Venezia Festival 2019. Recensione: MARTIN EDEN, un film di Pietro Marcello. Jack London meets Pasolini

Martin Eden, un film di Pietro Marcello. Sceneggiatura di Maurizio Braucci e Pietro Marcello. Con Luca Marinelli, Jessica Cressy, Denise Sardisco, Vincenzo Nemolato, Carlo Cecchi, Giordano Bruno Guerri. Concorso Venezia 76.
Ardita trasposizione del romanzo primonovecentesco di Jack London: l’ascesa sociale e l’autorealizzazione di Martin Eden da proletario semianalfabeta a scrittore si sposta dalla San Francisco del testo originario in una Napoli di era imprecisata, fluttuante tra anni Dieci-Venti e anni Cinquanta. In un’Italia pre-boom che non ha perso ancora la sua innocenza. Echi di Pasolini, mentre Pietro Marcello contamina la storia con la Storia, con documenti visivi d’archivio, con pezzi di paesaggio soravvissuti alla grande distruzione italiana, con citazione pittoriche. Su tutto, il mare. Film straniante, incantato, di immensa suggestione, almeno quando tanti elementi incongrui riescono miracolosamente a fondersi in puro cinema. Vincerà qualcosa. Voto tra il 7 e l’8
Uscendo dal press screening in sala Darsena ho pensato: questo è il miglior film italiano degli ultimi cinque anni (almeno). Eppure oggi, un giorno e qualcosa dalla visione, l’incanto dell’immediato dopo-proiezione si è incrinato. I dubbi, soprattutto sugli ultimi venti minuti di Martin Edeen, si sono accentuati, le perplessità sulla tenuta dell’insieme pure. Il che mi spinge a qualche riflessione, senza che ne possa trarre ahimé alcuna conclusione, su come i film fluttuino nella tua mente o nel tuo sistema di conscio e inconscio e continuino a metamorfizzarsi nella percezione. Sicché quanto scrivi pochi minuti o poche ore dopo può divaricarsi dall’opinione del giorno dopo. Nel caso di Martin Eden questa percezione mutevole (ma non radicalmente devo dire) credo sia dovuta alla complessità dell’operazione messa in atto dal regista Pietro Marcello – giunto in concorso a Venezia dopo i successi di nicchia ma con ottima risonanza dei suoi precedenti La bocca del lupo e Bella e perduta – su un testo letterario anche assai datato come il Martin Eden di Jack London. Figuriamoci, un romanzo su un proletario, un marinaio, della San Francisco tra fine Ottocento e primissimo Novecento che individua nella cultura e nell’istruzione il proprio ascensore sociale. Leggerà molto, comincerà a scrivere tra derisioni e molti rifiuti, diventerà uno scrittore di professione. Intanto, sullo sfondo, uomini, donne e bambini cenciosi e sfruttati, misérables di un’America fericemente divisa in classi. E lotte socialiste e anarchiche, e positivismi e darwinismi sociali oggi improponibili in quanto massimamente sconvenienti e ‘di destra’ ma allora pensieri assai diffusi nella sensibilità collettiva: delle élite come del popolo.
Questo Jack London l’ho risentito da poco in versione audiolibri di Radio 3 (consigliatissimi tutti: scaricare la app RadioRai Play), letto, anzi interpretato, da Massimo Popolizio. E ne sono stato conquistato, lo ammetto, nonostante, o forse per, la sua lontananza incolmabile dall’oggi. Il main character, il marinaio che vuol farsi scrittore Martin Eden, è, semplicemente, irresistibile, con la sua voglia di emergere, di farsi largo, di affermare sé stesso, di salire, e in fretta, tutti i gradini della scala e della rispettabilità socialei. Una bestia bionda alla Nietzsche, anche se uscita più dai testi del positivista Herbert Spencer (chi mai lo legge più oggi?), pensatore di riferimento di Martin. Ora, Pietro Marcello per ragioni che fatico francamente a capire ha riesumato questa reliquia letteraria, innestandovi una rielaborazione audace, una dislocazione che è di luogo, tempo, lingua. E però rimanendo nella sostanza e nella traccia narrativa fedele al testo, almeno fino a una ventina di minuti dalla fine quando lo scostamento si fa sensibile. Il Martin Eden di Marcello (e del suo cosceneggiatore Maurizio Braucci) non abita più a San Francisco, ma in una Napoli e in un’Italia sospesa e spaccata tra miseria e nobiltà, tra cenciosità e lussi borghesi. In un tempo indistinto che mescola ere e passaggi storici, con avantindietro tra primo Novecento, anni Trenta e Quaranta (forse), anni Cinquanta e Sessanta. Senza però andare oltre quella soglia temporale. Fermandosi, m’è parso, alla vigilia del gran miracolo economico che stravolse l’Italia, che innescò un’irreversibile mutazione antropologica, come avvertì e lamentò Pasolini. Pietro Marcello, che ne sia o meno consapevole, appartiene a quel drappello di nostri cineasti che non possono non dirsi pasoliniani (Claudio Giovannesi, per citare un nome), per come si ostinano a cercare, alcune volte trovandola altre rimpiangendola, l’Italia vitale, triste e allegra, povera e innocente prima della caduta nell’uniformità globale e nel consumo di massa. Perché abbia scelto Martin Eden di Jack London come canovaccio e grimaldello per penetrarla, ricordarla, riproporla anche feticistivamente suona quantomeno paradossale, vista la distanza cultural-antropologica del romanzo. Ma ammetto che l’operazione pur bizzarra funziona molto, molto bene per gran parte del film, quando i materiali utilizzati da Marcello – videodocumenti d’archivio, residui ancora reperibili dell’Italia preboom, paesaggi italiani (anche umani) sopravvissuti alla grande distruzione-modernizzazione, tracce narrative di immediata derivazione londoniana – si fondono miracolosamente nonostante la loro eterogeneità e incongruità in puro cinema, in flussi di immagini sature di senso, risonanze, suggestioni. Ma è un esercizio acrobatico a continuo rischio caduta, e qua e là le cadute ci sono. Allora Martin Eden rivela le sue fragilità strutturali, l’insieme si disaggrega nei suoi elementi e il viaggio spazio-temporale diventa virtuosismo autoreferenziale, celibe.
A sovrastare il film è il mare, la fascinazione del mare e delle città di mare, dei porti e degli angiporti e dei vicoli (Napoli, stavolta, come la Genova di La bocca del lupo). Mare che avverti presente anche quando Pietro Marcello se ne ritrae. Tutto il film ha una (in)consistenza liquida, mobile, ondivaga, che non si solidifica mai in una struttura forte. Mentre interni e esterni ci passano davanti come evocati attraverso la nostalgia, in un strana ma riuscita sintesi tra neo-neorealismo e fughe e dissolvenze oniriche. Sono ambienti borghesi quelli della famiglia di Elena, la donna di cui Martin si innamora e che si inamora di lui, di una borghesia partenopea primo Novecento da casa Serao-Scarfoglio. E assai Matilde Serao cronista dei miserabili è anche l’altra parte e l’altra della città, il ventre di Napoli riproposto senza remore nella sua oleografia e convenzione. Sarà di nuovo ambiente borghese, anzi di aristocrazia preborghese, il palazzo-reggia in cui Martin si installerà a successo raggiunto. Confermando il credo di Martin, la sua convinzione che si possa cambiare il proprio destino attraverso l’applicazione, lo sforzo individuale. Le lotte socialiste nella San Francisco di London diventano scioperi operai in una Napoli prebellica, mentre si annuncia una guerra che in London non c’è. L’ultima parte, con Martin scrittore affermato ma oppresso da uno spleen indefinito è la meno felice e anche la meno verosimile (ma quale rivista cartacea italiana ha mai pagato negli anni Cinquanta o addirittura prima duecentomila lire per un racconto? quale scrittore nostro ha mai potuto pagarsi una reggia?). Stranamente, Pietro Marcello e Maurizio Braucci insistono più di quanto non faccia lo stesso London sul darwinismo sociale di cui il loro protagonista è fiero sostenitore, con precise citazioni di Spencer che nel romanzo, se ricordo bene, non ci sono. Tutto diventa troppo esplicito, come a voler spiegare cause e fattori scatenanti di quello che poi succederà. Ma l’incanto del film non viene irrimediabilmente compromesso dall’ultima parte così poco risolta. Qualche altro dubbio, se mai, è sui rischi di manierismo, con Pietro Marcello che già cita sé stesso e i suoi Bella e perduta (la campagna con i bufali, le maschere della commedia dell’arte) e La bocca del lupo (i vicoli, il porto). Luca Marinelli, che pure con la bestia bionda descritta da London non ha niente a che vedere, è così bravo da riuscire lo stesso a convincerci. Molta nostra stampa parla di possibile Leone, io non ci credo troppo: questo Martin Eden è così profondamente, irrimediabilmente italiano da risultare, temo, incomprensibile ai giurati stranieri. Ma nel palmarès entrerà di sicuro in qualche modo. Dimenticavo: cameo a sorpresa dello storico Giordano Bruno Guerri.

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5 risposte a Venezia Festival 2019. Recensione: MARTIN EDEN, un film di Pietro Marcello. Jack London meets Pasolini

  1. Anonimo scrive:

    Spero. Che il Film ” Martin Eden” sia all’altezza della recensione di Luigi Locatelli. Complimenti Alfonso.

  2. ugo malasoma scrive:

    La recensione è bella, come sempre. Il film decisamente meno. Velleitario. Sguardo anche personalissimo del regista ma la seconda parte è ridotta a bigino del pensiero di London e pure confuso, quello di Spencer tagliato con l’accetta. Eden sarebbe un positivista, un socialista eretico o un gasatissimo individualista? La figura di Cecchi non emerge per nulla. Elena è di una espressività al limite della catatonia. Le frasi celebri nel film sembrano buttate lì come quelle dei “baci perugina”. 200.000 lire per un articolo? Il film poi risulta imbarazzante nelle scene di massa. Piace assai l’eccellente recitazione della vedova ospitante. Marinelli è credibile nella prima parte, dopo scarta verso una deriva prevedibile con tutti i vezzi dell’uomo perso alla “causa”, disilluso certo ma anche un tantinello drogato, o sbaglio?

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