Venezia Festival 2019. Recensione: THE PERFECT CANDIDATE (Il candidato perfetto), un film di Haifa Al Mansour. Sarà un successo planetario

The Perfect Candidate (Il candidato perfetto, anzi: La candidata perfetta), un film di Haifa Al Mansor. Con Mila Alzaharani, Dhay, KHalid Abduirhim, Shaafi Al Harthy. Concorso Venezia 76.
Storia esemplarissimo e tutta femminile di una regista saudita ove si racconta di una giovane donna medico decisa a presentarsi alle elezioni locali. In Arabia Saudita, mica nel Massachusetts. Potete immaginare gli ostacoli da parte di quel mondo ultrapatriarcale. Film dimostrativo, come no. Ma quando la regista si dimentica del messaggio e descrive figure, ambienti e cose quotidiane, allora The Perfect Candidate si fa visione (abbastanza) interessante. Sarà un successo planetario. Voto 5+
(Tra un film e l’altro e qualche scorcio di conf. stampa non ho avuto il tempo di dire la mia sull’affaire Lucrecia Martel. Dico solo: ma come le sarà venuto in mente di dire sciocchezze come ‘non andrò al party del film di Polanski per non stringergli la mano’ e ‘non separo l’opera dall’autore’? Ma sant’Iddio non poteva cavarsela di fronte all’inevitabile e prevedibilissima domanda metooista con qualche diplomatica banalità che un tempo si sarebbe detta cerchiobottista? E io che ho sempre stimato la Martel come una delle vere grandi registe dei giorni nostri mai avrei pensato potesse incappare in un simile infortunio. Inutile comunque invocarne le dimissioni o la destituzione da presidente della giuria da parte della Mostra, se succedesse nessuno salverebbe più questo festival dal linciaggio dei media soprattutto anglofoni. Sicché si andrà avanti sperando che il vulnus si cicatrizzi in fretta e tutto sia dimenticato. Intanto, prima proiezione stampa del film di Roman Polanski – che, ricordiamolo, ricostruisce l’affare Dreyfus, foschissimo caso di antisemtisimo istituzionale nella Francia di fine Ottocento: e lo si vorrebbe censurare? ma stiamo pazziando? – domani mattina alle 8.30. Niente però se ne potrà scrivere fino alla proiezione ufficiale la sera al palazzo del cinema).

Arrivati finora a quattro film del concorso proiettati alla stampa, questo della saudita Haifa Al Mansour risulta il più applaudito, e immagino sia successo altrettanto anzi di più allo screening ufficiale con il pubblico. Uno di quei film astutissimi e irresistibili benché pevedibili, anzi irresistibili in quanto prevedibili, destinati a gran successo mondiale, con magari candidatura all’Oscar nella categoria film stranieri. Figuriamoci: l’opera perfetta oggi per un festival, di una donna cineasta, sul tema dell’oppressione e esclusione e segregazione femminile in un paese di islamismo wahabita dunque rigorista come l’Arabia Saudita. Di sicuro non avrà modo di lamentarsi la presidentessa di giuria Martel.
Haifa Al Mansour, saudita con studi al Cairo e poi specializzazione in cinema a Sydney, esordì nel cinema di finzione proprio qui qualche anno fa fuori concorso con La bicicletta verde, e fu trionfo con la sua storia di femminismo adolescente su una ragazzina che si ostinava a voler andare in bicicletta nonostante i ferrei divieti. Un successo che l’ha portata a girare poi un medio-mediocre Mary Shelley in inglese con se ricordo bene Elle Fanning. Adesso torna con The Perfect Candidate in patria a raccontare di un’altra donna conculcata ma per niente ligia alle regole della tradizione, anzi assai decisa a infrangerle. Credo che il film sia stato reso possibile anche dalle riforme, timide ma assai mediatizzate, introdotte in questi ultimi anni nel regno saudita dal principe ereditario Mohamed Bin Salman: apertura di sale cinematografiche fino a quel momento proibite, fine del divieto – era ora – alle donne di guidare (e difatti vediamo la Maryam di The Perfect Candidate fieramente al volante). Vero, nel frattempo l’immagine di riformatore di Bin Salman è colata a picco dopo l’uccisione del dissidente Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul, ma qualcosa di quel minuscolo change deve essere rimasto se Haifa Al Mansour ha potuto girare apertamente questo film (per La bicicletta verde aveva dovuto filmare nascosta in un van); soprattutto se la protagonista Maryam, di mestiere medico nel pronto soccorso di una piccola città lontana dalla capitale Ryad, può candidarsi alle elezioni per il consiglio comunale per un ruolo simile a quello di sindaco. A spingerla è la necessità che ci sia finalmente una strada asfaltata per la clinica in cui lavora, opera pubblica da tutti promessa e mai mantenura. Sicché li scende in campo, anche se le chance di farcela sono quasi nulle, perché un conto è la legge che consenta alle donne di presentarsi alle elezioni, un altro è vincere l’ostilità cultural-ambientale. Il film è Maryam contro tutti, testarda e tosta. Una parabola esemplare con un eroe positivo (un’eroina), puro Frank Capra in Saudi Arabia. Mister Smith stavolta è una donna e non va a Washington a ripulire la politica ma simbolicamente a Ryad, sconvolgendo costumi arcaici e regole ferree benché non scritte. Meglio non dire come va a finire.
Il candidato perfetto è il solito film engagé-didascalico-dimostrativo-neofemminista-emancipazionista con messaggio incorporato, non proprio il cinema che amo, ecco. Poi si sa, di fronte alla buone azioni e alle buone intenzioni si finsce con l’abbozzare e dire di sì e magari (timidamente) applaudire, che se no si passa da anime insensibili ai disagi del mondo. Cerchiamo comunque di essere equanimi di fronte a questo film senza lasciarci troppo influenzare dal suo evidente political-correttismo. E allora bisogna riconoscere che Haifa Al Mansour ci sa fare come storyteller e metteuse en scène (si potrà dire metteuse?), che sa sbalzare piuttosto bene figure maggiori e laterali della sua storia secondo la sempre funzionante ricetta del neorealismo popolare. Se alcuni passaggi sono al limite dell’inguardabile e dell’improbabile (come si fa a montare una campagna elettorale ispirandosi a certi video su Youtube di repubblicani americani?), le finestre che ci vengono spalancate su microrealtà e quotidianità di un mondo che, al di là dei cliché resta per noi abbastanza impenetrato, sono parecchio interessanti. È bella la figura del padre di queste tre figlie – la Maryam medico e candidato è la maggiore e lo spirito più combattivo – da non molto vedovo, di mestiere musicista-esecutore di musica popolare che ha sempre campato suonando ai matrimoni e adesso finalmente può esibirsi con il suo gruppo in pubblico, sempre per via delle riforme principesche (la musica dagli islamisti più radicali è considerata immonda e corruttrice, quindi si può immaginare quanto il buon padre di famiglia di The Perfect Candidate abbia sofferto nella sua vita, anche per i pettegolezzi che hanno sempre dipinto la moglie cantante quale pubblica peccatrice). Ed è bella la figura del nipote dell’anziano ferito (che non vuole farsi curare da Maryam perché donna, anzi non vuole nemmeno farsi toccare da lei), che diventerà un suo supporter quando scenderà in campo. Perché, e qui il film esce dallo schematismo e dalle opposizioni binarie facili facili, ci possono essere anche in un universo così rigidamente patriarcale maschi che sanno essere perbene e empatici e coraggiosi nel loro stare a fianco delle donne. E si guardano volentieri tutte le sequenze chiamiamole monosessuali, le donne che alle feste di matrimonio stanno separate, pronte però a rimettersi il velo quando arriva lo sposo. O i concerti (di una musica peraltro meravigliosa) dove uomini soli battono le mani e dall’altra parte della sala donne sole a fare altrettanto. Poi tutto si ricompone nel segno del didascalismo più piatto. ma qualcosa di questo film resiste alla necessità militante e riesce a farsi ritratto per quanto minimo di un mondo.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.