Venezia 2019 il giorno prima: Estasi e caldo soffocante

Estasi, un film del 1932 di Gustav Machaty: preapertura di festival

Caldo soffocante, malsano a Venezia. Appena scesi dal freccia da Milano, un’ondata di umido torrido stringe alla gola. Tropicalizzazione? Global warming inarrestabile? Colpa di Trump che ha disdetto l’accordo di Parigi? Piuttosto, vengono in mente le pagine di Morte a Venezia in cui Thomas Mann descrive una città stremata da una temperatura subsahariana, boccheggiante in un’aria infida portatrice di bacilli (difatti arriverà il colera). C’est Venise, come cantava Cutugno. Non bastasse, fila di quasi un’ora sotto il sole a Santa Lucia per il vaporetto 5.1, quello dei lidensi festivalieri. E poi, al Lido, per il ritiro del badge al casinò altra coda interminabile come non s’era mai vista da queste parti. Dal che si deduce che, nonostante il clima pesante, sono tanti, tanti di più quest’anno al festival, giunto alla sua edzione numero 76 (ormai gli ottanta sono vicini). Si sta, come ogni giorno prima di ogni festival, in un mondo sospeso, inconcluso, lavori in corso dappertutto, sala stampa semivuota ma meno vuota delle precedenti vigilie, qualcuno già lavora duro e scrive articolesse, in altri prevale ancora il cazzeggio, dove si cena stasera? (come se qui ci fosse una gran scelta), ma no quale cena che c’è il prefestival.
Il prefestival, ormai una tradizione non solo di Venezia, anche di Locarno – invece a Cannes niente -, anche se la tradizione non saprei dire quando sia cominciata. Fatto è che anche stavolta si pre-apre con un film restaurato, benché non muto come invece l’anno scorso con il meraviglioso Golem e l’anno prima con il Rosita del Lubitsch tedesco. Stasera si proietta il cecoslovacco Estasi, anzi Extase, sempre citato (e mai visto) per via del seno nudo esibito da Hedy Lamarr allora Kiesler, e correva l’anno 1932. Sarà leggenda? Lo verificheremo alle 21, quando il film sarà dato, perlopiù per un pubblico veneziano, in Sala Darsena con introduzione del presidente della Biennale Paolo Baratta e del direttore artistico della Mostra Alberto Barbera (il cui mandato, ricordiamolo, scade l’anno prossimo). Film girato nel 1932, presentato alla mostra di Venezia nel 1934 con le polemiche che si immaginano. Polemiche che non impedirono alla giuria di premiare Gustav Machaty come miglior regista. Pare che perfino Papa Pio XI o almeno la cattolica opinione siano poi scesi in campo tacciando Estasi di scostumatezza. Naturalmente qui lo si vedrà digital-restaurato, nella versione in ceco uscita nel 1933 (se ne girarono anche in tedesco e francese) e portata a Venezia l’anno dopo. Restauro realizzato nei laboratori bolognesi di L’immagine ritrovata, un’eccellenza mondiale. Resta da verificare alla visione se Estasi sia da storia del cinema o se solo del costume (o della scostumatezza).
Domani ci somincia davvero. Per la stampa alle 9 – di mattina- screening di La Vérité, film di apertura di Venezia 76 realizzato dal Kore-eda Hirozaku del meraviglioso Un affare di famiglia in Francia, in lingua francese, con attori francesi (Catherine Deneuev, Isabelle Binoche), più l’americano Ethan Hawke. L’attesa è forte per questo primo film extra Giappone di Kore-eda e stiamo a vedere se riuscirà a conservare, da espatriato, la sua anima di cineasta. E però tutti zitti (mi riferisco ai giornalisti e critici vari), cui è proibito scrivere del film fino alla cerimonia ufficiale di apertura (ore 19,00: officia Alessandra Mastronardi) con proiezione in gran pompa di La Vérité. Si prevedono sul red carpet Deneuve, Binoche, Hawke e il regista.

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