Il film imperdibile stasera in tv: LE NEVI DEL KILIMANGIARO di Robert Guédiguian (lun. 26 agosto 2019, tv in chiaro)

Le nevi del Kilimangiaro, un film di Robert Guédiguian, 2011. Rai Movie, ore 0,27, lunedì 26 agosto 2019.
Le nevi del Kilimangiaro (Les neiges du Kilimandjaro), di Rober Guédiguian, con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Grégoire Leprince-Ringuet, Maryline Canto, Anaïs Demoustier, Adrien Jolivet. Il francese Guédiguian è tra i pochi cineasti capaci di raccontare la classe operaia com’era e com’è diventata. Lo fa anche in questo bellissimo film su un vecchio sindacalista rapinato da un ex collega. Tutto in una Marsiglia dove l’antica solidarietà di classe e tra diverse etnie si sgretola e lascia il posto a qualcosa che assomiglia al vuoto. Un film che tratta di lavoro, di lavoratori, di disocccupazione con intensità e partecipazione, ma senza smancerie populiste. Un grande risultato.  Voto 7 e mezzo
Recensione scritta all’uscita del film, anno 2011.
Detesto il cinema populista, amo il cinema popolare. Popolare nel senso che sa raccontare senza affettazione e smancerie ma con cognizione di causa il popolo, o se volete il proletariato, gli ultimi, gli umili, gli umiliati e offesi, e nel senso che si rivolge al popolo. Il francese Le nevi del Kilimangiaro rientra a pieno diritto nella categoria, anche se non mi pare abbia suscitato, purtroppo, entusiasmi al botteghino, ché il popolo oggi preferisce i vampiri romantici, l’action più roboante e, in casa nostra, la nuova commedia e commediaccia all’italiana. Però niente recriminazioni e ah signora mia, e comunque massimo rispetto per il suo regista, il marsigliese Robert Guédiguian, che da vent’anni ci mostra scene di vita proletaria, preferibilmente nella sua città mediterranea da sempre incrocio di uomini venuti da lontano e abituati alla fatica. Marius e Jeannette (spero che qualcuno l’abbia visto e se lo ricordi) era una romantic comedy realista tra i vicoli operai di Marsiglia che lo lanciò in patria, però il suo risultato migliore resta a mio parere La ville est tranquille, 2001, affresco a più storie sul degrado e l’impoverimento anche morale di quella che un tempo era l’orgogliosa classe operaia, poi ridotta a lumpenproletariat da crisi e ristrutturazioni e arrembanti turbocapitalismi. Non mi piacciono i film militanti, però Guédiguian è altra cosa, per nostra fortuna, lui fa del cinema che è sì operaista, socialista, anche vetero-comunista, ma lo fa con l’esattezza, la precisione di racconto, la credibilità di chi quel mondo lo conosce da sempre e dal di dentro, e senza agitare le bandiere. Nessuno come lui in questi ultimi vent’anni ha saputo consegnare al cinema le trasformazioni – sociali, antropologiche – che hanno travolto e anche devastato il proletariato d’Occidente, da soggetto politico diventato soggetto tutt’al più dei consumi di massa e terminale (attivo e passivo) della società dello spettacolo. Detto senza moralismo, beninteso. Guédiguian non è mai osservatore distante ma sempre partecipe, non nasconde la simpatia per i suoi personaggi, sta con loro e cerca di portare anche noi dalla loro parte, però sa mantenere la lucidità, non si lascia sopraffare dal troppo affetto, e ha quel tocco speciale nel trattare gli umili, quel rispetto, che dietro alla macchina da presa hanno avuto in pochi, pochissimi, e mi vengono in mente soprattutto Vittorio De Sica e Ermanno Olmi. I suoi protagonisti non sono pupazzi, maschere, al servizio di una messinscena predicatoria, non sono funzioni narrative astratte di un racconto a tesi, non vengono usati e manipolati come pedine di un equivoco gioco di propaganda, sono uomini, donne, ragazzi che sanno di verità e che si portano dietro il sapore, e anche l’odore sgradevole certe volte, della vita. Neorealismo senza però populismo, e capace anche di svoltare in commedia e in leggerezza, quando necessario. Le nevi del Kilimangiaro è un Guédiguian allo stato puro, di nuovo tornato nella sua Marsiglia, di nuovo a raccontare di operai ed ex operai e post operai, di nuovo al lavoro con la sua musa, la moglie-attrice Ariane Ascaride, anche qui main charachter femminile. Una delle poche attrici per cui oggi si possa davvero tentare un paragone con Anna Magnani, in grado di incarnare degnamente e contemporaneizzare la figura della mater (anche dolorosa, certo) mediterranea. C’è lei, c’è l’israeliana Ronit Elkhabetz, ma please non parlateci di Penelope Cruz o Paz Vega o Donatella Finocchiaro. Peccato per il titolo, bello ma che a mio parere non aiuta al box office e fa pensare a chissà quali avventure hemingwayane di caccia al leone. Invece il riferimento, e solo chi ha un’età lo può cogliere, è a una vecchia canzone da hit parade anni Sessanta, Kilimandjaro, del francese Pascal Danel, che nel film ha una sua basilare funzione narrativa (per chi se la volesse ascoltare, ecco il video su youtube). Il film incomincia con una sequenza folgorante, che dice sui lavoratori e sulla crisi attuale più di mille inchieste e talk show. In un cantiere navale di Marsiglia si licenzia. Il sindacato, la mitologica Cgt di tante battaglie vinte e perdute, di cui Michel fa parte da tempo immemorabile, decide che, per motivi di equità, ci si affiderà alla sorte per stabilire chi deve restare e chi deve lasciare il cantiere. Si fa l’elenco a voce alta dei presenti, e i nomi sono un concentrato di diverse provenienze, italiani, francesi, portoghesi, algerini, marocchini, rumeni, albanesi, ebrei sefarditi e altri ancora. Le rughe o meno sulla faccia ti fanno capire chi da tempo sia radicato in Marsiglia e chi invece ci sia arrivato da poco in una delle tante diaspore degli ultimi decenni (Nordafrica, Est Europa soprattutto). Mirabile esempio di cinema sociale, e di occhio cinematografico al servizio della realtà, questa scena, e quando si leggono i nomi di chi dovrà lasciare il lavoro, e si vedono le loro facce, impassibili o incazzate, vengono i brividi, davvero. Tocca anche a Michel, ormai ultraciquantenne, che se ne va così in una cassa integrazione che è di fatto una pensione anticipata, e avrà il tempo (però non senza malinconia) di stare più vicino alla moglie Marie-Claire (Ariane Ascaride), che il suo lavoro in fabbrica l’aveva già perso molti anni prima in una crisi precedente e che adesso si occupa di servizi alla persona, come si dice nei report statistici, cioè fa la serva e la badante e un po’ l’infermiera. Hanno un figlio e una figlia, entrambi sposati, e il confronto tra Michel e Marie-Claire, che ancora conservano la memoria di cos’erano la classe operaia e la solidarietà e l’impegno sociale e la lotta, e i loro ragazzi, immersi nella cultura tecnologico-consumista di oggi e molto in carriera, è un’altra delle cose più acute e azzeccate di Le nevi del Kilimandjaro. Festa al cantiere per Michel, colleghi e ex colleghi raccolgono i soldi per il gran regalo di uscita, e intanto si suona Kilimandjaro di Pascal Danel, ed è tutto un coro (non c’è come una vecchia canzone degli anni sessanta a scaldare la gente), anche Michel, anche Marie-Claire cantano. Si capirà subito il perché di quel vecchio hit generazionale di Danel. Per la coppia c’è anche un biglietto, gentile cadeau dei figli per il loro anniversario di matrimonio, per un viaggio alle falde del Kilimangiaro che Michel, ma soprattutto Marie-Claire, fantasticano da una vita. Però una sera in cui i nostri hanno invitato a cena una coppia di amici-parenti irrompone due uomini mascherati, legano, minacciano con la pistola, brutalizzano i quattro, l’altra donna si fa la pipì addosso dalla paura (e ne resterà segnata per molto tempo), e rubano i soldi del regalo. Niente sarà più come prima. Michel viene a sapere chi è stato: qualcuno che sapeva dei soldi perché era là al cantiere durante la festa. La rapina l’ha organizzata e realizzata un suo ex collega, un ragazzo che è tra i licenziati. Crolla un mondo, un sistema di valori. Dov’è finita l’antica solidarietà di classe? Com’è possibile che un operaio rapini un altro operaio? Guédiguian ci fa capire come sia cambiato tutto e come la generazione dei vecchi abbia potuto costruirsi un piccolo benessere che i più giovani e meno protetti chissà se ce la faranno a raggiungere, e come tra le due generazioni ci sia un abisso, ci siano incomprensione, ostilità, invidia, perfino odio. La disillusione di Michel di fronte alla rivelazione di chi l’ha rapinato ci tocca nel profondo, è il vertice del film, e forse del cinema tutto del suo regista. Quello che viene dopo è sempre ad alto livello e a basso tasso di retorica, però slitta impercettibilmente nel patetico, o se vogliamo nel vecchio socialismo sentimentale alla Gorkij, alla De Amicis, alla Victor Hugo (a un suo racconto peraltro si ispira il film). Quel che segue è l’elaborazione dello shock da parte di Michel, elaborazione di quel lutto da perdita delle illusioni. Michel viene a sapere che il rapinatore ha due fratellini a carico, che la madre, che li ha avuti giovanissima, non si è mai occupata di lui, e di loro. Quando il colpevole finisce in galera e i due ragazzini rischiano di andare in istituto, Michel e Marie-Claire prenderanno una decisione difficile, ma per loro necessaria. Non vi dico niente, ma avrete già capito, vi dico anche che c’è da piangere, e grazie a Dio è commozione sacrosanta. Una parte finale che non ha l’asciuttezza e la compattezza della prima, ma che non compromette la resa di Le nevi del Kilimangiaro, che rimane uno dei film di questi tempi che vale davvero la pena vedere. Che Robert Guédiguian non sia un predicatore o un autore piattamente militante lo dimostra anche un paio di scene in cui dà prova del suo talento di sceneggiatore e gran dialoghista in grado di usare anche altri registri, come la commedia e il melodramma. La prima è il corteggiamento di un giovane barista a un’attonita e divertita Marie-Claire a base di citazioni di cocktail e vari long drink, un momento degno della screwball comedy anni trenta. La seconda è l’incontro tra Michel e la madre di Christophe, il rapinatore arrestato. Michel le chiede di occuparsi di lui, e dei due bambini, mentre lei sta per salpare per una crociera in compagnia del ricco signore che in quel momento è il suo amante. Lei (una grandisssima Karole Rocher, che ritroveremo anche in Polisse premiato a Cannes) gli urla addosso parole che non si dimenticano, in una scena che turba e disturba. Urla che lei ha una vita, un lavoro da fare, che non può dire di avere un figlio di 22 anni perché il suo lavoro, che è quello di farsi mantenere da gente ricca, non prevede che lei sia una mamma. Lei deve nascondere la sua età, non la può dichiarare, non può dichiarare di avere un figlio di quell’età, e di averlo avuto a 16 anni: “Nessuno si porta a letto una mamma, nessuno, lo capisci?”. Poi dicono che Guédiguian sia un ingenuo rimasto all’era dell’operaismo. Dimenticavo: Michel è quell’incantevole attore che si chiama Jean-Pierre Darroussin, un fedelissimo di Guédiguian e che in Miracolo a Le Havre di Kaurismaki è il commissario buono sempre vestito di nero.
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