Locarno Festival 2019. Recensione: O FIM DO MUNDO (La fine del mondo), un film di Basil Da Cunha. Ragazzi di vita a Lisbona

O Fim do Mundo (La fine del mondo) di Basil Da Cunha. Con Michael Spencer, Marco Joel Fernandes, Alexandre Da Costa Fonseca, Iara Cardoso. Concorso internazionale.
All’inizio questo La fine del mondo sembra una qualunque paranza dei bambini (ragazzini) in versione portoghese. Poi il film cambia, cambia lo sguardo del regista Basil da Cunha suoi suoi ragazzi di vita, e sembra di trovarsi in una sacra/laica rappresentazione pasoliniana tra Mamma Roma e Accattone. O in certo Gus van Sant. Peccato che il regista non mantenga un tale rigore fino alla fine ripiombando qua e là nella solita gomorrata. Voto 7
Uno dei tre film portoghesi del concorso (egemonia lusitana quest’anno). O, almeno, ambientato in Portogallo. Forse più correttamente si dovrebbe dire film di doppia nazionalità come il suo regista Basil Da Cunha, nato in Svizzera e poi trasferitosi in Portogallo dove stanno le sue radici di famiglia. Trasferitosi a Reboleira, periferia di Lisbona dove si svolgono le vicende del protagonista Spira e altri adolescenti come lui sull’orlo del crimine e anche oltre. Anzi, pare che i pasoliniani ragazzi di vita del suo O Fim do Mundo lui li conosca bene e alle loro storie si sia ispirato, almeno così dicono qui i bene informati, gente che lo ha sentito in conf. stampa (cui non vado quasi mai: preferisco vedermi un altro film nel frattempo) o l’ha intervistato. Da Cunha, anni 34, film precedenti dati a Cannes alla Quinzaine, sfiora il gande risultato, ma poi lo manca per inadeguato, omeglio: per discontinuo controllo dela materia narrativa e l’incostanza dello stile. Ma le cose belle di O Fim dio Mundo sono bellissime. Come in Pedro Costa, siamo all’inferno, nella parte più disagiata di Reboleira abitata dai reietti, ovevro gli imigrati dall’Africa e dai loro figli e nipoti, mentre le ruspe del comune procedono alla demolizione e alla bonifica delle baracche (gli occupanti verranno trasfeiti si immagina nei soliti palazzoni multipiano). Solo che l’approccio di Da Cunha è, almeno all’inizio, opposto a quello dell’autore di Vitalina Varela. Realismo, duro, puro, intransigente, di nuova o seminuova scuola dardenniana sposato alle maniere piùo meno fictionaliztae di tanto cinema globale (americano,latinoamericano, italiano, asiatico) sugli slums e i loro ragazzi perduti. Che son fuori e dentro di galera, spacciano, depredano miserabili anche più miserabili di loro, qualche volta ammazzano. Succede in La fine del mondo con Spira, adolescente dalla bellezza di un santo d’altare ma già assai vissuto e peccatore, che torna dopo anni di riformatorio a Reboleira nella casa del padre (assente), abitata dalla seconda moglie di lui. Nella sua prima parte O Fim do Mundo sembra l’ennesima replica del genere contemporaneo gomorrio-suburrico, con il machismo adolescente, il muoversi in branco e bande, sognare l’evasione dalla miseria con il colpo che ti sistema. Ma a deviare O Fim do Mundo verso lidi più nobili a è lo sguardo neopasoliniano di Da Cunha, sicché la solita ebbrezza e concitazione giovanil-rappettara lascia il posto via via a un cinema più rarefatto, con macchina da presa a camminare e muoversi insieme al suo protagonista lungo i cunicoli di Reboleira. Spira elevato a feticcio tra il criminale e il santo. Segrete affinità dunque con la cerimonia messa in scena da Pedro Costa in Vitalina Varela. Anche qui prevalgono le scene notturne, con le facce dei tre protagonisti illuminate da luci lisergiche (mentre in Costa semmai la luce è quella delle fiaccole e delle candele, della premodernità). Anche, con un che del primo Gud Van Sant e della sua compassionevole  consonanza con i ragazzi perduti di My Private Idaho e di Mala Noche. Purtroppo Basil Da Cunha non ha la forza di mantenere tutto il film al livello della sacra o laica rapresentazione dei momenti migliori e più ispirati, e allora rispuntano i modi le manieri delle varie paranze, napoetane o brasileire o messicane. Peccato.Ma Da Cunha va tenuto d’occhio.

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