Locarno Festival 2019. Recensione: TECHNOBOSS, un film di João Nicolau. Luis l’indomabile

Technoboss, un film di João Nicolau. Con Miguel Lobo Antunes, Luísa Cruz, Américo Silva. Concorso internazionale.
Ritratto di un uomo sull’orlo del pensionamento, ma per niente domo. Solo, ma per niente depresso. Il regista portoghese Joao Nicola racconta una storia qualunque in modi che non lo sono per niente, oscillando tra minuti realismo e escursioni nel surreale, ibridando commedia e musical. Ed evitando ogni patetismo e crepuscolarismo. Voto 7
Come riraccontare il già molto raccontato – stavolta: l’arrivo della vecchiaia nella vita di un maschio, il pensionamento più o meno voluto, più o meno imposto, più o meno accettato – e svoltarlo in commedia mattocca con derive incongrue ma assai divertenti nel musical (e di numeri da musical). Con pure implicaziona da rom-com, per quanto tardiva (per via dell’età degli interessati). Ma Technoboss è anche altro, un film precisissimo e dettagliato sul lavoro e le sue metamorfosi, sulla tecnologizzazione della nostra esistenza. il portighese Joao Niccolau aveva portato a Torino qualche anno fa il suo strambo e deragliato rispetto ogni buona condotta filmica John From, adesso in Technoboss conferma la sua vocazione a un cinema libero e anarchico, refrattario ai codici, più affine, per stare ai suoi connazionali, a un Miguel Gomes che a un De Oliveira o Pedro Costa. C’è in lui una vena stralunata, di naturale surrealismo assai iberico o meglio di un realismo laterale, di confine, sempre sul punto di collassare e autonegarsi. Eppure non si pensi a un film destrutturato. Technoboss mostra una solida architettura, un Nucolau assai sciolto nel passare dal registro realista a quello del bizzarro. Il film è il suo main character, si indientifica in lui, Luis Rovisco, sessantenne non domo, tecnico di tecnologie digitali di uso domestico e d’ambiente (allarmi, sistemi di sicurezza e di vigilanza, ecc.) assai attivo e compoetente ma insidiato presso l’azienda in cui lavora dalle nuove generazioni. Solo (separato? vedovo? sembrerebbe la prima, ma non è ben chiaro), con un figlio in perpetua crisi con la moglie, un nipotino sveglio che gli è affezionato e cui lui è affezionato. Solo ma non triste e depresso, tutt’altro che alieno dai piaceri, in grado di starci bene da solo, anche se quando incontra in un albergo di cui deve sistemare un po’ di arrugginita tecnologia la severa receptionist Lucinda qualcosa si risveglia in lui. Technoboss è Luis colto nei suoi affari privati e professionali, seguito dalla mdp tra casa, ufficio e luoghi di intervento. Nicolau inventa parecchio, usando la musica come fondamentale dispositivo narrativo. Luis cke karaokeggia in macchina pezzi noti, Luis al centro di tableaux da vero msical, da solo o accompagnato da band e gruppi (dal metal al folk lusitanao). E i suoi viaggi in macchina si trasformano in queti viaggi nel fantastico, con Nicolau che sfuma i paesaggi in fondali di carta dipinta. Il resto lo aggiunge un attore straordinario che si chiama Miguel Lobo Antunes, in un di quelle interpretazioni in cui non sai pià distinguere vita e finzione. Un uomo di terza età non rassegnato, ma neanche stupidamente illuso di poter fermare il tempo. Se solo Technoboss non durasse due ore. Ma va bene anche così, e vediamo se la giusria presieduta da Catherine Breillat (e di cui fa parte anche il critico di Repubblica Emiliano Morreale) ne terrà conto in fase di definizione di palmarès.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.