Film stasera in tv: ROSSO ISTANBUL di Ferzan Ozpetek (sab. 24 agosto 2019, tv in chiaro)

Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek, Rai Movie, ore 22,45. Sabato 24 agosto 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.photo courtesy 01 Distribution

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Rosso Istanbul, un film di Frzan Ozpetek. Con Tuba Büyüküstün, Halit Ergenç, Cigdem Onat, Mehmet Gunsur, Nejat Isler, Serra Yilmaz.

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Ritorno di Ozpetek nella sua Istanbul, dove aveva girato il suo primo, a a tutt’oggi migliore, film, Il bagno turco. Ma Rosso Istanbul, pur con un’idea di partenza efficace, si impantana in un cinema che, più che della rarefazione elegante, è cinema dell’indecisione. Orhan (come Pamuk!), tornato dall’estero dopo vent’anni, si troverà impigliato in una rete di ambiguità e misteri. Con una sparizione che ricorda quella dell’Avventura di Antonioni. Peccato che poi il film soffra di certi manierismi arty e che, imboccando troppe piste, finisca col non andare da nessuna parte.

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Arty: charcaterized by a showy, pretentious, and often spurious display of artistic interest, manner, or mannerism” (Dictionary.com); “Arty: showily or pretentiously artistic” (Merriam-Webster).
Ecco, se arty si riferisce a cosa che fa smaccata esibizione di maniere e manierismi ‘alti’ e artistici, questo nuovo film di Ferzan Ozpetek temo lo sia. Tutto è progettato e apparecchiato affinché allo spettatore si trasmetta il senso di un’opera, e di un’operazione, che si libra nei cieli puri e intangibili della creatività. I lunghi silenzi; i primi piani pensosi; la recitazione volutamente svuotata e catatonica à la Antonioni della trilogia dell’alienazione; le panoramiche compiaciute su e dentro una città densa di storia e richiami e ‘atmosfere’ come Istanbul; gli ambienti di rarefatta intellettualità in cui si muovono i personaggi; i loro raffinati mestieri (regista, scrittore, editor, architetto, restauratrice d’arte bizantina, gallerista ecc.); gli interni disseminati di varie preziosità (ah, quanti quadri! anche enormi, come nella camera di Deniz); l’oscillazione pirandelliana (ancora!) tra finzione romanzesca e realtà. Verrebbe voglia di squarciare questo (presunto) nobile velo steso da Ferzan Ozpetek su ogni inquadratura del suo nuovo Rosso Istanbul per far venir fuoti la vita, la polvere, anche il brutto e il lercio che si acquattano là sotto, e invece niente, non ci si salva, non si riesce a fuggire da questa arcadia superficialmente elegante e di buone maniere che il regista ci ha allestito.
Eppure, c’era da sperare qualcosa dal ritorno del regista turco, e romano adottivo, nella sua città di origine dove aveva ambientato il suo primo e a tutt’oggi migliore film, Il bagno turco, di cui ripesca (grazie Roberto S. dell’informazione) il coprotagonista Mehmet Gunsur, il ragazzo che seduceva il giovane Alessandro Gassmann venuto da Roma nell’ex Bisanzio e che qui è il quarantenne Yussuf, affannoso e scarmigliato uomo dal fosco passato e dal dubbio presente che sarà la vittma sacrificale di una storia misteriosa di misteriose colpe e colpevoli. Ozpetek azzecca l’ìmpianto narrativo di base – un intellettuale émigré che, rimettendo piede nella sua Istanbul dopo molti anni, si ritrova impigliato in una rete di enigmi, intrappolato in una palude di ambigure relazioni amical-parentali – ma adotta modi e stile di una pretenziosità e voluta altitudine pseudoartistica da sprofondare qua e là, per contrappasso, negli abissi del kitsch, e da vanificare anche il bello vero che pure qua e là riesce a farci intravedere. E la sacrosanta scelta di attori turchi, da noi sconosciuti ma star in patria, qualce volta per via dell’apparizione in serie tv di strepitoso successo (e non solo in Turchia), se da una parte aggounge verità e verosimiglianza, dall’altra spinge il film verso certe sponde di melodramma mediterraneo in aperto contrasto con la tanto desiderata e cercata astrazione antoniana. Siamo difatti, in alcuni momenti, all’aperto ricalco di L’avventura (e su questo concordo con il mio amico Roberto S., aperto sostenitore del film), con una sparizione che scatena in chi resta dinamiche ora distruttive ora incubatrici di nuovi equilibri.
L’editor e un tempo scrittore assai promettente Orhan Sahin (lo interpreta l’occhiceruleo Halit Ergenç, una superstar in Turchia) torna a Istanbul, dopo una lunga assenza per cupe ragioni che il film ci spiegherà più in là, per aiutare l’amico Deniz, un regista di molto genio e sregolatezze, a finire il suo libro tra romanzo e semiautobiografia. Sarà ospitato da Deniz e famiglia (la madre, il fratello, cui si aggiunge la governante, quasi una serva padrona, che hitchcockianamente tutto sa e tutto controlla) nella loro meravigliosa yali color rosso – le tipiche ville tardo- e post-ottomane, spesso in legno – sul Bosforo, proprio sotto il ponte-icona che collega parte eruopea e asiatica della città. Stanno per abbandonarla, per traslocare, forse pressati da problemi finanziari, ed è in quest’atmosfera di decadenza e di fine di un’epoca di splendori e lussi che Orhan e Deniz lavorano sul libro. Ma Deniz è sfuggente, incosrante, preso e perso nel suo narcisismo, e nei suoi frenetici impegni mondani, lui che ha sempre fatto innamorare tutto e tutti, e tutte (la sua bisessualità è corposamente evocata, benché mai esplicitamente dichiarata: dopotutto siamo in Turchia, mica a Amsterdam o a San Francisco, e siamo in un film di Ozpetek, maestro da sempre del non detto e dell’allusione). Attraverso di lui Orhan – a sua volta turbato da molti fantasmi personali che con il suo ritorno stanno riaffiorando e reclamando la loro parte – conosce il giro intellettual-artistico stambuliota, una città di fredde e vitree architetture molto lontana dal suo cliché orientalista-esotico. Conosce Neval, amore di Deniz rovinato dal suo ego ipertrofico (è Tuba Büyüküstün, bellissima, un’attrice che potrebbe fare strada anche fuori dalla  Turchia), conosce Yussuf, che di Deniz è stato l’amore omosessual-giovanile e ora è un uomo devastato da dipendenze chimiche e non. Finchè una notte, dopo che Orhan si è addormentato ubriaco vicino a lui, Deniz sparisce. Un incidente? Un omicidio? O una volontaria sparizione alla Majorana, un’altra sfida di Deniz al suo mondo, alla sua famigia, agli amici-nemici? Il ilm prende, anche se tra molte indecisioni e oscilazione, una piega da psychothriller, suscitandoci domande cui si guarda bene dal dare una risposta. Non sto naturalmente a dire quello che sucederà o non succederà, se non che quella sparizione ridisegnerà la geografia dei sentimenti e dei tormenti, delle vicinanze e delle lontananze, degli affetti e dei disamori, in tutta la cerchia di Deniz, e in Orhan.
Ferzan Ozpetek azzecca più di una cosa. La ricostruzione dell’Istanbul altoborghese, colta, occidentalizzante, e forse destinata se non alla scomparsa alla marginalità e alla superfluità nella Turchia neoimperiale, sempre più nazionalista e islamizzata, di Erdogan, è molto interessante. Par di capire che dentro, in quegli ambienti, in quella città insieme orgogliosa delle radici e aperta al mondo là fuori, ci sia un qualcosa di autbiografico del regista, un pezzo anche delle radici sue. e difatti le sequenze domestiche nella yali color rosso (tra il melograno e il pompeiano) sono le migliori. Con i riti dell’ospitalità squisita e della tavola sapientemente rievocati.Un mondo di cui la madre-matriarca è il simbolo e il sostegno (meravigliosa l’attrice, Cigdem Onat). Peccato che questa bellezza venga sfregiata dal kitsch di certe cartolinesche inquadrature vista ponte sul Bosforo con tanto di sole tramontante e riverberante rosso sull’acqua e gabbiani in volo. Ferzan Ozpetek porta all’estremo – verso certi estremismi anni Sessanta non solo alla Antonioni ma anche alla Resnais-Robbe Grillet -, il suo cinema da sempre del mai esplicito, del sottinteso, della cautela, e l’omosessualità prudentissimamente allusa di Deniz ne è la prova lampante. Ma anziché trovare il cinema elegante della rarefazione che forse vorrebbe sbanda nell’oscuro, nella confusione, nell’inconsistenza. Francamente, non si capisce dove voglia andare a parare e cosa racconti davvero Rosso Istanbul. Che, se fino alla sparizione di Deniz mantiene una sua compattezza e coerenza, poi si perde in piste fumose e inutilmente complicate. Con quei rimandi così insistenti, e così arty, tra realtà e fictonalizzazione romanzata (quella del libro incompiuto di Deniz), e con l’inopinata scena finale che lascia pensare a una identificazione, a una sovapposizione psichica di due personalità fino a quel momento separate. Ma perché? Un’oscurità che è sintomo di un’indecisione a chiudere il film, a definirlo, e a definire i suoi personaggi. Si esce dal cinema con la sensazione di una bella idea sprecata, e di un film che, volendo essere elusivo e aperto a infinite possibilità, fiinisce invece col precludersele tutte.

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