Locarno Festival 2019. Recensione: THE SCIENCE OF FICTIONS di Yosep Anggi Noen. Il film più divisivo del concorso (e non solo)

The Science of Fictions (Hiruk-Piruk Si Al-Kisah) di Yosep Anggi Noen. Con Gunawan Maryanto, Yudi Ahmad Tajudi, Ecky Lamoh, Alex Suhendra, Asmara Abigail, Marissa Anita, Lukman Sardi. Concorso internazionale.
Viene dall’Indonesia il film più controverso di Locarno 72. Un film-labirinto in cui lo spettatore resta intrappolato cercando, invano, una via d’uscita. Dove si mescolano teorie complottistiche (“non siamo mai stati sulla Luna, è solo un film”), le disavventure di un pover’uomo mutilato che si muove lento come un cosmonauta, pezzi di storia indonesiana da Sukarno a Suharto ai massacri dei comunisti. Spossante, nonostante la sfolgorante visualità. Eppure la giuria ha gradito e gli ha assegnato una menzione. Voto 5
Il più controverso del concorso, forse dell’intero festival. Un film venuto dall’Indonesia di un autore non così sconosciuto che si chiama Yosep Anggi Noen, di cui si era già visto a Locarno nel 2016 – però a Cineasti del presente, la sezione seconda – Solo, Solitude. Che – vado a rileggere adesso quanto scrissi allora – non mi convinse per niente. Impressione negativa confermatasi alla visione di questo per me pretenziosissimo e poco sopportabile The Science of Fictions. Al quale comunque non si può negare lo splendore visivo, una stupefacente accensione figurativa (debitrice ai due maestri di quell’area geocinematografica, il filippino Lav Diaz e il thailandese Apichatpong Weerasethakul), soprattutto l’audacia di rifiutare ogni modo consacrato del film militante per tentare l’impossibile di un racconto (racconto?) politico ibridato con il cinema fantastico-fantascientifico, e della pulsione e dell’istinto. Schegge impazzite venute dritte dall’inconscio (individuale? di una nazione?) che si concatenano o cercano di concatenarsi in una pratica discorsiva, in una narrazione dotata di senso. Senza purtroppo mai riuscirci. Componendo solo un film-delirio che non riesce a giustificare mai se stesso, figurarsi la pretesa di farsi storia di una nazione, dell’Indonesia dagli anni Sessanta a, se ho ben capito, oggi. In The Science of Fictions precipita dentro il secondo Novecento indonesiano, il tempo di Sukarno primo presidente dopo l’indipendenza (dal colonialismo olandese) e del suo regime populista-terzomondista-non allineato e sospetto di comunismo agli occhi dei suoi molti nemici vicini e lontani. E il golpe del generale Suharto del 1967, la deposizione del padre della patria Sukarno, la caccia ai comunisti o presunti tali con massacri seriali dei cui fantasmi e ricordi l’Indonesia non si è ancora liberata e con cui non ha mai fatti davvero i conti. Stragi che il cinema ci ha fatto conoscere a suo tempo con Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir e in anni più recenti con il terribile e magnifico – una svolta nel documentario politico, un film che segna un punto di non ritorno nell’investigazione della Storia – The Act of Killing di Joshua Oppenheimer. Questo, almeno, quanto possiamo intuire del labirintico, oscuro, impenetrabile The Science of Fictions, un film che continuamente ci sbalza tra la Storia (capital letters, please) e fantasmi della Storia, i suoi sogni e incubi: abusando senza pietà di noi inermi spettatori e della nostra insopprimibile ansia di capire e dare un senso a quanto passa sullo schermo, al nostro bisogno di connettere i frammenti in un insieme di una qualche (qualche) coerenza.
Vero, non si è più da un pezzo spettatori ingenui, si è abbastanza cresciuti da sapere che almeno dal tempo delle avanguardie storiche si possa costruire, o decostruire, un manufatti artistico – piuttura, musica, film, altro – negando e sabotando ogni superficiale coerenza e razionalità per stabilire un’altra misteriosa trama al livello del profondo psichico. Eppure la sensazione, di fronte a The Science of Fictions, è di un caos irrimediabile, di un’ambizione autoriale che scambia la confusione e la sconnessione per segno di altitudine artistica.
La storia, per quanto si possa definire tale. Siamo in Indonesia negli anni Sessanta, non si capisce se nel 1969 a golpe di Suharto già ampiamente avvenuto come sostiene qualcuno o se prima, nel 1962, come dicono certe note sul film faticosamente rintracciate su Internet (note del Festival dei 3 continenti di Nantes), ancora imperante Sukarno. Siman, un giovane uomo che gestisce una piccola fattoria con la madre, assiste per caso al segretissimo tournage di un film nel pieno della giungla. Un film in cui si simula la conquista della Luna da parte degli americani. Già sentita? Come no, è la fòla, la teoria complottistica secondo cui lo sbarco del luglio 1969 sarebbe un clamoroso fake cinematografico girato da Stanley Kubrick. Solo che, e sta qui il primo elemento disturbante di The Science of Fictions, sembra che il regista dia credito a quella storia pazza e ce la riproponga come atto d’accusa a un sistema politico locale marcio e colluso con i poteri forti Usa. Scoperto a spiare il set, il povero Siman verra punito con il taglio della lingua affinché non possa rivelare la montatura. Da quel momento si ritirerà in una specie di autismo, incomincerà a muoversi come quel finto cosmonauta visto nella foresta, con i movimenti lenti e goffi di una passeggiata sulla Luna, tra il moonwalking di Michael Jackson e le sospensioni zen di Walker di Tsai Ming-liang (è stato Giampiero Raganelli nella sua recensione su Quinlan a rintracciare questa parentela) indossando una specie di tuta spaziale messa insieme con objets trouvés. E si trasaforma in simbolo: ma di che cosa o di chi? dell’Uomo Indonesiamo conculcato dalla Storia e dal gioco dei potenti? Perché lo vediamo, senza mai invecchiare e sempre praticando il suo ipnotico moonwalking, attraversare più momenti di storia patria, tra flashback e flashforward, in un disordine temporale che sabota ulteriormente la già pericolante narratività del film. C’è la caccia al comunista degli anni Sessanta e ci sono fatti privati: il suicidio della madre di Siman, la partenza per la città, il lavoro con la sua pantomima del cosmonauta in una compagnia di teatro di strada. A confondere ancora di più il quadro ecco un militare molto somigliante al dittatore che gira con una cinepresa, ecco una telefonata di Nixon. Prostrati da tanto delirio si rinuncia a capire e si cerca di arrivare non troppo ammaccati alla fine.
Yosep Anggi Noen al festival dei 3 Continenti di Nantes ha dichiararato di aver voluto realizzare un film di science-fiction povera incrociandola con gli eventi del suo paese. E di voler usare il genere per dirci come la realtà, specie la realtà raccontata dal potere, sia falsa, sia finzione. Già, ma come la mettiamo con quel film sull’allunaggo girato nella giungla? Yosep Anggi Noe prende sul serio quella conspiracy theory o intende denunciarla? Purtroppo non è chiaro ed è grave, perché in certi casi delicati, e questo è il caso, ogni ambiguità è colpevole. Eppure The Science of Fictions ha trovato a Locarno i suoi estimatori (chissà cosa ne scriverà la stampa francese più cinefila e oltranzista, se lo tratterà da bufala o da capolavoro: sono curioso) e ne ha trovati pure in giuria, visto che gli è stata assegnata una menzione in sede di palmarès. E anche qui stento a capire.

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