non si sentiva il bisogno. A vedere oggi Do The Right Thing il vero eroe è Sal l’italiano, il pizzaiolo. Un gigante. Un uomo della tolleranza spazzato via dall’intolleranza e dai fanatismi opposti ma convergenti nei risultati. Danny Aiello come Sal è immenso. Nominato all’Oscar, ma non premiato (vinse Denzel Washington per Glory).

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