Locarno Festival 2019. Recensione: A FEBRE (La febbre), un film di Maya Da-Rin. L’uomo diviso

A Fievre (La febbre) di Maya Da-Rin. Con Regis Myrupu, Rosa Peixoto, Johnatan Sodré, Kaissaro Jussara Brito. Concorso internazionale.
Justino vive e lavora a Manaus dopo aver lasciato il villaggio amazzonico d’origine. Una misteriosa febbre manifesta il suo disagio, il suo essere sospeso tra due mondi, due identità, due appartenenze. Un film di quel genere latinoamericano ormai nutrito che va a esplorare le culture autoctone del continente (do you remember El abrazo de la serpiente?). Misurato, assai rispettoso dei suoi personaggi, La febbre rischia però di arenarsi per troppo pudore nell’anoressia espressiva. Voto 6 e mezzo
Il primo fim del concorso è brasiliano. Firmato da una donna, come molti altri in corsa per il Pardo d’oro (qui la quota femminile è corposa assai). Film non travolgente, anzi sommesso, anzi esile e per almeno tre quarti d’ora esangue, indeciso su quale pista imboccare, molto osservativo, molto constatativo, molto ‘siamo in un racconto di finzione però nei modi del cinema documentaristico e etnografico’. Attori che si confondono con i loro personaggi e viceversa. Travaso di ‘vita vera’ e pure verissima sul set. Con tanto di impegno in materia di diversity, visto che si parla di un uomo di un’etnia amazzonica chiamata Desana e dunque focus sulle minoranze autoctone variamente conculcate dalla cultura bianco-europea. Così sommesso, A Fievre, anche delicato, che ne va del racconto, la drammaturgia latita, ogni possibile storia appare decostruita già in partenza. Ma bisogna ammettere che quando finalmente qualche frammento del mosaico narrativo comincia a comporsi A Fievre migliora, lasciando intravedere disegno, intenzioni e linee-guida dell’autrice. Che son quelle di tracciare il ritratto di un uomo dimidiato tra due mondi, appartenenze, culture. Justino, 45 anni, ha lasciato da tempo il villaggio amazzonico di origine per trasferirsi a Manaus (che no, non è più quella del Fitzcarraldo herzoghiano), dove ha messo su famiglia e ha trovato lavoro come vigilante al porto. Il figlio è sposato e già a sua volta padre, e discretamente integrato in città. La figlia ha appena vinto una borsa di studio per la facoltà di medicina di Brasilia e sta per trasferirsi. Justino cade malato, di una misteriosa febbre di cui i medici non trovano l’origine né il rimedio. La malattia, ci suggerisce la regista, sta nel suo essere diviso tra mondo di origine e quello in cui è approdato. Senza che Justino sia riuscito a sturare quella ferita. Il male – un tempo si sarebbe parlato di alienazione – è del suo corpo e della sua anima e trapela attraverso sogni e incubi: lui, perso nella foresta, alle prese con una bestia gigantesca e repellente. Il fratello in visita gli sugerusce di tornare al villaggio e chiedere aiuto allo sciamano. Intanto, a Manaus un bestia – la stessa del sogno di Justino? – assalta, aggredisce, azzannna senza che le ronde armate riescano a cattirararla.
La febbre si inserisce in quell’ormai nutrito genere del cinema latinoamericano sulla riscoperta delle culture autoctone, genere di cui il manifesto resta El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra (sarà a Venezia in concorso con il suo nuovo film). E di cui bisogna citare almenoo il potente Chuva é cantoria na aldeia dos mortos, presentato a Cannes-Un certain regard nel 2018. Ma, diversamente che in quegli esempi, qui non ci sono accensioni visionarie, niente viaggi al termine della notte e dell’inconscio, e del delirio. Solo una voluta bassa intensità che, se da una parte vuol dire massimo rispetto dei personaggi e rinuncia a ogni facile exploitation, dall’altra rischia di arenare il film nell’anoressia espressiva. il protaginista Regis Myrupu potrebbe vincere come migliore attore (le giurie festivaliere adorano premiare attori sconosciuti e presi dalle strade più disagiate delle periferie del mondo).

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