Locarno Festival 2019. Recensione: MATERNAL, un film di Maura Delpero. Matarazzo a Buenos Aires? Quasi

Maternal, un film di Maura Delpero. Con Lidiya Liberman, Denise Carrizo, Agustina Malale. Concorso internazionale.
Italiana, Maura Delpero ha girato in Argentina il suo primo lungometragggio di finzione. Siamo in un istituto religioso per madri single adolescenti, in una sorta di riedizione morbida del genere women in prison. Con la ragazza ribelle, traviata e fiera di esserlo, con quella saggia e redenta, con le baruffe tra le quasi-recluse. E, a sorvegliare e qualche volta punire, le suore. Con una novizia anche lei ribelle alle regole. Cose che sarebbero state benissimo in un Matarazzo anni Cinquanta. Solo che Delpero si colloca all’opposto del mélo, optando per un cinema austero e riflessivo. Ma il limite vero di Maternal sta nel suo non affidarsi fino in fondo alle proprie storie. Ottimo successo di pubblico. Voto 6 meno
Film italiano o argentino? Maura Delpero, italiana, ha girato a Buenos Aires (dove peraltro lavora da anni), all’interno di un istituto di suore, questo suo primo lungometraggio di finzione, in corsa per il Pardo d’oro e a oggi tra i più amati dal pubblico (tiepida la stampa). Tant’è che s’è dovuta aggiungere una proiezione a quelle programmate. Istituto di suore, quello di Maternal, che in altri tempi si sarebbe detto per ragazze traviate, ragazze di postribolo da recuperare, ragazze sfortunate, ingenue, ingannate rimaste incinte fuori dal matrimonio. Credo che in Italia simili istituzioni religiose (di pessima fama quelle irlandesi dette Magdalene raccontate in certi film: l’ultimo Philomena di Stephen Frears) siano estinte da un pezzo, che l’assistenza alla madri bisognose in quanto single o in quanto qualcos’altro che abbia a che fare con la categoria del cosiddetto disagio oggi da noi sia totalmente secolarizzata. La peccatrice o la ragazza sfortunata-raggirata hanno lasciato il posto alla figura della donna soggetto debole e socialmente svantaggiato, figura di cui si occupano i servizi sociali non certo le suore. Sicché, vedendo l’appena discreto film di Delpero – ben girato, ma drammaturgicamente fragile -, la sensazione è di entrare in una macchina del tempo e di atterrare nell’Italia degli anni Cinquanti, e in un mélo alla Matarazzo. Quei corridoio lindi e tetri, quelle statue di gesso dei santi e delle madonne e dei gesùcristi, quei refettori punitivi, quel frusciare di veli bianchi: solo in Argentina sembrano sopravvivere, da noi, culla del Cattolicesimo romano, sono spariti da almeno mezzo secolo.
Maternal fin dal titolo è l’apoteosi del cinema al femminile, quasi una bandiera di questo Locarno 72 che ci tiene tanto a essere corretto e a postissimo nei confronti di ogni minoranza e diversity. Figuriamoci, cosa di più esemplare e virtuoso di un film di una donna sulle donne in cui compaiono solo donne (battuto il record del film della Sciamma all’ultimo Cannes, Portrait de la jeune fille en feu, dove almeno un paio di masculi apparivano per quanto in ruoli servili e sottomessi). Un film sul corpo delle donne e la maternità. E però, anche, un film che inconsciamente riesuma quella divisione (ma non era maschile, sessista, fallocratica, patriarcale?) dell’universo femminile tra sante e puttane, qui reincarnatasi nella contrapposizione tra suore e ragazze peccatrici (bisogna ammettere che l’autrice questa rigida separazione cerca poi di sfumarla, presentandoci fremiti e contraddizioni in seno alle suore come esempi di angelica bontà e rettitudine tra le ragazze traviate).
Lu e Fati condividono in istituto la stessa canera. Sono entrambe poco più che adolscenti, entrambe madri single (un tepo si sarebbe detto: ragazze-madri), ma opposte per temperamento. Lu è ribelle, non rassegnata a quella vita da semireclusa scadita da regole e obblighi, ha una bambina cui vuol bene ma che trascura. Fati, già madre, è di nuovo incinta e prossima al parto. Al contrario di Lu,è abbastanza saggia da capire che oltre la porta dell’istituto per lei e i sui figli la vita sarebbe impossibile. Classico scontro di caratteri nella migliore tradizione del prison movie, perché questo Maternal a quell’archetipo filmico i richiama. E al genere women in prison si rifanno le baruffe tra le opsiti, l’inevitabile catfight con tanto di capelli tirati e strappati e ingiurie e urla. Siamo a metà tra Nella città l’inferno di Castellani e i melodrammi di Matarazzo con i loro figli della colpa e donne ingannate. Maternal ha un inconscio filmico squisitamente anni Cinquanta, e non è un limite. Solo che sembra vergognarsene, rimuivendo e depotenziando quel substrato incandescente. Maura Delpero sceglie nella messinscena un modello di cinema del tutto opposto, quello della rarefazione, del rigore, quello meditativo dei lunghi silenzi e delle lenta carrellate contemplative. Cinema pudivo e introflesso, più Olmi che Matarazzo per stare nelle nostre tradzioni cinematografiche. Ma il limite di Maternal sta altrove, nella costruzione drmmaturgica debolissima. La traccia dell’amicizia-rivalità tra Lu e Fati è appena sccennata e mai scavata davvero, lo stesso la sottotrama della novizia venita dall’Italia, suor Paola, e del suo desiderio di maternità riversato sulla figlia trascurata di Lu. STra le cose belle, la faccia così così fuori dal tempo dunque perfetta come suor Paola di Lidiya Liberman, attrice che speriamo di rivedere.

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