Venezia Festival 2019. Recensioni di 9 film visti finora (e valutazioni): Ad Astra, Marriage Story, Il sindaco del Rione Sanità…

Ad Astra

Marriage Story

Non riuscendo a recensire come vorrei tutti i film che vedo in questo festival, almeno ne traccio qui la lista – non un classifica, attenzione – con qualche riga di commento e una valutazione. Sperando di poter scrivere recensioni più articolate.

Estasi di Gustav Machaty (Venezia Classici – Restauri). Voto 7
Sempre citato, questo film cecoslovacco del 1932/33, come paradigma dello scandalo cinematografico per via del seno nudo di Hedy Lamarr (allora Hedy Kiesler), ma chi l’ha mai visto? Pochi, nessuno. Eccolo finalmente a Venezia, presentato in sede di prefestival, nella versione pazientemente restaurata. Il seno nudo non era una leggenda, una mitologia nata dal nulla, lo si vede davvero e molto chiaramente un paio di volte, e se è per questo si vede pure un nudo integrale benché da lontano. Alberto Barbera nell’introdurlo ne ha parlato come di un coraggioso esempio di cinema dalla parte delle donne e sul desiderio femminile quando il tema era ancora soggetto a rimozione. Certo, la protagonista – malmaritata a un uomo odioso, vecchio e probabilmente impotente – cerca il riscatto della carne e la dignità attaverso un giovane e machissimo ingegnere. Sarà come ovvio melodramma. Siamo dalle parti di Lawrence e della sua Lady Chatterley, ma il regista Gustav Machaty usa e abusa di simbolismi, di un montaggio nevrotico, di dettagli a suggerire l’eros prima concultato e poi liberato (cavalli che si rincorrono vogliosi, stille d’acqua a colare lubriche su fiori dischiusissimi ecc.). Con una parte finale in cui il mélo vira inopinatamente in una celebrazione del lavoro muscolar-maschile da realismo socialista-sovietico, ed è tutto un martellare e scavare e picchiare di possenti bicipiti ripresi senza remore dalla cinepresa. Si pensa alle statue del Foro italico, con tutto quel bagaglio di criptogaysmi. Un film da storia del cinema, sulla sua effettiva grandezza però non giurerei.

La vérité di Kore-eda Hirzaku (Concorso Venezia 76). Voto tra il 7 e l’8
Vedi recensione.

Pelikanblut (Pelican Blood) di Katrin Grebbe (Orizzonti). Voto 4
Il peggio a oggi. Terribile film tedesco su una madre single (la diva Nina Hoss, qui in un ruolo impossibile) decisa ad adottare una seconda bambina da affiancare alla giudiziosa e brava Nicolina. Le arriva in casa quella che si rivelerà un mostro, una bambina violenta, sadica, pericolosa per sé e soprattutto gli altri, precipitando la benintenzionata signora (proprietario di un maneggio) in dilemmi tormentosi: la restituisco? la chiudo in una struttura psichiatrica? tento di redimerla perché tutti i bambini sono buoni e se son cattivi è colpa degli adulti che sbagliano o del sistema sbagliato? Ahinoi, prevale la sindrome io ti salverò, per via di quella che le psicologhe chiamano maternità-femminilità oblativa. Mai, invece, il sospetto che il male esista e sia inestirpabile. Fino a un certo punto è il classico film pieno di psicologi, assistenti sociuali, esperti del tribunale dei minori (come in un altro film tedesco, sempre su una bambina violenta, visto lo scorso febbraio alla Berlinale, System Crasher), poi svolta incongruamente sullo sciamanico-esorcistico. Imbarazzante. Con echi del Babadook di Jennifer Kent. Purtroppo neanche così scatenato da poter diventare guilty pleasure, Pelikanblut è solo bruttto. Eppure l’idea di un film su una donna che inpazzisce nella sua dedizione estrema non era male, e bisogna riconoscere alla scena finale un’ambiguità che turba davvero e spiazza. Ma non basta.

The Perfect Candidate di Haifa Al Mansour (Concorso Venezia 76). Voto 5 e mezzo
Vedi recensione.

Irréversible – Inversion integrale di Gaspar Noé (Fuori concoso – Proiezioni speciali)
Passato alla storia, anche quella degli scandali, per la iper realistica, lunghissima sequenza dello stupro della Bellucci in un losco tunnel del metrò parigino. Diventato il fim manifesto del cinema pulsionale, dionisiaco e consapevolmente sfrenato e fuori controllo del francese-argentino Gaspar Noé. Che lo montò a suo tempo secondo una cronologia invertita, partendo dalla fine, finendo all’inizio. Film à rebours. Stavolta Noé restaura e rimonta secondo la cronologia dei fatti, che è anche l’ordine in cui girò – era il 2001 – Irreversible. Cosa aggiunge questa operazione e cosa toglie? È lo stesso film e insieme un altro. Non è più un enigma di cui ricostruire gli antefatti e il nucleo oscuro, ma un procedere implacabile, fatale, verso l’abisso. E la parte della vendetta dei due uomini è ancora più allarmante. Comunque lo si guardi, un capolavoro. Piani sequenza lunghi e arditi, dissolvenze nel nulla.

Ad Astra di James Gray (Concorso Venezia 76). Voto 8
Divisivo. Molto odiato, soprattuto dagli italiani, e molto amato. Io l’ho amato. Il grande film dei primi tre giorni di festival (contando il prefestival di martedì 27). Sci-fi meditativo e esistenziale in cui il James Gray di Little Odessa e Civiltà perduta si confronta con un progetto ad alto budget, forzando il genere stellare fino a squassarlo e piegarlo a sé. Viaggio ai confini del sistema solare, verso Nettuno, che è insieme viaggio all’interno di corpo e anima e psiche del suo protagonista Roy. Pensando a Solaris di Tarkovsky, Interstellar di Nolan, High Life di Claire Denis. Siamo nel solito futuro vicino in odore di distopia. Roy McBride, di mestiere cosmonauta, viene arruolato in una missione incaricata di indagare su improvvise eruzioni di energia che rischiano di distruggere la terra e le sue colonie spaziali, a partire dalla Luna. Pare che tutto derivi da Nettuno, da quel che resta di una nave spaziale guidata dal padre di Roy e data per distrutta. Pare non sia così, pare che il padre di Roy sia ancora vivo e sia sia autoproclamato padrone assoluto di Nettuno. Come il Kurz di Conrad e di Coppola. Stracolmo di citazioni, Ad Astra è al suo primo livello il viaggio edipico di un figlio in cerca del padre. Ma è anche, soprattutto, la sfida lanciata da James Gray al genere sci-fi, al cinema colossale. Che nelle sua mani diventa il dispositivo per un altro cinema: ipnotico, riflessivo, di liturgica solennità, come obbediente a un ritmo interno, altro e e profondo. Quella caduta dalla torre di addestramento seguita dalla cinepresa nel suo vorticare, quel corpo a corpo nello spazio, in assenza di gravità, mortale pur nella sua lentezza letargica. Il cosmo come estensione della terra e delle sue crisi e fratture (l’agguato sulla Luna, come in un Afghanistan spaziale). Infiniti primi piani di Brad Pitt (formidabile), finché il suo sguardo diventa il nostro, lo assorbe. Ipnosi riuscita, il mago Gray ha vinto. Film che crescerà ulteriormente col tempo.

Marriage Story di Noah Baumbach (Concorso Venezia 76). Voto 7+
Bello. Bello davvero. Piaciuto a tutti, applaudito da tutti. Noah Baumbach scrive e dirige questo film esemplare – già di riferimento – su una coppia che dall’amore passa al divorzio (quasi) sanguinoso. Scene da un matrimonio, certo (anche se Baumbach in conf. stampa ha detto di aver guardato soprattutto al Bergman di Persona per l’uso dei primi piani), ma anche Kramer contro Kramer e un qualcosa, solo un qualcosa, di La guerra dei Roses. Poi Mariti e mogli di Woody Allen, precisissimamente citato in una battuta. Lui regista teatrale avanguardistico in New York, lei sua moglie e sua attrice. Nata come starlet in Los Angeles, diventata performer impegnata a Manhattan per via del consorte. Hanno un figlio sveglio. Poi incominciano lo scoontento e i mugugni da parte di lei (che non si sente apprezzata dal marito ecc. ecc.). Ma separarsi sarà molto più duro del previsto. Dialoghi esattissimi e lavorati al bulino, attori magnifici: Scarlett Johansson (dimessa, no trucco) mai così convincente per naturalezza e assenza di ogni birignao divistico, lui Adam Driver, ovverosia il migliore della sua generazione (che qui mostra anche di saper cantare meravigliosamente: applausi a scena aperta difatti). Film pià di osservazione sociologica, antropologica, fenomenologica, che di scavi psicologistici. Come si fa da innamorati a diventare dei mostri? Baumbach ci racconta dettagliatamente tutto l’apparato che sta dietro e accanto a un divorzio, gli avvocati astuti e avidi, le assistenti sociali che devono controllare chi sia il genitore pià affidabile per la custodia del figlio, il peso della legge, la ferocia burocratica dei tribunali incapaci di tener conto di sfumature e zone grigie. Non solo la fine di una coppia vista dal di dentro, ma il referto di come il matrimonio, perlopiù ritenuto romantica faccenda d’amore assai privata e personale, sia in realtà un costrutto sociale e pubblico, iper-regolato e controllato da quello che sommariamente chiamiamo Stato. Dimensione di solito occultata e che si rivela pienamente quando marito e moglie entrano in zona divorzio. L’aspetto struggente di Marriage Story è vedere come due persone civili, che vorrebbero lasciarsi senza farsi troppo male, son costrette a trasformarsi in belve. Strepitosa Laura Dern quale avvocato di lei. Gran film? Avrei qualche riserva. L’impressione è che Noah Baumbach non abbia il coraggio della radicalità, della crudeltà di osservazione davvero rivelatrice. Il finale consolatorio, la grande scena dello scontro tra i due che si risolve però in tregua. Manca sempre qualcosa a Baumbach per essere davvero grande. O forse è Netflix, che del film è il produttore, a imporre anche qui la sua irrimediabile medietà, ad anestetizzare questo come altro suoi prodotti per adattarli meglio al mercato globale.Ltfp

Bombay Rose di Gitanjali Rao (Settimana della critica). Voto 7 e mezzo
Il film d’animzione indiano che ha aperto fuori concorso la Settimana della critica. Storia neo-neorealista di due derelitti che si innamorano in una Bombay povero-popolare solcata da loschi figuri. Lei intreccia corone e collane di fiori per mantenere la sorellina e il nonno semiparalizzato, lui, scappato dal Kashmir dopo la morte dei genitori uccisi da una rappresaglia, si arrangia e sopravvivere. Lei sogna di essere sua moglie, e si immagina il loro amore come un film di Bollywood di dame e cavalieri e splendori Mogul. Intorno, storie intrecciate di miserie e nobiltà. Usare la macchina del cinema d’animazione per miscelare liberamente il reale più tosto con il sogno, il fantastico, il delirante. Per stare dentro la realtà e scapparne via. Bambini sfruttati da ignobili padroni, quotidiani scontri di civiltà, anche in amore (il lui di questo film è musulmano, lei è invece hindu). C’è dentro tnto, anche  troppo, in Bombay Rose. Narrazione qua e là poco trasparente, troppe e faticose le intersezioni di trame e sottotrame. Ma quanta energia. Con cromatismi abbaglianti, sontuosità visive che accendono e rendono smagliante anche lo squallore. Fiori fiori fiori. Il coraggio di essere selvaggi e ingenui, un coraggio che il nostro cinema non ha più.

Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone (Concorso Venezia 76). Voto 5
Mario Martone porta al cinema la sua messinscena teatrale di uno dei maggori testi di Eduardo, e non si tratta si semplici riprese dello spettacolo, questo è un film a pieno titolo. Dove come a teatro si contemporaneizza uno dei testi maggiori di Eduardo portandolo all’oggi, nella Napoli caomrristici anzi gomorristica, secondo gli stilemi e i modi e i manierismi di tanti film e tanta seralità. Con al centro una famiglia criminale che sulle prime riorda quello degli Atridi partenopei di Luna Rossa di Capuano. Ma l’operazione fatica parecchio. Quella delle varia camorre-gomorre è un’antropologia, una visione del mondo, che non ce la fa a essere compatibile con quelle eduardiane, e lo stridore, il cozzare è evidente. Il protagonista Antonio è un capoclan, padrone del suo territorio, il Rione Sanità, ma poco assomiglia agli attuali boss, piuttosto è un padre-padrino-padrone che vigila sulla sua zona e la presserva dai conflitti distruttivi. La mitizzata camorra (o mafia) buona di una volta? Di sicuro il personaggio di Antonio è positivo, uno stabilizzatore, un coonciliatore, un signore della ace e non della guerra, con un suo codice morale, cui ricorre per regolare se stesso e i comportamenti altrui. Scene altissime, come l’incontro-scontro tra i due maschi alfa, il capoclan e il panettiere arricchito. Come la cena finale. Eduardo riesce nonostante tutto, nonostate la messinscena incongrua, a inchiodarci con questa parabola perfino cristologica. Come Verdi o Shakespare resiste a tutto. A vincere è lui, ma il film no, quello non è una vittoria. Attori strepitosi, ma che lo diciamo  fare?, che tanto si sa come gli attori napoletan siano insieme a quelli inglesi i migliori del mondo(me lo dice sempre la mia amica E.).

Dei tre film che seguono aspetto che venga tolto l’embargo per poterne scrivere.
J’accuse (An Officer and a Spy) di Roman Polanski (Concorso Venezia 76)
(A embargo finalmente scaduto, ecco la recensione)
Seberg di Benedict Andrews (Fuori concorso)
El Principe di Sebastian Muñoz (Settimana della critica)

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