Locarno Festival 2019. Recensione: LONGA NOITE (Lunga notte), un film di Eloy Enciso. Dopo la guerra civile

Longa Noite di Eloy Enciso. Con Misha Bies Golas, Nuria Lestegás, Manuel Pozasl, Verónica Quintela. Concorso internazionale.
Un uomo torna nel suo villaggio in Galizia, la Spagna più nordica e aspra. È appena finita la guerra civile: uomini e donne entrano in scena a raccontare quanto è successo e il proprio punto di vista. Un film al limite dello sperimentalismo, senza una costruzione narrativa compatta, piuttosto un insieme di tableaux, un polittico cinematografico. Voto 7
Uno dei film più ostici e misteriosi di questo Locarno, di quelli che ti fan venire voglia di gettare la sougna dopo mezz’ora e anche meno e darti alla fuga. Poi si sa, c’è il Super Io cinefilo che ti inchioda (e che ti fa vivere la fuga come una diserzione, con conseguente senso di colpa). Però stavolta per fortuna che ho resistito, non ho rinunciato, perché a conti fatti, al di là della sua pretenziosità, Longa Noite (Lunga notte in galiziano) risulta a visione conclusa un tentativo assai rispettabile e coraggioso di ri-raccontare il già molto  detto in una forma cinema differente. Astrusa magari, ma differente. Sbandando qua e là, irritando lo spettatore che s’affanna a trovare la chiave d’interpretazione dell’ennesimo film-sudoku di questo festival (e non solo). Lo spagnolo, immagino della Galizia, Eloy Enciso che già aveva portato anni fa qui a Locarno un docu su quella parte settentrionale e aspra della penisola iberica, mette in scena un reticolo di storie – anzi no, non proprio, sono piuttosto quadri di una rappresentazione, elementi di un polittico cinmatigrafico, cellule di un organismo filmico – sulla Sagna e gli spagnoli a guerra civile appena conclusa con il caudillo Francisco Franco vittorioso e in irresistibile consolidamento (il regime durerà decenni infatti). Il regista immagina un uomo che torna nel suo villaggio, in Galizia, forse dal carcere, forse dalla guerra. Intorno a lui, sulla scia e a lato di lui, si materializzano personaggi di volta in volta diversi ognuno con un racconto e un punto di vista sul conflitto franchisti-repubblicani e il dopo conflitto. La scommessa di Enciso sta principalmente nel non lavorare su una sceneggatura propria, nel rinunciare a qualsiasi traccia e sviluppo narrativo coerente per assemblare invece frammenti di testi teatrali, letterari, testimonianze e lettere dalle prigioni degli arrestati o giustiziata durante la guerra civile. Un impianto più teatrale che cinematografico, almeno dal punto di vista drammaturgico.Ma è puro cinema come Eloy Enciso gira questi frammenti, com riprende volti e cirpi e restituisce le voci, in un’estetuca che ricorda certa videoart nella sua contemplatività, nella fissità ieratica e rituale. Due vagabondi dialogano fuori da un chiesa. Una donna che ha perso il marito e aspetta il ritorno del figlio si scaglia contro la guerra degli uomini. Un gruppo di franchisti inneggia al caudillo. Non sempre parole e immagine sono coerenti, qualche volta, come nella parte finale, si scindono. Se ci si arrabbia per certa altezzosità intellettualistica, si resta anche sedotti dall’audacia dell’operazione. La lunga notte è il franchismo, ma anche quella in cui si muovono o appaiono i personaggi del film, l’ennesimo del concorso immerso nel buio. Come Vitalina Varela di Pedro Costa e O Fim do Mundo di Basil Da Cunha. Naturalmente Longa Noite è in galiziano (non si dica spagnolo, per carità).

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