Film-recensione: LORD JIM di Richard Brooks (1965)

Lord Jim di Richard Brooks (1965)
Film indispensabile degli anni Sessanta, da recuperare senza esitazione. Dimenticatissimo, silenziato (almeno in Italia). Tratto da Joseph Conrad come Apocalypse Now, ma almeno un decennio prima del colosso coppoliano: da un Conrad scrutatore di anime tormentate e rose dalla colpa, narratore di avventure e sventure interiori là in porti lontani e loschi di un’Asia sinistra. Richard Brooks, cineasta della Hollywood socialmente impegnata del dopoguerra presto stroncata dal maccartismo, già autore prima di questo di La gatta sul tetto che scotta e Il figlio di Giuda (e dopo di questo di A sangue freddo, I professionisti, In cerca di Mr. Goodbar), alla metà degli anni Sessanta decide di trarre dal Conrad di Lord Jim questo film insieme spettacolare e intimo, producendolo in proprio con capitali britannici. Non fu il successo atteso, ma oggi quel film si attesta come qualcosa di importante e ineludibile, ci appare come l’audace tentativo di immettere nel cinema di intrattenimento di allora il pensiero, la ricerca formale e narrativa, l’altitudine morale di un autore complesso come l’anglo-polacco Conrad. Avvalendosi di uno dei massimi divi del tempo, il Peter O’Toole reduce da Lawrence d’Arabia e Beckett e il suo re e qui, al netto di certe eccessi istrionici, al suo vertice storico.
Giava, fine Ottocento. Jim è un ufficiale di marina inglese che, dopo una lunga convalescenza, si imbarca su una nave di pellegrini diretti alla Mecca (l’Indonesia, vale la pena ricordarlo, è nella sua stragrande maggioranza musulmana). Non tarderà a rendersi conto di come quella nave sia decrepita e a rischio. Nel corso di una tempesta la Patna difatti collassa, con Jim che, preso dal panico, la abbandona per mettersi in salvo, lasciando, contro ogni etica marinara, quel carico di pellegrini al loro destino. Un atto di viltà che lo segnerà per il resta della vita. Tutte le svolte che seguiranno per Jim saranno un tentativo, cosciente o meno, di riscattarsi da quella colpa, di cercare una redenzione. Fino all’inevitabile ultimo atto. Richard Brooks segue fedelmente il testo di Conrad restituendoci con pari potenza espressiva i momenti di mare e di guerra come il precipitare di Jim nel malessere psichico. E penetrando nel lato oscuro della colonizzazione ottocentesca e della forzata congiunzione tra Occidente e Oriente. Uno di quei film oggi impensabili per ambizioni produttive e spettacolari di un sistema cinema che già si avviava alla rivoluzione della New Hollywood e in grado di generare film autoriali come questo. Cast meraviglioso con, a affiancare Peter O’Toole, James Mason, Jeff Hawkins, Eli Wallach, Curd Jürgens e la stupendissima Daliah Lavi del Demonio di Brunello Rondi e La frusta e il corpo di Mario Bava. Restaurato nel 2012, versione poi presentata al Lincoln Film Center di New York e alla Cinémathèque di Parigi.

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