Venezia Festival 2019, il Leone d’oro va a JOKER. Tutti gli altri premi (e commento al palmarès)

Il regista Todd Phillips con il Leone d’oro per il suo ‘Joker’. Con lui il protagonista Joaquin Phoenix

Phoenix/Joker

(cliccare per le recensioni dei film citati)
Il Leone e tutti i premi del Concorso. Temevo il peggio. Temevo potessero vincere film sbagliati o appena passabili come Ema di Pablo Larrain e Babyteeth dell’australiana Shannon Murphy. Temevo, anzi ne ero certo, che Roman Polanski e il suo bellissimo quanto importante J’accuse sarebbero stati esclusi dal palmarès dopo le improvvide dichiarazione della presidente di giuria Lucrecia Martel a inizio festival. Invece felice di dovermi ricredere: il palmarès stilato dalla giuria di Venezia 76 è buono e (abbastanza) equanime. Con l’eccezione, lo dico subito, del Premio speciale della giuria a La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco (posso dire di aver trovato l’ultimo quarto d’ora sulla famiglia Mattarella con le sue oblique allusioni indecente? Vorrei usare un aggettivo più duro, ma mi trattengo. E stendo un velo anche sulla disinvoltura – e anche qui vado leggero – con cui Maresco esibisce la sua solita galleria di freaks, gettati in pasto al pubblico senza un minimo di pietas. Cinico-cinema).
Cominciamo con il Leone d’oro assegnato sorprendentemente ma neanche troppo a Joker di Todd Phillips, eversiva riscrittura – per come dilata i confini del super eroistico, li travalica, li annienta – del character della saga batmaniana. Credo sia la prima volta che a un festival di prima fascia vinca un blockbuster programmato, un colosso ad alto budget prodotto da una major, in questo caso la Warner. Qualcuno griderà scandalizzato che Venezia si è prostituita, ancora più degli anni scorsi, ai biechi signori di Hollywood: non dategli retta, Joker è opera potente che sa andare oltre il genere immettendovi dosi di pura visionarietà autoriale. Tutt’altro che un comfort movie. Certo, avrei preferito vincesse Polanski, ma questo Leone non è per niente scandaloso: quello di Phillips è stato da subito uno dei miei film preferiti del concorso (vedi la mia classifica). Scendiamo gradino dopo gradino la scala dei premi. Ecco il Leone d’argento – Gran premio della giuria andato a J’accuse: mai riconoscimento fu più sacrosanto e dovuto. Assente Polanski, lo ha ritirato la moglie Emmanuelle Seigner (il suo speech è stato il più sintetico della serata, poche parole, e si intuiva l’amarezza per quanto era successo la scorsa settimana). Ha sorpreso il Leone d’argento – Premio per la migliore regia allo svedese Roy Andersson per About Endlessness (Sull’infinito). Se l’aspettavano in pochi: perché non aveva destato entusiasmi tra i critici istituzionali e nemmeno tra il pubblico. E perché Andersson, essendosi preso il Leone non molti anni fa per il suo Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, veniva dato fuori dai giochi. Questo Sull’infinito non è ai livelli di quel clamoroso capolavoro, mancano le grandi, articolate sequenze di allora, piuttosto è una raccolta di short stories, microracconti, fulminei haiku nel suo stile impassibile tra Tati e slapstick. Un premio che non aggiunge niente alla sua gloria e che forse poteva essere utilizzato per segnalare qualche nuovo autore, ma non sarò certo io, che il film di Andersson l’ho amato, a lamentarmene.
Un noooo! di delusione ha accolto in sala stampa la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Ariane Ascaride in Gloria Mundi del marito-regista Robert Guédiguian. È che questo gran film, il più desolato, disperato e implacabile di Guédiguian, è stato liquidato dalla critica soprattutto più giovane come opera muffa e rozza. ‘Antica’. Invece la giuria anche qui ha visto meglio di tanti jeune critique riconoscendo con la Coppa Volpi a Ariane Ascaride il posto che le spetta tra le maggiori attrici europee. Si arriva in Italia con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al Luca Marinelli di Martin Eden: ineccepibile. Peccato che quello di Marinelli sia stato lo speech meno felice della serata (no, non per aver ricordato i migranti in fondo al mare, ma per l’insopportabile tono saccente, per la retorica dell’antiretorica, per quell’incipit “non sarò breve”), peccato per Pietro Marcello che meritava per sé e il suo film un premio pesante. Discorso importante anche dal regista hongkonghese Yonfan, con il suo omaggio alla HK anni Sessanta:  “mi ha dato la libertà di creare”. Solo che si è poi aggrovigliato tra la rievocazione dei riots anticoloniali del 1967 e di quelli attuali anti Pechino, da lui deprecati per aver “messo la città sottosopra. Abbiamo perso la libertà di muoverci, di prendere i trasporti pubblici: è come se il vaso di Pandora si fosse aperto e ne fossero uscite le forze del male”. Ma perché parlare così dei ragazzi che stanno lottando per mantenere libera Hong Kong dalle ingerenze cinesi? Anyway: a Yonfan è andato il premio per la migliore sceneggiatura. Diciamo che va bene, anche se il suo bellissimo film animato No. 7 Cherry Lane ha molti qualità, ma non quello della sceneggiatura perfetta. Ignorato il Noah Baumbach di Marriage Story, quello sì con uno script inarrivabile. Di Maresco e del premio speciale della giuria a La mafia non è più quella di una volta ho già detto, anzi mi sono già lamentato: è la macchia su un palmarès piuttosto azzeccato (anche se, ripeto, avrei invertito i due premi maggiori a Polanski e Todd Phillips). Infine, il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente, andato a Toby Wallace per l’australiano Babyteeth di Shannon Murphy. Meritato, il ragazzo è davvero straordinario quale tossico sospeso tra angelico e demoniaco. L’unico premio possibile per un’opera interessante, un cancer-drama con derive punk, ma non così coraggiosa come dichiara di essere.

I premi di Orizzonti. Non ho visto tutti i film della sezione, la seconda in ordine di importanza della Mostra, l’equivalente di quello che a Cannes è Un certain regard. Però i due vincitori dei premi maggiori sì, li ho visti, e non posso che sottoscrivere la scelta della giuria presieduta da Susana Nicchiarelli. Il Premio Orizzonti per il miglior film all’ucraino Atlantis di Valentyn Vasyanovych va a riconoscere un’opera potente e di assoluto rigore formale, la rivelazione di un autore che potrebbe darci molto in futuro. Il premio Orizzonti per la migliore regia va al cileno-spagnolo Théo Court per il suo Blanco En Blanco (White on White) e anche qui non si può che concordare. Dramma storico ma anche intimo in una claustrofobica Terra del fuoco di fine Ottocento-primo Novecento dove la legge non c’è, si massacrano gli indios per rubare la loro terra, la sopraffazione impera. Un film profondamente politico che però non esibisce il suo messaggio, ma lo filtra attraverso un apparato formale di impressionante perfezione. E poi c’è Alfredo Castro, uno dei più grandi attori al mondo. Gli altri film premiati di Orizzonti me li sono persi, li elenco dunque qui senza commento: Premio speciale della giuria al filippino Verdict di Raymund Ribay Gutierrez; Premio per la migliore interpretazione femminile a Maria Nieto per Madre dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen; Premio per la migliore interpretazione maschile a Sami Bouajila per Bik Eneich – Mon Fils; Premio per la migliore sceneggiatura a Jessica Palud, Philippe Lioret, Diastème per Revenir di Jessica Palud.

Leone del futuro – Premio Venezia opera prima ‘Luigi De Laurentiis’: assegnato al sudanese Amjad Abu Alaia per You Will Die at 20. E anche qui la giuria presieduta da Emir Kusturica ha fatto una buona scelta. Un film ambientato in un villaggio sudanese che sa andare oltre i manierismi e le convenzioni del cinema etnico-etnografico innestando sul racconto di un ragazzo colpito da una maledizione escursioni nel magico, nel visionario, nella trance. Il regista è nato in Sudan, ma gli studi li ha fatti negli Emirati ed è mi pare di cultura e frequentazioni cosmopolite. Una piccola opera assai strutturata, ben girata, con un bellissimo main character, per niente poveristica nella sua resa. E chissà se qualcuno lo porterà nei nostri cinema.

Per tutti gli altri premi ufficiali (Corti, Venezia Classici, Virtual Reality) rimando alla pagina di Biennale Cinema.

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6 risposte a Venezia Festival 2019, il Leone d’oro va a JOKER. Tutti gli altri premi (e commento al palmarès)

  1. heuresabbatique scrive:

    Condivido in larga misura ciò che scrivi, in particolare modo l’ appunto sull’ inversione Phillips-Polanski in Polanski-Phillips; anche se credo che l’ unica vera e propria stonatura di un palmares, mi permetto di dire, fra i più imprevedibili e coraggiosi delle edizioni della Mostra a cui ho potuto partecipare, da 5 anni a questa parte, sia la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile: Ariane Ascaride è sicuramente una bravissima, se non grande, attrice, ma in concorso si erano viste prove attirati superiori alla sua. Se si voleva premiare il film di Guédiguian (film che io ho moderatamente apprezzato) forse sarebbe stato meglio un altro premio, l’ Osella alla sceneggiatura, per esempio. Anche se sono stato felicissimo di vederlo assegnato a Yonfan, che ha firmato, a mio avviso, una delle più felici sorprese del palmares. Ho adorato il suo No 7 Cherry Lane.

    Ma ero più che altro curioso di chiederti di un paio di film, ad Orizzonti (premi ottimi per me; anche qui avrei forse gradito un inversione fra Atlantis e Blanco en Blanco, ma va bene così, suvvia): anzitutto che te ne era parso di The criminale man. Io l’ ho detestato. Invece Zumiriki, l’ hai visto? A me è piaciuto molto. E mi sarebbe piaciuto vederlo premiato, ma pazienza.

    • Luigi Locatelli scrive:

      The criminal man l’ho trovato notevole, Bilge Ceylan incontra lars Von trier. Disturbante film sul fascino del male e dell’assassinio: estasi di un delitto. Zumiriki ha cose meravigliose tra videoart e cinema, mi ha disturbato oerò l’ipernarcisismo del suo autire

  2. heuresabbatique scrive:

    Grazie dei pareri. Nel caso vorrai (se avrai tempo e voglia) scriverci un pezzo su The criminal man, lo leggerei molto volentieri. Io, invece, l’ ho trovato così povero di idee, pieno di cliché (della serie quando il cinema d’ essai si fa cinema di genere): stessi stilemi, stesso andamento, stessa aura austera, contemplativa, e attori smunti di tanto cinema da festival da tanto (troppo) tempo da questa parte. Un cinema facile da fare, insomma. Lo dico, non per narcisistica voglia di dire a tutti i costi la mia (malattia endemica dei nostri tempi), ma quanto per precisare quel laconico “l’ ho detestato” di cui sopra. E ripeto, visto che tu l’ hai apprezzato, e ci hai visto qualcosa, non indebitamente, di von Trier e Ceylan (due autori che amo), mi piacerebbe leggere, sempre avrai voglia, qualcosa di più approfondito in merito. Anche perché poco si trova online in merito al film.

    Di contro l’ onnipresenza in Zumiriki del suo autore non mi ha disturbato, grazie alla sua metafisica delle immagini, e l’ ho trovato magnifico.

    Insomma, de gustibus non disputandum est!

  3. Fulvio scrive:

    Salve. Grazie per tutte le recensioni postate. Una curiositá, non ho visto la cerimonia: ma come mai il discorso di Marinelli era cosí disdicevole? Grazie

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